Roberto Benigni, la suprema arte del «ridersi di tutto»

Roberto Benigni, la suprema arte del «ridersi di tutto»

1999, ceri­mo­nia degli Oscar, tre sta­tuet­te per un film ita­lia­no, un uomo ammat­ti­to che sal­ta sugli schie­na­li dei pre­sti­gio­si sedi­li dell’Accademy, e con un sor­ri­so a tren­ta­due den­ti cor­re sul pal­co­sce­ni­co più rino­ma­to del­lo sce­na­rio cine­ma­to­gra­fi­co, rega­la abbrac­ci a chiun­que capi­ti nel suo cam­po visi­vo, ma in real­tà abbrac­cia sé stesso. 

Il suo nome: Roberto Benigni. 

Si con­gra­tu­la con un pub­bli­co di rigo­ro­sis­si­me figu­re emble­ma­ti­che del cine­ma sta­tu­ni­ten­se e non solo, incar­toc­cian­do­si in un discor­so dall’inglese più spon­ta­neo e improv­vi­sa­to che si pos­sa imma­gi­na­re, dinan­zi alle postu­re com­po­ste e rigi­de di atto­ri che non sapreb­be­ro come atteg­giar­si fuo­ri dagli sche­mi di un copione. 

Men­tre par­la al micro­fo­no anna­spa in cer­ca di ossi­ge­no, che la poten­te scos­sa emo­ti­va gli sta sot­traen­do; mani­fe­sta l’onda di gra­ti­tu­di­ne che tem­pe­ra i suoi arti gesti­co­lan­do irre­fre­na­bil­men­te, non men­zio­na la per­se­ve­ran­za, ma rin­gra­zia i suoi geni­to­ri per aver­gli dona­to il pri­vi­le­gio di aver potu­to spe­ri­men­ta­re sul­la pro­pria pel­le cosa fos­se vera­men­te la pover­tà, per poi fini­re con l’ultimo ver­so del Para­di­so di Dan­te Ali­ghie­ri: «L’amor che move il sole e l’altre stel­le», e pro­prio come una super­no­va, implo­de nel­la sua scon­fi­na­ta ener­gia, lascian­do tut­ti a boc­ca aperta.

La vita è bel­la (1997), un attri­to tra cri­ti­ca rim­pro­ve­ran­te e venerante. 

Una pellicola che inneggia all’esistenza, adottando la tecnica di esasperazione in ogni sua parte, al fine di scuotere anche lo spettatore più disattento. 

Così la pri­ma metà del film assu­me i trat­ti di una fia­ba uto­pi­ca, men­tre la secon­da segue le trac­ce di un dila­nian­te dolo­re dal disto­pi­co umo­ri­smo. Sicu­ra­men­te pochi avran­no però nota­to come sia que­sta anche un’allegorica immer­sio­ne nel­la bio­gra­fia del mede­si­mo regista. 

La vita di Beni­gni è pro­prio rias­su­mi­bi­le nel­la fra­se inci­pit del film: «Que­sta è una sto­ria sem­pli­ce, eppu­re non è faci­le rac­con­tar­la». Diva­rio tra sem­pli­ci­tà e faci­li­tà, tra sto­ria e rac­con­to, su que­ste dico­to­mie gio­ca il per­cor­so del­l’at­to­re, che ora, pro­prio come il pic­co­lo Gio­suè all’epilogo del film, può final­men­te gri­da­re alla vita “ho vinto”.

Nasce a Man­cia­no la Mise­ri­cor­dia, in pro­vin­cia di Arez­zo, il 27 otto­bre del 1952; cre­sce a Ver­ga­io, fra­zio­ne di Pra­to, in una mode­sta fami­glia con­ta­di­na, Rober­to Remi­gio Beni­gni, sopran­no­mi­na­to “spic­cio­lo” per la sua minu­ta statura. 

I genitori lo volevano prete, oggi, ateo e facoltoso, Benigni non adora Dio, bensì la fede, la speranza nell’opera, congegnando un al di là in autodidatta manodopera, simulando i sentieri percorsi da innumerevoli e famigerate penne del Novecento (da Svevo a Montale). 

