Groenlandia: l’importanza di chiedere scusa

Poco più di un mese fa il Mini­stro di Sta­to dane­se Met­te Fre­de­rik­sen ha fat­to le sue scu­se per un espe­ri­men­to socia­le che nel 1951 scon­vol­se la vita di 22 bam­bi­ni groen­lan­de­si di etnia Inuit. Scu­se che, tut­ta­via, pos­so­no esse­re sog­get­te a più interpretazioni.

Pri­ma che la Groen­lan­dia ces­sas­se di esse­re una colo­nia, nel 1953, la Dani­mar­ca ave­va ten­ta­to già mol­ti e diver­si approc­ci per rego­la­re il pro­prio rap­por­to colo­nia­le con la popo­la­zio­ne indi­ge­na dell’isola più gran­de del mon­do. Tut­ti, bene o male, non ave­va­no avu­to suc­ces­so o l’avevano avu­to sola­men­te su di un pia­no par­zia­le ed incom­ple­to. Nel 1951 Cope­na­ghen deci­se di pro­va­re con un espe­ri­men­to socia­le diver­so e poten­zial­men­te red­di­ti­zio: por­ta­re in Dani­mar­ca bam­bi­ni Inuit, inse­gnar­gli a vive­re secon­do i det­ta­mi cul­tu­ra­li dane­si per poi, una vol­ta cre­sciu­ti, rein­tro­dur­li in Groen­lan­dia così da favo­ri­re un avvi­ci­na­men­to cul­tu­ra­le degli stes­si Inuit ai valo­ri dane­si-euro­pei, e ren­der­li così veri cit­ta­di­ni del Regno.

Il pro­get­to ven­ne spo­sa­to anche dal­la Cro­ce Ros­sa e da Save the Chil­dren, ma non andò a buon fine, per non dire che fu un fal­li­men­to su tut­ta la linea. Ai bam­bi­ni ven­ne impe­di­to di ave­re comu­ni­ca­zio­ni con la fami­glia di ori­gi­ne, per­se­ro l’uso del­la loro lin­gua madre e, quan­do ven­ne­ro rispe­di­ti in Groen­lan­dia, ven­ne­ro riget­ta­ti dagli Inuit, poi­ché ormai non era­no più come loro, si era­no “dane­siz­za­ti”.

Molti di questi bambini subirono traumi psicologici atroci, vittime di un esperimento che li aveva resi di fatto estranei in casa propria. 

Rico­no­sciu­to il fal­li­men­to, tan­to Save the Chil­dren quan­to la Cro­ce Ros­sa si scu­sa­ro­no, ma Cope­na­ghen pre­fe­rì il silen­zio o una sem­pli­ce omis­sio­ne. Per­ché? Un Pae­se come la Dani­mar­ca era sim­bo­lo del wel­fa­re, del­la demo­cra­zia, era ispi­ra­to­re di quel rispet­to eti­co e mora­le lega­to, tra le altre cose, al fat­to che fu il Pae­se che res­se meglio all’occupazione del­la Ger­ma­nia nazio­nal­so­cia­li­sta del 1940; era un Pae­se i cui cit­ta­di­ni, per pro­teg­ge­re la pro­pria comu­ni­tà ebrai­ca, indos­sa­ro­no tut­ti la stel­la di David ren­den­do di fat­to impos­si­bi­le la per­se­cu­zio­ne di mas­sa. Per­ché allo­ra deci­se di non abbas­sar­si a chie­de­re scu­sa per un espe­ri­men­to socia­le fal­li­to, che al net­to di tut­to era anche sta­to fat­to in buo­na fede?

La rispo­sta va ricer­ca­ta nel­la intrin­se­ca con­ce­zio­ne di sé che è pro­pria del popo­lo dane­se, ed è stret­ta­men­te lega­ta alla sto­ria del­la Dani­mar­ca. Sen­za scen­de­re in par­ti­co­la­ri, basti dire che l’impero colo­nia­le dane­se fu per seco­li uno dei più pro­li­fi­ci d’Europa e, gra­zie alla Groen­lan­dia, uno dei più vasti del mon­do, ma ven­ne risuc­chia­to dall’incubo geo­stra­te­gi­co del­le guer­re napo­leo­ni­che, dal­le qua­li uscì pesan­te­men­te sconfitto. 

