Del: 15 Gennaio 2021 Di: Redazione Commenti: 0
Roberto Benigni, la suprema arte del «ridersi di tutto»

1999, cerimonia degli Oscar, tre statuette per un film italiano, un uomo ammattito che salta sugli schienali dei prestigiosi sedili dell’Accademy, e con un sorriso a trentadue denti corre sul palcoscenico più rinomato dello scenario cinematografico, regala abbracci a chiunque capiti nel suo campo visivo, ma in realtà abbraccia sé stesso.

Il suo nome: Roberto Benigni.

Si congratula con un pubblico di rigorosissime figure emblematiche del cinema statunitense e non solo, incartocciandosi in un discorso dall’inglese più spontaneo e improvvisato che si possa immaginare, dinanzi alle posture composte e rigide di attori che non saprebbero come atteggiarsi fuori dagli schemi di un copione.

Mentre parla al microfono annaspa in cerca di ossigeno, che la potente scossa emotiva gli sta sottraendo; manifesta l’onda di gratitudine che tempera i suoi arti gesticolando irrefrenabilmente, non menziona la perseveranza, ma ringrazia i suoi genitori per avergli donato il privilegio di aver potuto sperimentare sulla propria pelle cosa fosse veramente la povertà, per poi finire con l’ultimo verso del Paradiso di Dante Alighieri: «L’amor che move il sole e l’altre stelle», e proprio come una supernova, implode nella sua sconfinata energia, lasciando tutti a bocca aperta.

La vita è bella (1997), un attrito tra critica rimproverante e venerante.

Una pellicola che inneggia all’esistenza, adottando la tecnica di esasperazione in ogni sua parte, al fine di scuotere anche lo spettatore più disattento.

Così la prima metà del film assume i tratti di una fiaba utopica, mentre la seconda segue le tracce di un dilaniante dolore dal distopico umorismo. Sicuramente pochi avranno però notato come sia questa anche un’allegorica immersione nella biografia del medesimo regista.

La vita di Benigni è proprio riassumibile nella frase incipit del film: «Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla». Divario tra semplicità e facilità, tra storia e racconto, su queste dicotomie gioca il percorso dell’attore, che ora, proprio come il piccolo Giosuè all’epilogo del film, può finalmente gridare alla vita “ho vinto”.

Nasce a Manciano la Misericordia, in provincia di Arezzo, il 27 ottobre del 1952; cresce a Vergaio, frazione di Prato, in una modesta famiglia contadina, Roberto Remigio Benigni, soprannominato “spicciolo” per la sua minuta statura.

I genitori lo volevano prete, oggi, ateo e facoltoso, Benigni non adora Dio, bensì la fede, la speranza nell’opera, congegnando un al di là in autodidatta manodopera, simulando i sentieri percorsi da innumerevoli e famigerate penne del Novecento (da Svevo a Montale).

Dalla poesia estemporanea al teatro d’avanguardia per approdare poi al cinema, ma il fascino di quest’uomo dal capello sbarazzino e la camicia fuori posto risiede proprio nell’incapacità di collocarlo in un profilo specifico.

Regista? Attore? Comico? Divulgatore? Ogni bocca si diletta in definizioni differenti, quando Benigni lascia intendere quanto egli aborri in prima persona il concetto di statico incasellamento.

Allorquando indossa la sciarpa rossa è dietro le quinte a costruire, e se rimossa dal collo è un burattino nelle mani del suo stesso cosmo.

Un intreccio di trame equivocanti, personaggio dinamico e imprevedibile, iperattivo di un eros rivolto all’arte nel suo insieme di astrazioni, prima solletica le risa della tv più mediatica con un umorismo talvolta triviale e graffiante e poi, quando il mondo lo aveva ormai attribuito alla commedia, si prende gioco del mondo stesso, e sforna il periodo di Tutto Dante, legge la Divina Commedia in piazza della Signoria a Firenze ipnotizzando ascoltatori che, stupiti da una tale poliedricità, gli ubbidiscono in silenzio.

E dopo giunge il turno della Costituzione, “La più bella del mondo”, come anche dei Dieci Comandamenti, perché non è necessario essere scrupolosamente religiosi, per ammirare con magnetismo e curioso studio.

