Come la sfiducia genera il complottismo

Come nasce un complotto?

C’è chi sostie­ne che al posto del vac­ci­no ven­ga iniet­ta­to il 5G, chi pen­sa che la pan­de­mia sia un com­plot­to ordi­to da Sata­na ai dan­ni dell’Occidente, chi urla alla dit­ta­tu­ra sani­ta­ria, chi ritie­ne che lo sbar­co sul­la Luna sia solo un ritoc­co ben riu­sci­to, e chi inve­ce è con­vin­to che il mon­do sia gover­na­to da una cer­chia ristret­ta di poten­ti miliar­da­ri, il cui obiet­ti­vo sareb­be quel­lo di col­pi­re l’ex pre­si­den­te ame­ri­ca­no Donald Trump, che da tem­po com­bat­te con­tro que­sta congrega. 

Si potreb­be anda­re avan­ti all’infinito, elen­can­do le innu­me­re­vo­li teo­rie del com­plot­to che negli ulti­mi mesi sono sali­te agli ono­ri del­la cro­na­ca, com­pli­ce il dif­fu­so cli­ma di ten­sio­ne, pau­ra e incer­tez­za deri­va­to dall’emergenza sani­ta­ria. Ma fac­cia­mo un pas­so indie­tro per ten­ta­re di inqua­dra­re il feno­me­no dal­le sue ori­gi­ni, deli­nean­do­ne un qua­dro quan­to più chia­ro e comprensibile.

Pur veicolando sempre informazioni false o solo parzialmente fondate, le tesi cospirazioniste portano sempre con sé un granello di verità, dal quale prendono spunto per ingigantire un problema, esasperare gli animi e trovare un capro espiatorio da condannare. 

A gio­ca­re un ruo­lo fon­da­men­ta­le, in que­sto sen­so, sono le emo­zio­ni uma­ne, che ine­vi­ta­bil­men­te influi­sco­no sul­le moda­li­tà con le qua­li ci rela­zio­nia­mo con il mon­do ester­no. La nostra quo­ti­dia­ni­tà è costel­la­ta di scel­te e deci­sio­ni, più o meno signi­fi­ca­ti­ve, alle qua­li ci approc­cia­mo con un far­ci­to baga­glio di infor­ma­zio­ni, espe­rien­ze e pre­giu­di­zi da cui è dif­fi­ci­le libe­rar­ci. Si trat­ta dei cosid­det­ti bias cogni­ti­vi (bias, in ingle­se, signi­fi­ca ten­den­za, ma anche erro­re e fazio­si­tà), ovve­ro­sia una par­ti­co­la­re incli­na­zio­ne con la qua­le si inte­ra­gi­sce con il mon­do, che si dispie­ga ai nostri occhi attra­ver­so una len­te già gra­dua­ta dai nostri sen­ti­men­ti. Il bias, di fat­to, è un erro­re siste­ma­ti­co, una scor­cia­to­ia sfrut­ta­ta dal­la men­te per rispar­mia­re le pro­prie risor­se, che altri­men­ti andreb­be­ro per­du­te in ana­li­si cri­ti­che e ragio­na­men­ti complessi. 

Davan­ti al timo­re dell’ignoto, costa mol­ta meno fati­ca con­vin­cer­si del fat­to che sia tut­to stu­dia­to a tavo­li­no da una ristret­ta cer­chia di mani­po­la­to­ri, anzi­ché ammet­te­re con umil­tà di esse­re a cor­to di rispo­ste. Nien­te di più̀ lon­ta­no dal­la scien­za, che inve­ce rac­co­glie ed esa­mi­na dati e infor­ma­zio­ni per tra­sfor­mar­le in nozio­ni, azze­ran­do i bias cogni­ti­vi e accet­tan­do che ogni teo­ria, davan­ti a una nuo­va evi­den­za, pos­sa esse­re riconsiderata. 

A tut­to ciò si aggiun­ge il costan­te biso­gno del­la men­te uma­na di tro­va­re uno sche­ma ad ogni costo, sostie­ne l’esperta di comu­ni­ca­zio­ne Anna Maria Testa, secon­do cui l’essere uma­no è alla peren­ne ricer­ca di sen­so, con il rischio che que­sta ten­den­za si esa­spe­ri e si tra­du­ca in una for­za­tu­ra, che intra­ve­de lega­mi di cau­sa-effet­to anche dove non sus­si­sto­no. Uno dei moti­vi per i qua­li le teo­rie del com­plot­to tro­va­no tan­to con­sen­so, infat­ti, è che rispon­do­no per­fet­ta­men­te al biso­gno di impor­re una strut­tu­ra al mon­do e di tro­va­re un perché.

«Identificare disegni laddove non esistono», scrive Roland Imhoff in un prezioso contributo su The Vision, «ci lascia almeno la sensazione di avere una certa forma di controllo». 

Que­ste con­si­de­ra­zio­ni han­no fat­to sì che gli stu­dio­si giun­ges­se­ro alla con­clu­sio­ne che la pre­di­spo­si­zio­ne a inven­ta­re o spo­sa­re una teo­ria del com­plot­to non dipen­da tan­to dal­la teo­ria in sé, né dai con­te­nu­ti che dif­fon­de, ma più in gene­ra­le dal­la visio­ne del mon­do che cia­scu­no ha e dal­la capa­ci­tà o meno di met­te­re in discus­sio­ne le pro­prie ance­stra­li con­vin­zio­ni. Non è un caso che le teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste abbia­no ritro­va­to vigo­re nei mesi cal­di del­la pan­de­mia, quan­do a regna­re era­no l’incertezza, la pau­ra dell’ignoto e la fru­stra­zio­ne. Spes­so, infat­ti, sia­mo por­ta­ti a con­si­de­ra­re i soste­ni­to­ri di tali teo­rie come fol­li o para­noi­ci, rele­gan­do que­sto enor­me pro­ble­ma a una que­stio­ne di salu­te men­ta­le del sin­go­lo. In real­tà, sono soprat­tut­to le cri­ti­ci­tà socia­li a costi­tui­re un ter­re­no fer­ti­le per que­sto tipo di tesi, che attec­chi­sco­no dove a man­ca­re sono fidu­cia — nel­le isti­tu­zio­ni, nel­la scien­za e in gene­ra­le nel­la socie­tà — e spi­ri­to critico.

Cre­de­re che l’imbroglio sia sem­pre die­tro l’angolo, tut­ta­via, e che l’umanità inte­ra sia sog­gio­ga­ta da una squa­dra di astu­ti burat­ti­nai, non è solo il frut­to di un desi­de­rio spa­smo­di­co di con­trol­lo, ma può anche dare al cospi­ra­zio­ni­sta la sen­sa­zio­ne di aver sve­la­to il misfat­to e di aver sco­per­to, a dif­fe­ren­za del­le mas­se igno­ran­ti, la pura verità.

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Carlotta Ruocco
Sono nata a Lec­co nel 1995 e — cir­ca da quan­do ne ho facol­tà — scri­vo. Ho ini­zia­to con gli sca­ra­boc­chi sul muro del­la came­ret­ta, poi ho deci­so che avrei volu­to far­ne un mestie­re. Ci sto lavo­ran­do. Nell’elenco del­le mie cose pre­fe­ri­te al mon­do ci sono le cola­zio­ni all’aperto, i discor­si pie­ni e le coper­ti­ne di Internazionale.

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