Terre selvagge. La storia di Christopher Johnson McCandless

Viaggi, esplorazioni, vagabondaggi. In questa rubrica, un’indagine intorno al movimento e al desiderio di spostarsi e cercare altri luoghi.


Capi­ta spes­so di ave­re il desi­de­rio impel­len­te di par­ti­re, abban­do­na­re la rou­ti­ne, per sco­pri­re nuo­ve real­tà, fare nuo­ve espe­rien­ze. E sicu­ra­men­te que­sta sen­sa­zio­ne bus­sa alla por­ta in par­ti­co­la­re in un momen­to sto­ri­co come quel­lo che stia­mo pas­san­do a livel­lo glo­ba­le. Que­sta spin­ta al cam­bia­men­to è però qual­co­sa di pre­sen­te da ben pri­ma e le sto­rie di scel­te radi­ca­li sono sva­ria­te: tra tut­te, quel­la più famo­sa, è for­se la vicen­da di Chri­sto­pher John­son McCand­less.

Chri­sto­pher McCand­less nasce nel 1968 in una cit­ta­di­na vici­no a Los Ange­les, da una fami­glia bene­stan­te ma piut­to­sto con­tra­sta­ta. Dopo esser­si spo­sta­to a Washing­ton lau­rean­do­si con otti­mi voti in Antro­po­lo­gia e Sto­ria, Chri­sto­pher deci­de di abban­do­na­re la ricer­ca di un lavo­ro sicu­ro per par­ti­re alla vol­ta di un viag­gio attra­ver­so gli Sta­ti Uni­ti d’America spin­gen­do­si fino alle sel­vag­ge ter­re dell’Alaska. Lascia tut­to indie­tro, fami­glia, lega­mi, impie­ghi e addi­rit­tu­ra il suo nome, che cam­bie­rà in Ale­xan­der Super­tramp: ciò che più in gene­ra­le il gio­va­ne sta però rifiu­tan­do è l’obbligo di sot­to­sta­re a deter­mi­na­te rego­le det­ta­te dal­la socie­tà capi­ta­li­sta contemporanea.

Dopo aver donato i 24mila dollari che aveva sul suo conto a un’associazione benefica, inizia quello che sembra un vero e proprio pellegrinaggio, attraversando gli Usa al margine della società, in una sorta di un viaggio ascetico.

È il 1992 quan­do Chris arri­va all’imbocco del­lo Stam­pe­de trail, nel Dena­li natio­nal park, il più impor­tan­te par­co nazio­na­le dell’Alaska, situa­to cir­ca 400 km a nord di Ancho­ra­ge, che pren­de il nome dall’omonimo mon­te che con poco più di 6000 metri è la vet­ta più alta dell’America del Nord.

È que­sto lo sce­na­rio che gli si apre davan­ti, 2 400 000 etta­ri di natu­ra incon­ta­mi­na­ta, di ter­ri­to­ri disa­bi­ta­ti. L’intenzione del ven­ti­quat­tren­ne ame­ri­ca­no è quel­la di “vive­re nel­la natu­ra per qual­che mese” come rac­con­ta l’ultima per­so­na che ha par­la­to con il ragaz­zo, un anzia­no signo­re che gli ave­va dato un pas­sag­gio in pick up fino all’inizio del­la Stam­pe­de trail.

Chris ini­zia il suo trek­king fino ad arri­va­re a quel­lo che vie­ne sopran­no­mi­na­to il Magic Bus, un auto­bus abban­do­na­to in cui vivrà per un po’ di tem­po cac­cian­do pic­co­li ani­ma­li e ciban­do­si con pian­te e radi­ci che rico­no­sce gra­zie a un libro che ha con sé. Ma arri­va l’estate e, tor­nan­do sui suoi pas­si, Chri­sto­pher rag­giun­ge il fiu­me Tekla­ni­ka che ave­va gua­da­to con faci­li­tà all’andata: lo scio­gli­men­to dei ghiac­ci ha pro­vo­ca­to l’ingrossamento del cor­so d’acqua, diven­ta­to impos­si­bi­le da attra­ver­sa­re. Anche tut­ta la sel­vag­gi­na ha abban­do­na­to il lato del par­co in cui si tro­va e sarà pro­prio que­sto fat­to a deter­mi­na­re la sua fine: pro­va­to fisi­ca­men­te, impos­si­bi­li­ta­to dal pro­cu­rar­si di che nutrir­si, dopo poco tem­po Cri­sto­pher mori­rà nel Magic bus. Lo ritro­ve­ran­no 19 gior­ni dopo il deces­so avve­nu­to il 18 ago­sto 1992 alcu­ni cac­cia­to­ri: al momen­to del­la mor­te pesa­va 30 kg.