Que­sta dis­so­lu­zio­ne pre­ma­tu­ra per­mi­se alla Dani­mar­ca di abban­do­na­re l’intera reto­ri­ca sto­ri­co-colo­nia­le, con la diret­ta con­se­guen­za che l’impero dane­se scom­par­ve dal­la sto­rio­gra­fia occi­den­ta­le, tan­to che ad oggi non vie­ne nean­che più stu­dia­to. La non-demo­niz­za­zio­ne che ne seguì impe­dì la costru­zio­ne di un sen­ti­men­to di col­pe­vo­lez­za per il pas­sa­to coloniale. 

Il caso spe­ci­fi­co si inse­ri­sce quin­di in que­sto con­te­sto socio-cul­tu­ra­le, tan­t’è vero che anche in anni recen­ti le rea­zio­ni di mol­ti poli­ti­ci dane­si nei con­fron­ti del pas­sa­to colo­nia­le furo­no per così dire machia­vel­li­che: il Mini­stro di Sta­to Lars Lok­ke Rasmus­sen nel 2010, par­lan­do in rife­ri­men­to al film Ekspe­ri­men­tet (L’esperimento), basa­to sul­la sto­ria dei 22 bam­bi­ni, dis­se che «la sto­ria non può esse­re cam­bia­ta. Il gover­no con­si­de­ra il perio­do colo­nia­le un capi­to­lo chiu­so del­la nostra sto­ria comu­ne. Dob­bia­mo esse­re feli­ci del fat­to che i tem­pi sia­no cam­bia­ti». Omis­sio­ne.

Ma allo­ra cosa è cam­bia­to ora con Met­te Fre­de­rik­sen? Per­ché all’improvviso il Mini­stro di Sta­to ha deci­so di ren­de­re una dichia­ra­zio­ne pub­bli­ca con cui chie­de scu­sa per quel­lo spia­ce­vo­le even­to del pro­prio pas­sa­to colo­nia­le? Una vali­da chia­ve di let­tu­ra potreb­be esse­re quel­la lega­ta non ad un improv­vi­so cam­bio radi­ca­le di opi­nio­ne, un rin­sa­vi­men­to mora­le cor­ri­spon­den­te ai tem­pi in cui vivia­mo ma, piut­to­sto, una moti­va­zio­ne offer­ta dal Siste­ma Inter­na­zio­na­le.

Negli ulti­mi anni la Groen­lan­dia ha in più occa­sio­ni cer­ca­to di atti­va­re nuo­ve rela­zio­ni inter­na­zio­na­li con l’unico obiet­ti­vo di otte­ne­re l’indipendenza: ci ha pro­va­to con la Cina, ulti­ma­men­te autri­ce di un mas­sic­cio inter­ven­to com­mer­cia­le tan­to in Groen­lan­dia quan­to nell’Artico, che ha costret­to più vol­te sia Cope­na­ghen che Washing­ton a inter­ve­ni­re per bloc­ca­re que­ste atti­vi­tà com­mer­cia­li sul nasce­re. Il recen­te inte­res­se di Washing­ton nell’Artico, pri­ma con l’idea di com­pra­re la Groen­lan­dia (ne ave­va­mo par­la­to qui), poi con la neces­si­tà dichia­ra­ta di aumen­ta­re dra­sti­ca­men­te la pro­pria pre­sen­za nava­le tra gli ice­berg (di que­sto, inve­ce, qui), ha pro­ba­bil­men­te spa­ven­ta­to Cope­na­ghen, che tra gli inte­res­si geo­po­li­ti­ci nell’Artico e il ter­ro­re insi­to in ogni Sta­to di per­de­re una por­zio­ne del suo ter­ri­to­rio nazio­na­le, ha rite­nu­to neces­sa­rio quan­to­me­no appiat­ti­re le ten­sio­ni con Nuuk. 

