Da rivedere per la prima volta: Opera senza autore

Che cosa espri­me l’arte: il talen­to indi­vi­dua­le dell’artista? La sua bio­gra­fia? Qua­le sia il suo rap­por­to con la socie­tà? Que­ste doman­de accom­pa­gna­no lo spet­ta­to­re di Ope­ra sen­za auto­re (Werk ohne Autor), film del 2018 diret­to da Flo­rian Henc­kel von Don­ner­smarck (Le vite degli altri, The Tou­ri­st), dispo­ni­bi­le in Ita­lia su Net­flix.

La pel­li­co­la, ispi­ra­ta alla vita di Gerhard Rich­ter, segue la car­rie­ra di Kurt Bar­nert (Tom Schil­ling) attra­ver­so la sto­ria tede­sca, arti­sta alla ricer­ca del­la pro­pria iden­ti­tà espres­si­va in tre Ger­ma­nie diver­se: quel­la nazi­sta dove, anco­ra bam­bi­no, rima­ne col­pi­to da quell’arte dege­ne­ra­ta che la dit­ta­tu­ra rifiu­ta e irri­de, la DDR, nel­la qua­le l’ideologia socia­li­sta limi­ta l’espressione indi­vi­dua­le col­let­ti­viz­zan­do­la, e la Repub­bli­ca Fede­ra­le Tede­sca degli anni Ses­san­ta, in fer­men­to per lo svi­lup­po di un nuo­vo movi­men­to artistico.

Gran­de rilie­vo è assun­to dal­la vicen­da per­so­na­le del pro­ta­go­ni­sta, la cui fami­glia cono­sce da vici­no pri­ma gli orro­ri del­la guer­ra e del nazi­smo e poi la dif­fi­col­tà di inse­rir­si nel­la Ger­ma­nia dell’Est post­bel­li­ca. Kurt vor­reb­be ave­re la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re sé stes­so con la pro­pria arte, ma all’Acca­de­mia d’Arte di Dre­sda non può rea­liz­za­re que­sto proposito.

Il più grave errore che un artista possa fare, ricorda uno dei suoi professori, è dire «Ich, ich, ich», cedere all’individualismo; al contrario, il suo dovere è celebrare il trionfo della classe operaia con grandi affreschi murali riconducibili allo stile dominante del realismo socialista.

A Ove­st inve­ce Kurt ini­zia a fre­quen­ta­re l’Accademia di Bel­le Arti di Düs­sel­dorf e con­ti­nua a ricer­ca­re la pro­pria rea­liz­za­zio­ne arti­sti­ca. Se in que­sta Ger­ma­nia può final­men­te libe­rar­si dai vin­co­li rap­pre­sen­ta­ti dal­la poli­ti­ca, l’obiettivo resta tut­ta­via dif­fi­ci­le da rag­giun­ge­re: l’avanguardia degli anni Ses­san­ta ha intro­dot­to nuo­ve for­me espres­si­ve che met­to­no in secon­do pia­no la pit­tu­ra, e lui deve tro­va­re un’idea ori­gi­na­le e che allo stes­so tem­po dica qual­co­sa di sé stes­so in un ambien­te dove mol­ti altri arti­sti han­no già spe­ri­men­ta­to e dire qual­co­sa di nuo­vo sem­bra un’impresa.

La svol­ta arri­va gra­zie alla foto­gra­fia: Kurt ini­zia infat­ti a copia­re sul­la tela scat­ti pre­si dai gior­na­li e da album di fami­glia, a cui con­fe­ri­sce un aspet­to sfu­ma­to e che uni­sce suc­ces­si­va­men­te in vari col­la­ge. Un’arte che sem­bra «sen­za auto­re»ma si trat­ta di mera appa­ren­za. I lavo­ri del pro­ta­go­ni­sta risul­ta­no for­te­men­te auto­bio­gra­fi­ci, attra­ver­so l’accostamento di per­so­nag­gi ed epi­so­di di vita vis­su­ta e di sto­ria, col­le­ga­ti a intui­to: quel­la stes­sa dote che con­sen­te all’artista di espri­mer­si, dopo mol­ti ten­ta­ti­vi gui­da­ti esclu­si­va­men­te dal­la razio­na­li­tà e dal­la cura for­ma­le, sen­za che il con­te­nu­to pos­sa dav­ve­ro emergere. 

Un’arte che parla di Kurt in modo velato, ma onesto e allo stesso tempo potente.

Ope­ra sen­za auto­re è sicu­ra­men­te un film di for­tis­si­ma ispi­ra­zio­ne bio­gra­fi­ca – che Rich­ter, peral­tro, non ha gra­di­to – e rico­strui­sce mol­to bene la sto­ria del­la Ger­ma­nia (del­le Ger­ma­nie) di quei decen­ni. Tut­ta­via il suo pre­gio mag­gio­re resta sicu­ra­men­te il fat­to­re este­ti­co: la vicen­da di vita di Kurt, per­so­nag­gio del qua­le lo spet­ta­to­re apprez­za il talen­to e la per­se­ve­ran­za, lascia che si svi­lup­pi rifles­sio­ne più ampia sull’arte, sul­la per­mea­bi­li­tà tra la vita e le ope­re di un arti­sta e sul­la sua liber­tà e moda­li­tà di espressione.

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Carla Ludovica Parisi
Lau­rean­da in Let­te­re Moder­ne dagli oriz­zon­ti non solo uma­ni­sti­ci. Amo la com­ples­si­tà, le sfi­de e i pro­ble­mi da risolvere.
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