La sto­ria di Chri­sto­pher McCand­less è dif­fi­ci­le da inter­pre­ta­re, straor­di­na­ria e insie­me fol­le. Negli anni il gio­va­ne è sta­to defi­ni­to come un lumi­na­re, uno spi­ri­to libe­ro ani­ma­to da pro­fon­di idea­li ma al tem­po stes­so come un inco­scien­te, un ragaz­zo incon­sa­pe­vo­le dei peri­co­li dei suoi sogni. E’ dif­fi­ci­le giu­di­ca­re scel­te di que­sto tipo pro­prio per il loro estre­mi­smo: Chri­sto­pher non era par­ti­to per un sem­pli­ce viag­gio, ma per un pel­le­gri­nag­gio moder­no por­ta­to all’estremo, come le ter­re in cui il suo per­cor­so è tra­gi­ca­men­te terminato.

Scel­te di que­sto tipo rispon­do­no a un istin­to natu­ra­le e pri­mi­ti­vo dell’uomo, quel­lo di muo­ver­si, di spo­star­si e sco­pri­re, fug­gen­do di fat­to dai vin­co­li che carat­te­riz­za­no la vita nel­la sua quo­ti­dia­ni­tà. Wan­der­lu­st è il ter­mi­ne uti­liz­za­to in psi­co­lo­gia per indi­ca­re que­sta spin­ta, que­sta desi­de­rio di par­ti­re e vaga­bon­da­re, defi­ni­ta “malat­tia del viag­gia­to­re”, con­cet­to car­di­ne tra l’altro del roman­ti­ci­smo tede­sco. D’altronde “L’unica cosa immu­ta­bi­le è il desi­de­rio di cam­bia­men­to”, soste­ne­va Era­cli­to. Cam­bia­men­to che Chri­sto­pher McCand­less ha inte­so in uno dei modi più radi­ca­li pos­si­bi­li. Scel­ta che ha por­ta­to ad esi­ti sicu­ra­men­te con­tra­sta­ti se, poco pri­ma del suo deces­so, il ragaz­zo ha scrit­to su una pagi­na del suo dia­rio una fra­se ormai piut­to­sto rino­ma­ta: “hap­pi­ness is real only when shared”, la feli­ci­tà è rea­le solo se condivisa.

La storia del giovane americano ha di sicuro avuto enorme risonanza, portando Jon Krakauer a scrivere un libro sulla vicenda “Into the wild” da cui in seguito è stato tratto un film prodotto dal Sean Penn. 

Oltre a ciò, sono sta­ti nume­ro­se le per­so­ne che han­no deci­so di met­ter­si sul­le trac­ce del “super­va­ga­bon­do” alla ricer­ca del Magic Bus, tra l’altro recen­te­men­te rimos­so pro­prio a cau­sa di que­sti pel­le­gri­nag­gi spes­so improv­vi­sa­ti da viag­gia­to­ri impre­pa­ra­ti che più vol­te si sono mes­si in peri­co­lo. Ciò che ha spin­to Chri­sto­pher a par­ti­re è for­se rac­chiu­so in una let­te­ra man­da­ta all’amico Ron anco­ra pri­ma di avven­tu­rar­si nel­le sel­vag­ge ter­re dell’Alaska.

Trop­pe per­so­ne vivo­no cir­co­stan­ze infe­li­ci, eppu­re non pren­do­no l’iniziativa di cam­bia­re le cose per­ché sono con­di­zio­na­ti da una vita di sicu­rez­ze, con­for­mi­smo e tradizionalismo

[…] La gio­ia del­la vita deri­va dai nostri incon­tri e dal­le nuo­ve espe­rien­ze, pertanto

non c’è gio­ia più gran­de di ave­re un oriz­zon­te costan­te­men­te diver­so, vede­re ogni gior­no un sole nuo­vo e differente.

E quin­di, Ron, in bre­ve, scap­pa dal­la cit­tà e met­ti­ti sul­la stra­da. Muo­vi­ti, sii noma­de, fai in modo di vede­re un oriz­zon­te nuo­vo ogni giorno.

For­se scel­te come quel­le di Chri­sto­pher sono dav­ve­ro dif­fi­ci­li da con­ce­pi­re e soprat­tut­to da con­ci­lia­re con i vin­co­li del­la socie­tà occi­den­ta­le. For­se è vero che a un cen­tro pun­to ci si arri­va a scon­tra­re con l’imperturbabilità del­la natu­ra, con i lega­mi socia­li, con l’impossibilità di vive­re alla gior­na­ta, di esse­re com­ple­ta­men­te pri­vi di radi­ci. Ciò che emer­ge è però che ci sono degli istin­ti, radi­ca­ti nel pro­fon­do, che spin­go­no ver­so l’altro, ver­so ciò che è lon­ta­no e distan­te e che ali­men­ta­no l’intrinseca curio­si­tà che carat­te­riz­za par­te del­la natu­ra umana.

Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.
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Da piccola cercavo l’origine del mio nome perché mi affascinava la storia che c’era dietro. Ancora oggi mi piace conoscere e scoprire storie di cui poi racconto e scrivo. Intanto corro, bevo caffè e pianifico viaggi.

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