Accet­ta­re  e rico­no­sce­re la pro­pria respon­sa­bi­li­tà era infat­ti, for­se, dive­nu­to ormai ine­vi­ta­bi­le anche al net­to dei tumul­ti lega­ti al movi­men­to Black Lives Mat­ter (tro­va­te qui una rifles­sio­ne), che ha por­ta­to in tut­to il mon­do a una vera e pro­pria guer­ra ideo­lo­gi­ca con­tro famo­si per­so­nag­gi con un pas­sa­to di sfrut­ta­men­to: in Ita­lia ha visto pro­ta­go­ni­sta Indro Mon­ta­nel­li  e in Groen­lan­dia e Dani­mar­ca Hans Ege­de, mis­sio­na­rio che, col suo arri­vo a Nuuk nel 1721, fece ripar­ti­re di fat­to il colo­nia­li­smo dane­se sull’isola. 

Va anche tenu­to in con­to l’elemento lega­to alla Pre­si­den­za degli Sta­ti Uni­ti. Donald Trump, con tut­ti i suoi limi­ti anche giu­di­zia­ri, può esse­re con­si­de­ra­to un sog­get­to bene­vo­lo nel con­te­sto arti­co. Sot­to la sua ammi­ni­stra­zio­ne, infat­ti, è sta­to posto in mol­te­pli­ci occa­sio­ni un impor­tan­te fre­no all’espansionismo cine­se, di cui ha gio­va­to in pri­mo luo­go pro­prio la Dani­mar­ca, timo­ro­sa di dover affron­ta­re il gigan­te asia­ti­co da sola, con la Rus­sia spet­ta­tri­ce. La nuo­va Pre­si­den­za Biden da que­sto pun­to di vista potreb­be susci­ta­re più di qual­che preoccupazione.

Meglio allora, in via precauzionale, limitare le tensioni già alte facendo un passo incontro al popolo groenlandese e limitando i campi in cui potrebbe evocare maggiori libertà, sulla base di una reprimenda coloniale. 

Que­sta inter­pre­ta­zio­ne tro­va riscon­tro nel­la sto­ria del­la geo­po­li­ti­ca arti­ca, segna­ta negli anni da diver­si e costan­ti alti e bas­si, che han­no visto duran­te la Guer­ra Fred­da ina­spri­re lo scon­tro tra gran­di poten­ze, per poi con­ge­lar­si negli anni ’90 ed i pri­mi anni 2000 e ripren­de­re con costan­za dopo il 2010: anni segna­ti dal vuo­to di pote­re con­nes­so all’ottenimento da par­te del­la Groen­lan­dia di un regi­me di auto­go­ver­no e dall’esplosione dell’interesse cine­se per le risor­se arti­che. Non solo mine­ra­li, ter­re rare, fer­ro, idro­car­bu­ri, petro­lio e ura­nio, ma anche pesce e pro­tei­ne neces­sa­rie ad un pae­se che con­ta più di un miliar­do di per­so­ne, in cre­sci­ta. Le scu­se di Fre­de­rik­sen van­no a con­te­stua­liz­zar­si in que­sto cli­ma, tutt’altro che disteso. 

L’importanza di chie­de­re scu­sa potreb­be, quin­di, risie­de­re tan­to nel­la volon­tà intrin­se­ca­men­te eti­ca di pren­de­re le distan­ze in manie­ra defi­ni­ti­va da un pas­sa­to oscu­ro, quan­to nel­la volon­tà rea­li­sti­ca di acco­mo­da­re un signi­fi­ca­to mora­le alla razio­na­li­tà impo­sta dal con­fron­to tra gran­di poten­ze nel­lo scac­chie­re Artico. 

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Riccardo Sozzi
Da buon scien­zia­to poli­ti­co mi fac­cio sem­pre tan­te doman­de, trop­pe for­se. Scri­vo di tut­to e di più, per­ché ogni sto­ria meri­ta di esse­re rac­con­ta­ta. γνῶθι σαυτόν

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