I nemici dell’intelligenza

Il Quo­zien­te Intel­let­ti­vo uma­no si sta abbas­san­do. Lapi­da­ria in tut­ta la sua seve­ra veri­tà, l’affermazione met­te sicu­ra­men­te una cer­ta ansia: sape­re che il nostro cer­vel­lo si sta atro­fiz­zan­do sem­pre più non è cer­to l’augurio che si potreb­be desi­de­ra­re per que­sto 2021. Eppu­re, che ci piac­cia o no, dati scien­ti­fi­ci cor­ro­bo­ra­ti dimo­stra­no sen­za lascia­re pos­si­bi­li­tà di obie­zio­ne come nel cor­so degli ulti­mi ven­t’an­ni l’intelletto uma­no abbia pro­gres­si­va­men­te per­so i pun­ti bonus che ave­va accu­mu­la­to nel­le deca­di pre­ce­den­ti. A rias­su­me­re il risul­ta­to degli stu­di con­dot­ti è Chri­sto­pe Cla­vè, pen­sa­to­re fran­ce­se pre­si­den­te del­la socie­tà di inve­sti­men­ti EGMA e inse­gnan­te di “stra­té­gie et mana­ge­ment”, che affi­da ad un post su Face­book, ripor­ta­to tra gli altri anche da Ita­liaOg­gi, la per­tur­ban­te noti­zia dell’abbassamento del Q.I. 

Il Quo­zien­te d’Intelligenza (QI) medio del­la popo­la­zio­ne mon­dia­le è in con­ti­nuo aumen­to (effet­to Flynn). Que­sto alme­no dal secon­do dopo­guer­ra fino alla fine degli anni ’90. Da allo­ra il QI è inve­ce in diminuzione…È l’inversione dell’Effetto Flynn” , comin­cia Cla­vè. A pro­po­si­to di que­sta inver­sio­ne di ten­den­za nel­lo svi­lup­po del quo­zien­te intel­let­ti­vo ha scrit­to anche la rivi­sta Focus, sot­to­li­nean­do come sia in real­tà mol­to dif­fi­ci­le riu­sci­re a deter­mi­na­re in manie­ra cer­ta il valo­re del­le capa­ci­tà intel­let­ti­ve e avan­zan­do anche l’ipotesi che il test per il cal­co­lo del Q.I. sia ormai supe­ra­to. L’argomento, mol­to com­ples­so e dibat­tu­to, può esse­re con­si­de­ra­to sot­to mol­te­pli­ci ango­la­tu­re ed è for­se impos­si­bi­le riu­sci­re a sta­bi­li­re uni­vo­ca­men­te se que­sta fles­sio­ne del Q.I. sia dav­ve­ro pre­sen­te e, se sì, a cosa sia imputabile. 

L’ipotesi di Cla­vè, che appar­tie­ne alla cor­ren­te di pen­sie­ro che accet­ta i dati sull’abbassamento del quo­zien­te intel­let­ti­vo, indi­vi­dua una del­le cau­se che han­no sca­te­na­to que­sta peri­co­lo­sa deri­va dell’intelligenza in quel­lo che sia­mo ormai trop­po abi­tua­ti a con­si­de­ra­re solo un acces­so­rio del pen­sie­ro, un mez­zo, quan­do in real­tà ne è un pila­stro impre­scin­di­bi­le: il lin­guag­gio

La tesi del pen­sa­to­re fran­ce­se è sup­por­ta­ta dagli stu­di del­lo psi­co­lo­go Jean Pia­get (1896–1980), secon­do il qua­le è impos­si­bi­le iso­la­re la capa­ci­tà lin­gui­sti­ca dall’intelligenza. Anche in que­sto caso gli stu­di sull’argomento si sovrap­pon­go­no in posi­zio­ni spes­so con­tra­stan­ti, per cui, ad esem­pio, lo stu­dio­so Vygo­tskij, coe­vo di Pia­get, muo­ve dal­la pre­mes­sa che lin­guag­gio e pen­sie­ro abbia­no radi­ci dif­fe­ren­ti e che il col­le­ga­men­to tra le due dimen­sio­ni non sia auto­ma­ti­co. A ben vede­re però l’ipotesi di Pia­get, ripre­sa appun­to nel post di Cla­vè, ha il meri­to di esse­re una sug­ge­sti­va pos­si­bi­li­tà che ha tro­va­to appli­ca­zio­ne anche nel­la let­te­ra­tu­ra. Gli aman­ti degli sce­na­ri dispo­ti­ci ricor­de­ran­no bene, come anche sot­to­li­nea Cla­vè, che nel mon­do domi­na­to dal Gran­de Fra­tel­lo di Orwell il pri­mo mez­zo di coer­ci­zio­ne del pen­sie­ro con­si­ste­va pro­prio nell’eliminazione del les­si­co sov­ver­si­vo. Se non si può espri­me­re un con­cet­to, quel con­cet­to non esiste. 

Secondo Clavè l’impoverimento del vocabolario che quotidianamente utilizziamo per comunicare ha comportato l’ammollimento dell’intelletto su pochi e semplici schemi d’espressione, che si ripetono in ogni situazione, senza permettere divagazioni. 