L’elenco dei riconoscimenti che ha ricevuto non è materia di questo articolo (tali informazioni sono facilmente reperibili su Wikipedia), qui si dà spazio a un’indagine introspettiva. Il suggerimento è quello di osservare le movenze di quello che molto spesso apparirebbe un sempliciotto pagliaccio di corte con un filtro inatteso e intrigante, che scavi più a fondo nella sua figura.

Dietro a quella maschera da Pulcinella si cela infatti il più delle volte una greve e rivoluzionaria inchiesta sulla contemporaneità.

Il segreto per comprendere la beffa di Benigni risiede nel prenderla sul serio. La sua riuscita è garantita dal disvelamento dell’elasticità a cui doversi affiliare, nel bene e nel male. Una vera e propria invettiva contro la degenerazione di una televisione monocanale che ha il potere di indirizzare i gusti dell’udienza, e lo fa nel modo sbagliato.

Vittima dell’inevitabile accrescimento concorrenziale donato dal mondo globalizzato, essa va degradandosi in materia di altezza dei contenuti proposti, e l’imprevedibilità del personaggio costruito da Benigni identifica alla perfezione la frantumazione del mito liberista di miglioramento dei prodotti.

La denuncia che egli incarna assume perciò le fattezze dei due lati del mezzo, passando dalla barbarica condotta da sciocco del villaggio alla riesumazione dell’erudizione più altolocata: una pura e chiara dimostrazione di ciò che viene esibito e richiesto contro le potenzialità sciupate a disposizione.

Con Benigni non si ha solo la testimonianza di una possibilità di ascesa e netta rivendicazione sociale (dal paesino toscano alla Melampo Cinematografica), ma anche la labile nostalgia per le formule più semplici e sincere, con il disperato tentativo di ritardare la fatale dipartita del mito di un uomo che, prima ancora d’ogni titolo, è.

Nel suo intrattenente e spassoso ironizzare, Benigni cerca di risvegliare un pubblico che va sedandosi gradualmente, e quale metodo più sopraffino dello scherzo, per incatenare attenzioni? Così la sua silhouette perspicace e intraprendente eleva l’urgenza del riso, celebrandone il giocoso e propulsivo dinamismo primitivo, ma non solo: la burla benignana è contagiosa, ma folleggia attorno a ciò che, di natura, risate non desta.

L’attitudine tragicomica con cui descrive calamità quali la mafia (Johnny Stecchino, 1992), i delitti di cronaca (Il Mostro, 1994), le dilaganti contraddizioni dell’uomo moderno (Il Piccolo Diavolo, 1988), lo rendono simile a uno dei personaggi abbozzati dal Pirandello, epifanico, incandescente fabbro di un novizio destino, senza nome e abbondante di carisma empatico nei confronti della fortuna, nonostante essa castighi e non risparmi.

Ma al contempo i suoi toni provocatori, la sua parlantina senza peli sulla lingua, la schiettezza innocente e puerile che lo connotano, ne ricordano alcuni tratti sintetici e rinnovati del Gian Burrasca, nostalgico dell’esuberante libertà espressiva infantile, iperbole ingenua e incolpevole.

Un Geppetto artigiano del suo lato da Pinocchio, la prossima volta che si ha occasione di guardare un Benigni mentre sgambetta da una platea all’altra, sollecitando contatto fisico con la stessa foga di un sussulto sismico, giocando con le parole come coi tasselli di un puzzle, intralciando i progetti di intervista di un qualsiasi servizio, persino e forse soprattutto nei talk show americani, si denoti questo anelito al basso, all’humus del sentimento, al pregio più basilare e più sottovalutato, sulle note di una melodia che rimbalza sopra ai ritmi di una vivacissima malinconia, così radicata che è impossibile tenerla ferma.

E quindi, effervescente come una farsa arlecchina impossibile da scartare per sopravvivere al tedioso analfabetismo funzionale dei nuovi mass media scanditi dai numeri e non dagli effetti, Benigni non sta mai seduto composto.

Leggero, buffissimo, lunare, misterioso, ballerino, mimo, che fa ridere e piangere. Ha il fascino dei personaggi delle fiabe, delle grandi invenzioni letterarie…

cit. Federico Fellini

Articolo di Alice Sebastiano.

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