Dal­la poe­sia estem­po­ra­nea al tea­tro d’avanguardia per appro­da­re poi al cine­ma, ma il fasci­no di quest’uomo dal capel­lo sba­raz­zi­no e la cami­cia fuo­ri posto risie­de pro­prio nell’inca­pa­ci­tà di col­lo­car­lo in un pro­fi­lo spe­ci­fi­co.

Regi­sta? Atto­re? Comi­co? Divul­ga­to­re? Ogni boc­ca si dilet­ta in defi­ni­zio­ni dif­fe­ren­ti, quan­do Beni­gni lascia inten­de­re quan­to egli abor­ri in pri­ma per­so­na il con­cet­to di sta­ti­co incasellamento. 

Allorquando indossa la sciarpa rossa è dietro le quinte a costruire, e se rimossa dal collo è un burattino nelle mani del suo stesso cosmo. 

Un intrec­cio di tra­me equi­vo­can­ti, per­so­nag­gio dina­mi­co e impre­ve­di­bi­le, ipe­rat­ti­vo di un eros rivol­to all’arte nel suo insie­me di astra­zio­ni, pri­ma sol­le­ti­ca le risa del­la tv più media­ti­ca con un umo­ri­smo tal­vol­ta tri­via­le e graf­fian­te e poi, quan­do il mon­do lo ave­va ormai attri­bui­to alla com­me­dia, si pren­de gio­co del mon­do stes­so, e sfor­na il perio­do di Tut­to Dan­te, leg­ge la Divi­na Com­me­dia in piaz­za del­la Signo­ria a Firen­ze ipno­tiz­zan­do ascol­ta­to­ri che, stu­pi­ti da una tale polie­dri­ci­tà, gli ubbi­di­sco­no in silenzio. 

E dopo giun­ge il tur­no del­la Costi­tu­zio­ne, “La più bel­la del mon­do”, come anche dei Die­ci Coman­da­men­ti, per­ché non è neces­sa­rio esse­re scru­po­lo­sa­men­te reli­gio­si, per ammi­ra­re con magne­ti­smo e curio­so studio.

L’elenco dei rico­no­sci­men­ti che ha rice­vu­to non è mate­ria di que­sto arti­co­lo (tali infor­ma­zio­ni sono facil­men­te repe­ri­bi­li su Wiki­pe­dia), qui si dà spa­zio a un’indagine intro­spet­ti­va. Il sug­ge­ri­men­to è quel­lo di osser­va­re le moven­ze di quel­lo che mol­to spes­so appa­ri­reb­be un sem­pli­ciot­to pagliac­cio di cor­te con un fil­tro inat­te­so e intri­gan­te, che sca­vi più a fon­do nel­la sua figura. 

Dietro a quella maschera da Pulcinella si cela infatti il più delle volte una greve e rivoluzionaria inchiesta sulla contemporaneità. 

Il segre­to per com­pren­de­re la bef­fa di Beni­gni risie­de nel pren­der­la sul serio. La sua riu­sci­ta è garan­ti­ta dal disve­la­men­to dell’elasticità a cui dover­si affi­lia­re, nel bene e nel male. Una vera e pro­pria invet­ti­va con­tro la dege­ne­ra­zio­ne di una tele­vi­sio­ne mono­ca­na­le che ha il pote­re di indi­riz­za­re i gusti dell’udienza, e lo fa nel modo sbagliato. 

Vit­ti­ma dell’inevitabile accre­sci­men­to con­cor­ren­zia­le dona­to dal mon­do glo­ba­liz­za­to, essa va degra­dan­do­si in mate­ria di altez­za dei con­te­nu­ti pro­po­sti, e l’imprevedibilità del per­so­nag­gio costrui­to da Beni­gni iden­ti­fi­ca alla per­fe­zio­ne la fran­tu­ma­zio­ne del mito libe­ri­sta di miglio­ra­men­to dei prodotti. 

La denuncia che egli incarna assume perciò le fattezze dei due lati del mezzo, passando dalla barbarica condotta da sciocco del villaggio alla riesumazione dell’erudizione più altolocata: una pura e chiara dimostrazione di ciò che viene esibito e richiesto contro le potenzialità sciupate a disposizione.