Ecco dun­que che miliar­di di anni d’evoluzione ven­go­no vani­fi­ca­ti da una pigri­zia lin­gui­sti­ca dila­gan­te, un dele­te­rio inde­bo­li­men­to del­la paro­la che si riflet­te ine­vi­ta­bil­men­te sul­la pos­si­bi­li­tà di for­mu­la­re un pen­sie­ro com­ples­so. Come sot­to­li­nea Cla­vé “eli­mi­na­re la paro­la ‘signo­ri­na’ (ormai desue­ta) non vuol dire solo rinun­cia­re all’estetica di una paro­la, ma anche pro­muo­ve­re invo­lon­ta­ria­men­te l’idea che tra una bam­bi­na e una don­na non ci sia­no fasi inter­me­die”, ossia dimi­nui­sce la pos­si­bi­li­tà di indi­vi­dua­re le sfu­ma­tu­re del pro­ces­so di cre­sci­ta di un esse­re uma­no di ses­so fem­mi­ni­le. La ten­den­za ad uti­liz­za­re ter­mi­ni sem­pli­fi­ca­ti miti­ga la vivez­za dei con­cet­ti, con il rischio di rimuo­ver­li total­men­te non solo e non tan­to dal nostro voca­bo­la­rio, quan­to dal­la nostra immaginazione. 

A que­sto pun­to è bene fare una pre­ci­sa­zio­ne di natu­ra didat­ti­ca, ma che è neces­sa­ria per con­si­de­ra­re dal­la cor­ret­ta pro­spet­ti­va i con­cet­ti enun­cia­ti in que­sto arti­co­lo. Quan­do si par­la di lin­gue il discor­so è com­ples­so e sareb­be impos­si­bi­le rias­su­me­re in poche righe tut­te le giu­ste pre­mes­se per affron­ta­re l’argomento. Tut­ta­via, sen­za cede­re a puri­smi acca­de­mi­ci, è giu­sto sot­to­li­nea­re un con­cet­to fon­da­men­ta­le: la lin­gua in quan­to isti­tu­zio­ne non deve esse­re con­fu­sa con l’uso par­ti­co­la­re che ne fan­no i par­lan­ti. Il fat­to che mol­ti non sia­no più in gra­do di uti­liz­za­re un les­si­co com­ple­to e pro­prio non signi­fi­ca neces­sa­ria­men­te che la lin­gua si impoverisca. 

Tut­tal­più è la capa­ci­tà d’espressione dei sin­go­li par­lan­ti a risul­ta­re ina­de­gua­ta e dun­que, nell’ottica di Cla­vé, è l’individuo a non ave­re più la facol­tà di for­mu­la­re sfu­ma­tu­re di pen­sie­ro varie­ga­te, seb­be­ne la sua lin­gua, qual­sia­si essa sia, glie­lo per­met­ta. Dun­que quan­do si affer­ma che “la lin­gua si sta impo­ve­ren­do”, si com­pie invo­lon­ta­ria­men­te un’imprecisione ter­mi­no­lo­gi­ca: sono i sin­go­li sog­get­ti a non saper uti­liz­za­re in tut­te le sue poten­zia­li­tà la loro varie­tà lin­gui­sti­ca, non è la lin­gua ad esse­re ina­de­gua­ta. Le pos­si­bi­li ragio­ni di que­sto impo­ve­ri­men­to nel les­si­co dei par­lan­ti andran­no dun­que ricer­ca­te nel­le loro abi­tu­di­ni socio-culturali.

Il primo imputato per questo crimine contro la varietà d’espressione è probabilmente l’utilizzo sfrenato della tecnologia. 

Impos­si­bi­le nega­re che la comu­ni­ca­zio­ne digi­ta­le abbia appor­ta­to del­le varia­zio­ni impor­tan­ti nel­le rea­liz­za­zio­ni les­si­ca­li degli uten­ti: la mes­sag­gi­sti­ca, com­po­sta in gran par­te da abbre­via­zio­ni e fac­ci­ne, è diven­ta­ta un’abitudine qua­si irri­nun­cia­bi­le nel mon­do con­tem­po­ra­neo, por­tan­do con sé una serie di con­se­guen­ze dele­te­rie per la com­ple­tez­za e la dif­fi­col­tà del les­si­co uti­liz­za­to. Le abi­tu­di­ni espres­si­ve lega­te alla con­ver­sa­zio­ne via sms stan­no sem­pre di più con­qui­stan­do lo spa­zio del­lo scam­bio ora­le, intro­du­cen­do la loro irri­ve­ren­te sem­pli­fi­ca­zio­ne lessicale. 

