Singapore, lo strano caso delle “case chiodo”

Le chia­ma­no “nail hou­ses”, appun­to, case chio­do, e que­sto è per­ché rifiu­ta­no di far­si bat­te­re, meta­fo­ri­ca­men­te, dai mar­tel­li di un’edilizia sem­pre asse­ta­ta di spa­zi come quel­la di Sin­ga­po­re, ad esem­pio, una del­le capi­ta­li del­la moder­niz­za­zio­ne asia­ti­ca. Stia­mo par­lan­do di un feno­me­no par­ti­co­lar­men­te dif­fu­so in Asia, e non a caso la ter­mi­no­lo­gia nail hou­ses è rical­ca­ta sul cine­se ding­zi­hu, ma che ricor­da la situa­zio­ne ini­zia­le del famo­so film Disney, Up: una caset­ta cir­con­da­ta da can­tie­ri e un anzia­no signo­re che non vuo­le vendere.

E in effet­ti, mol­ti dei pro­prie­ta­ri del­le nail hou­ses si rifiu­ta­no cede­re il ter­re­no, nono­stan­te le cifre spes­so ele­va­te che sono loro offer­te dal­le impre­se di costru­zio­ne. Come nel caso pro­po­sto nei gior­ni scor­si da un arti­co­lo del­la BBC rife­ri­to a Sin­ga­po­re, dove un’impresa vuo­le rea­liz­za­re tre palaz­zi al posto di un pic­co­lo com­ples­so di caset­te, ma due dei pro­prie­ta­ri non voglio­no cedere. 

Così, capita che le vecchie case vengano circondate da palazzi moderni o centri commerciali, o addirittura finiscano per ritrovarsi nel bel mezzo di una super strada. Ma quali sono le cause di questo fenomeno?

Pen­sia­mo a una cit­tà come Sin­ga­po­re, dove si par­la di una den­si­tà di 8mila per­so­ne per chi­lo­me­tro qua­dra­to. Dal 1965, data dell’indipendenza dall’Inghilterra, la cit­tà ha lavo­ra­to per sot­trar­re al mare i ter­re­ni cir­co­stan­ti espan­den­do­si del 20 per cen­to, uti­liz­zan­do gran­di quan­ti­tà di sab­bia impor­ta­ta da ogni dove. Eppu­re, anco­ra oggi, c’è una gra­ve man­can­za di spazio.

In un tale con­te­sto, le poche aree a bas­sa den­si­tà edi­li­zia che anco­ra ci sono, dove sor­go­no abi­ta­zio­ni pri­va­te con maga­ri pic­co­li giar­di­ni, entra­no nel miri­no di socie­tà immo­bi­lia­ri inte­res­sa­te a rea­liz­za­re gran­di com­ples­si con palaz­zi mul­ti­pia­no uno accan­to all’altro. E se qual­che pro­prie­ta­rio non vuo­le ven­de­re, si costrui­sce attor­no alla nail hou­se, desti­na­ta a rima­ne­re lì, schiac­cia­ta dai gigan­ti. Non ci può esse­re infat­ti il lie­to svi­lup­po del film Up dove il pro­prie­ta­rio vola via con la sua casa. Lo stes­so feno­me­no si mani­fe­sta anche dove appa­ren­te­men­te ci sareb­be spa­zio ma il model­lo di svi­lup­po pro­po­ne comun­que di pun­ta­re su gran­di cit­tà con ele­va­ta den­si­tà edi­li­zia, come avve­nu­to negli ulti­mi anni in Cina. 

Riguar­do a que­sto sta­to, dove il feno­me­no ha assun­to note­vo­le rile­van­za negli ulti­mi anni, Ste­ve Hess, pro­fes­so­re di scien­ze poli­ti­che alla Tran­syl­va­nia Uni­ver­si­ty del Ken­tuc­ky, in un arti­co­lo inti­to­la­to Nail-Hou­ses, Land Rights, and Fra­mes of Inju­sti­ce on China’s Pro­te­st Land­sca­pe, ha par­la­to di una vera e pro­pria bat­ta­glia tra pro­prie­ta­ri e pote­re. Un con­flit­to che avreb­be radi­ci sia cul­tu­ra­li, tra­di­zio­ne vs. moder­ni­tà, sia sen­ti­men­ta­li, dal momen­to che chi non ven­de, mol­te vol­te lo fa per pro­teg­ge­re i pro­pri ricor­di, il pro­prio giar­di­no da un mare di cemen­to e tecnologia. 

Già perché i proprietari resistono in Cina, a Singapore come altrove, di regola non per ragioni economiche, ma per “salvare” condizioni di vita che non potrebbero avere altrimenti, trattandosi di contesti dove andarsene significa finire in un qualche anonimo appartamento.

Guar­dan­do la vicen­da dall’esterno, ten­dia­mo istin­ti­va­men­te a sim­pa­tiz­za­re per i pro­prie­ta­ri che non cedo­no, per­ché si trat­ta di vicen­de che ripro­pon­go­no l’ennesima lot­ta del pic­co­lo con­tro il gran­de, Davi­de con­tro Golia, e poi per­ché sia­mo affa­sci­na­ti da que­ste vite che voglio­no man­te­ne­re una qua­li­tà lega­ta a una sto­ria e a un ambien­te. Potreb­be sedur­ci anche la bel­lez­za che vedia­mo spes­so in que­sti inse­dia­men­ti in quan­to imma­gi­ne di una tra­di­zio­ne che si con­trap­po­ne a alla moder­ni­tà; non a caso nel web si tro­va­no mol­tis­si­me foto così come nel­le rivi­ste e nei siti di archi­tet­tu­ra. Addi­rit­tu­ra, nel Regno Uni­to, si par­la di pro­teg­ge­re le neil hou­ses come cul­tu­ral heri­ta­ge.

Non pos­sia­mo nascon­der­ci che chi resi­ste va poi incon­tro e rischi, pres­sio­ni, svan­tag­gi pesan­ti. Mol­te foto ci mostra­no sce­na­ri di situa­zio­ni invi­vi­bi­li, spe­cie in con­te­sti come quel­li asia­ti­ci dove la leg­ge e la cul­tu­ra spes­so tute­la­no meno l’individuo rispet­to a quan­to acca­de in Occi­den­te, dove non a caso tro­via­mo inve­ce esem­pi di nail hou­ses bel­le, per­fet­ta­men­te vivi­bi­li. E vie­ne da chie­der­si se quei pro­prie­ta­ri, in fon­do, non pro­pon­ga­no un model­lo di vita che, se pure oggi mar­gi­na­liz­za­to in mol­te real­tà, potreb­be esse­re più uma­no e soste­ni­bi­le nel lun­go periodo.

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Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

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