Con Beni­gni non si ha solo la testi­mo­nian­za di una pos­si­bi­li­tà di asce­sa e net­ta riven­di­ca­zio­ne socia­le (dal pae­si­no tosca­no alla Melam­po Cine­ma­to­gra­fi­ca), ma anche la labi­le nostal­gia per le for­mu­le più sem­pli­ci e sin­ce­re, con il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di ritar­da­re la fata­le dipar­ti­ta del mito di un uomo che, pri­ma anco­ra d’ogni tito­lo, è. 

Nel suo intrat­te­nen­te e spas­so­so iro­niz­za­re, Beni­gni cer­ca di risve­glia­re un pub­bli­co che va sedan­do­si gra­dual­men­te, e qua­le meto­do più sopraf­fi­no del­lo scher­zo, per inca­te­na­re atten­zio­ni? Così la sua silhouet­te per­spi­ca­ce e intra­pren­den­te ele­va l’urgenza del riso, cele­bran­do­ne il gio­co­so e pro­pul­si­vo dina­mi­smo pri­mi­ti­vo, ma non solo: la bur­la beni­gna­na è con­ta­gio­sa, ma fol­leg­gia attor­no a ciò che, di natu­ra, risa­te non desta. 

L’attitudine tra­gi­co­mi­ca con cui descri­ve cala­mi­tà qua­li la mafia (John­ny Stec­chi­no, 1992), i delit­ti di cro­na­ca (Il Mostro, 1994), le dila­gan­ti con­trad­di­zio­ni dell’uomo moder­no (Il Pic­co­lo Dia­vo­lo, 1988), lo ren­do­no simi­le a uno dei per­so­nag­gi abboz­za­ti dal Piran­del­lo, epi­fa­ni­co, incan­de­scen­te fab­bro di un novi­zio desti­no, sen­za nome e abbon­dan­te di cari­sma empa­ti­co nei con­fron­ti del­la for­tu­na, nono­stan­te essa casti­ghi e non risparmi. 

Ma al contempo i suoi toni provocatori, la sua parlantina senza peli sulla lingua, la schiettezza innocente e puerile che lo connotano, ne ricordano alcuni tratti sintetici e rinnovati del Gian Burrasca, nostalgico dell’esuberante libertà espressiva infantile, iperbole ingenua e incolpevole. 

Un Gep­pet­to arti­gia­no del suo lato da Pinoc­chio, la pros­si­ma vol­ta che si ha occa­sio­ne di guar­da­re un Beni­gni men­tre sgam­bet­ta da una pla­tea all’altra, sol­le­ci­tan­do con­tat­to fisi­co con la stes­sa foga di un sus­sul­to sismi­co, gio­can­do con le paro­le come coi tas­sel­li di un puzz­le, intral­cian­do i pro­get­ti di inter­vi­sta di un qual­sia­si ser­vi­zio, per­si­no e for­se soprat­tut­to nei talk show ame­ri­ca­ni, si deno­ti que­sto ane­li­to al bas­so, all’humus del sen­ti­men­to, al pre­gio più basi­la­re e più sot­to­va­lu­ta­to, sul­le note di una melo­dia che rim­bal­za sopra ai rit­mi di una viva­cis­si­ma malin­co­nia, così radi­ca­ta che è impos­si­bi­le tener­la ferma. 

E quin­di, effer­ve­scen­te come una far­sa arlec­chi­na impos­si­bi­le da scar­ta­re per soprav­vi­ve­re al tedio­so anal­fa­be­ti­smo fun­zio­na­le dei nuo­vi mass media scan­di­ti dai nume­ri e non dagli effet­ti, Beni­gni non sta mai sedu­to com­po­sto.

Leg­ge­ro, buf­fis­si­mo, luna­re, miste­rio­so, bal­le­ri­no, mimo, che fa ride­re e pian­ge­re. Ha il fasci­no dei per­so­nag­gi del­le fia­be, del­le gran­di inven­zio­ni letterarie…

cit. Fede­ri­co Fellini
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Alice Sebastiano
Di Mila­no. Stu­dio inter­na­tio­nal poli­tics, law and eco­no­mics, nasco nel 2001 e ho il cal­lo sull’anulare per la pres­sio­ne del­la biro sin dal­la pri­ma ele­men­ta­re. Elo­gio la nobi­le vir­tù dell’ascolto reci­pro­co. Scri­vo per legit­ti­ma dife­sa, il pia­ce­re per­so­na­le è poi accessorio.

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