Dare la col­pa alla tec­no­lo­gia, in tut­te le sue decli­na­zio­ni, non solo rispet­to ai cel­lu­la­ri, sem­bra però un mot­to ormai ridon­dan­te e tut­to som­ma­to nean­che del tut­to per­ti­nen­te. Il 2020 appe­na pas­sa­to ha dimo­stra­to quan­to i tele­fo­ni, le video­chia­ma­te, i com­pu­ter e tut­ti i siste­mi di mes­sag­gi­sti­ca istan­ta­nea, abbia­no per­mes­so un pon­te tra per­so­ne irri­me­dia­bil­men­te distan­ti a cau­sa del­la pan­de­mia. Pri­ma di lamen­tar­ci di quan­to male ci abbia fat­to l’evoluzione tec­no­lo­gi­ca, guar­dia­mo­ci intor­no e chie­dia­mo­ci come sareb­be la nostra vita sen­za i como­di appa­rec­chi digi­ta­li. Piut­to­sto è l’utilizzo che l’uomo ne fa a ren­de­re la tec­no­lo­gia una poten­zia­le nemi­ca dell’intelligenza: di cer­to non è col­pa del nostro tele­fo­no se buo­na par­te degli uten­ti pre­fe­ri­sce pas­sa­re il suo tem­po su Insta­gram piut­to­sto che amplia­re le sue cono­scen­ze les­si­ca­li leg­gen­do un buon libro. 

Accan­to­na­to il pri­mo impu­ta­to, pas­sia­mo al secondo. 

L’ipotesi questa volta coinvolge un colpevole forse un po’ inaspettato, che sempre di più sta entrando nel lessico e nelle forme d’espressione degli idiomi mondiali: l’inglese. O meglio: il prestigio che all’inglese viene attribuito. 

Que­sto pre­sti­gio spin­ge i par­lan­ti euro­pei ad adot­ta­re sem­pre di più ter­mi­ni appar­te­nen­ti al voca­bo­la­rio d’oltremanica, eli­mi­nan­do pro­gres­si­va­men­te la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re le sfu­ma­tu­re di signi­fi­ca­to lega­te ai ter­mi­ni del loro dizio­na­rio. Natu­ral­men­te ogni lin­gua è ugual­men­te poten­te, cioè ha la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re tut­ti i con­cet­ti, ma nel momen­to in cui una sin­go­la paro­la stra­nie­ra entra nell’uso, soprat­tut­to se gode del pre­sti­gio dell’inglese, rischia di anneb­bia­re un insie­me di sino­ni­mi autoc­to­ni, e dun­que le loro gra­da­zio­ni con­cet­tua­li, e pro­vo­ca­re un inde­bo­li­men­to nel­la com­ple­tez­za les­si­ca­le di alcu­ni soggetti. 

Di nuo­vo il fune­sto 2020 appe­na pas­sa­to ci offre un como­do esem­pio di ciò: i ter­mi­ni del­la pan­de­mia (loc­k­do­wn, smart-wor­king, euro­bond, spil­lo­ver e altri) sono tut­ti paro­le ingle­si, entra­te nel­le lin­gue euro­pee e ormai diven­ta­te, ahi­noi, mol­to comu­ni. Nien­te di male in un pre­sti­to lin­gui­sti­co, che è un fat­to cul­tu­ra­le impos­si­bi­le da evi­ta­re, ma nell’ottica di un pro­ces­so di infiac­chi­men­to les­si­ca­le diven­ta un pro­ble­ma. L’uso di “loc­k­do­wn” schiac­cia ter­mi­ni come “con­fi­na­men­to”, “iso­la­men­to”, “bloc­co”, eli­mi­nan­do­li maga­ri dal­le capa­ci­tà espres­si­ve di alcu­ni parlanti. 

E se nes­su­na paro­la è ugua­le in tut­to e per tut­to ad un’altra, signi­fi­ca che le sfu­ma­tu­re con­cet­tua­li lega­te ai ter­mi­ni sopra indi­ca­ti ine­vi­ta­bil­men­te sva­ni­sco­no, si per­do­no, con­cen­tra­te den­tro il più sin­te­ti­co “loc­k­do­wn”. Il pro­ble­ma è sta­to indi­vi­dua­to anche da un inter­ven­to dell’Acca­de­mia del­la Cru­sca che sot­to­li­nea come la pre­sen­za di “modi­smi” stra­nie­ri, ter­mi­ni che van­no par­ti­co­lar­men­te di moda in un dato perio­do, nei mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne di mas­sa pos­sa limi­ta­re l’utilizzo di sino­ni­mi. La col­pa anco­ra una vol­ta è del­la pigri­zia dei par­lan­ti i qua­li, inve­ce di ser­vir­si di tut­ta la varie­tà les­si­ca­le per­mes­sa dal­la loro lin­gua, pre­fe­ri­sco­no sin­to­niz­zar­si sul­la paro­la più uti­liz­za­ta, più pre­sti­gio­sa, più di moda.

Con que­sto non si vuo­le dire che non sia mai pos­si­bi­le uti­liz­za­re i pre­sti­ti lin­gui­sti­ci ma, al fine di man­te­ne­re intat­ta la pos­si­bi­li­tà di spa­zia­re entro tut­te le sfu­ma­tu­re di un con­cet­to, sareb­be auspi­ca­bi­le che i par­lan­ti si sfor­zas­se­ro di non sof­fo­ca­re i sino­ni­mi del­la loro lin­gua con un ter­mi­ne stra­nie­ro, per quan­to più prestigioso. 

Beatrice Balbinot
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