Contratti di lavoro nel food delivery, è tutto in regola?

Contratti di lavoro nel food delivery, è tutto in regola?

La Pro­cu­ra di Mila­no sta svol­gen­do un’indagine fisca­le per deter­mi­na­re la lega­li­tà dei con­trat­ti nel­le azien­de di distri­bu­zio­ne dei pro­dot­ti di risto­ra­zio­ne (Just Eat, Deli­ve­roo, Uber Eats e Glo­vo-Foo­di­n­ho), al momen­to vi sono sei per­so­ne inda­ga­te per­so­ne per vio­la­zio­ne del­la nor­ma­ti­va sul­la sicu­rez­za e tute­la nei posti di lavoro. 

La noti­zia arri­va come una bom­ba tra i rider, che final­men­te sem­bra­no vede­re la luce alla fine del tun­nel. Deli­ve­ran­ce Mila­no ne par­la come di un duro col­po alla nar­ra­zio­ne di chi abu­sa del lavo­ro occa­sio­na­le e dei dirit­ti dei lavoratori.

Per lavorare nel food delivery basta avere una bicicletta, uno smartphone e ritirare il kit in azienda.

L’app infor­ma il rider sul­le fasce ora­rie dispo­ni­bi­li, que­sti si iscri­ve, pre­no­ta la ses­sio­ne e par­te per la con­se­gna. Ci sono degli ora­ri di pre­no­ta­zio­ne, l’algoritmo sce­glie in base al pun­teg­gio otte­nu­to con le con­se­gne quan­do per­met­te­re al rider di pre­no­tar­si: chi ha un pun­teg­gio più alto (si ottie­ne sol­tan­to con le mag­gio­ra­zio­ni date nei wee­kend e negli ora­ri sera­li) vi acce­de pri­ma. La nar­ra­zio­ne del­le azien­de è sem­pre sta­ta quel­la del lavo­ro da sogno, in cui si può deci­de­re da sé quan­do e quan­to lavo­ra­re, si ha la pos­si­bi­li­tà di gua­da­gna­re mol­to oppu­re si può man­te­ne­re il deli­ve­ry come secon­do lavo­ro per arrotondare.

Ripro­va di tale nar­ra­zio­ne era sta­ta la pub­bli­ca­zio­ne su La Stam­pa dell’inter­vi­sta a Emi­lia­no Zap­pa­là, com­mer­cia­li­sta al qua­le le restri­zio­ni Covid ave­va­no impe­di­to di man­te­ne­re aper­to lo stu­dio e che quin­di si sareb­be dato al food deli­ve­ry facen­do 100 km al gior­no in bici­clet­ta e arri­van­do a gua­da­gna­re anche 4000 euro l’anno. Pec­ca­to che l’articolo sia sta­to smen­ti­to, l’intervistato rispon­de a nome Ema­nue­le, non ave­va uno stu­dio di com­mer­cia­li­sta, ma era sta­to assun­to in pro­va per uno stu­dio di buste paghe, e deci­sa­men­te non per­cor­re­va 100 km al gior­no in bicicletta.

La situa­zio­ne, quin­di, è ben diver­sa da quan­to le azien­de pro­spet­ta­no. I rider lamen­ta­no da tem­po di tro­var­si in con­di­zio­ni di lavo­ro pre­ca­rie, con paghe ridot­te al mini­mo, sot­to­li­nea­no la man­can­za di pre­vi­den­za socia­le e nes­sun soste­gno per quan­to riguar­da malat­tia, ferie, infor­tu­ni. Il pro­ble­ma è che sono anco­ra con­si­de­ra­ti lavo­ra­to­ri auto­no­mi sul­la car­ta, cioè dei lavo­ra­to­ri che sal­tua­ria­men­te col­la­bo­ra­no con la piat­ta­for­ma: il pun­to è che mol­ti dei rider vivo­no di que­sto impie­go e la sto­ria del lavo­ret­to per arro­ton­da­re si allon­ta­na sem­pre di più dal­la realtà.

L’Italia è uno dei primi Paesi a prendere una posizione in questa discussione, tanto che molti altri stanno prendendo esempio dai nostri provvedimenti. 

Nel Regno Uni­to si è giun­ti a dichia­ra­re che i rider che uti­liz­za­no l’app di Uber sono suoi lavo­ra­to­ri e quin­di devo­no poter acce­de­re alle misu­re di assi­sten­za che un qual­sia­si dipen­den­te ha. Negli USA, in Cali­for­nia, è sta­ta pro­mul­ga­ta l’Assem­bly Bill (AB5) nel gen­na­io 2020, leg­ge che clas­si­fi­ca i rider come lavo­ra­to­ri dipen­den­ti. In Austra­lia, inve­ce, spo­po­la la piat­ta­for­ma Door­dash, che addi­rit­tu­ra impor­reb­be ai rider l’utilizzo di una red card, che chie­de­reb­be loro di pren­der con­tat­ti con il risto­ran­te, pagar­lo diret­ta­men­te e poi pren­der­si cura del clien­te e del­la con­se­gna. Una mano­vra che pone chi con­se­gna in una posi­zio­ne rischio­sa, espo­sto alle mil­le pos­si­bi­li­tà di venir deru­ba­to del caso. 

Dei pre­ce­den­ti si pos­so­no tro­va­re anche in Ita­lia. Nel 2016 a Tori­no le piaz­ze era­no occu­pa­te dai rider di Foo­do­ra, che pro­te­sta­va­no con­tro la paga e le con­di­zio­ni di lavo­ro. Il risul­ta­to fu che a sei di que­sti dipen­den­ti non ven­ne rin­no­va­to il con­trat­to, ma nel 2020 otten­ne­ro ferie, pre­vi­den­za e limi­ti agli ora­ri di lavo­ro. Sostan­zial­men­te, però, era sta­to un caso iso­la­to e non ave­va fat­to mol­to rumo­re. Nel 2018 anche l’ex Mini­stro del lavo­ro Lui­gi di Maio ave­va ten­ta­to di apri­re un dia­lo­go in que­sto sen­so, infat­ti ave­va aper­to un tavo­lo di con­sul­ta­zio­ne con le azien­de di deli­ve­ry per discu­te­re del­le tute­le dei lavo­ra­to­ri. Mesi dopo i rider lamen­ta­va­no di come pare­va che il mini­stro «se ne fos­se dimenticato». 

Più recen­te è sta­to il caso di Uber eats, azien­da del food deli­ve­ry com­mis­sio­na­ta nel Mag­gio 2020 per capo­ra­la­to. Que­sto signi­fi­ca che l’indagine vole­va appu­ra­re se avve­nis­se una for­ma ille­ga­le di reclu­ta­men­to e orga­niz­za­zio­ne del­la mano d’opera, che avreb­be dato il ruo­lo di “capo­ra­li” ai dato­ri di lavo­ro, i qua­li avreb­be­ro impo­sto con­di­zio­ni di lavo­ro al pari del­lo sfrut­ta­men­to. A quan­to risul­ta Uber eats tro­va­va per­so­na­le pro­ve­nien­te da cen­tri di acco­glien­za, per­so­ne in atte­sa di uno sta­tus che gli per­met­tes­se di gode­re di qual­che dirit­to, per poi impor­re del­le con­di­zio­ni di lavo­ro mise­ra­bi­li (basti pen­sa­re alla paga ora­ria di tre euro).

Le azien­de han­no rispo­sto alle pro­te­ste con la mes­sa in vigo­re, dal 3 novem­bre 2020, di una nuo­va for­mu­la con­trat­tua­le nazio­na­le per i rider dei ser­vi­zi di deli­ve­ry, il tut­to a ope­ra dell’associazione Asso­de­li­ve­ry, che coor­di­na Deli­ve­roo, Glo­vo, Just Eat, Uber Eats e Social food. Le azien­de s’impegnano a paga­re una mag­gio­ra­zio­ne in casi di lavo­ro not­tur­no, festi­vi­tà e mal­tem­po, aggiun­go­no coper­tu­re INAIL per gli infor­tu­ni, devo­no for­ni­re dispo­si­ti­vi di pro­te­zio­ne indi­vi­dua­le ai rider e ten­go­no dei cor­si sul­la sicu­rez­za in strada.

I rider, tut­ta­via, han­no pro­te­sta­to nuo­va­men­te in diver­se cit­tà d’Italia nei gior­ni suc­ces­si­vi all’entrata in vigo­re di que­sto con­trat­to, per­ché le azien­de ne chie­de­va­no la fir­ma pena l’esclusione dal ser­vi­zio e soprat­tut­to non c’era sta­ta alcu­na svol­ta, in quan­to i rider veni­va­no con­si­de­ra­ti anco­ra lavo­ra­to­ri auto­no­mi. D’altro can­to, il con­trat­to dichia­ra che le azien­de non si pren­do­no la respon­sa­bi­li­tà di coor­di­na­re le atti­vi­tà dei rider, e per que­sto pos­so­no con­si­de­rar­li lavo­ra­to­ri indipendenti.

Le ultime notizie sembrano però prospettare un cambio di direzione. 

In que­sti gior­ni, infat­ti, le azien­de del food deli­ve­ry han­no 90 gior­ni di tem­po per rego­la­riz­za­re i con­trat­ti di oltre 60mila lavo­ra­to­ri, e dovran­no anche paga­re del­le ammen­de di 733 milio­ni di euro, che ser­vi­reb­be­ro a estin­gue­re il rea­to. Si è quin­di reso chia­ro che i rider sono lavo­ra­to­ri subor­di­na­ti e che dichia­rar­li “auto­no­mi” non è lega­le. È un pun­to di svol­ta per una cate­go­ria che da tem­po è rima­sta invi­si­bi­le, poi sfrut­ta­ta, poi zit­ti­ta e ora può final­men­te veder­si garan­ti­ti dei dirit­ti che non dovreb­be­ro esse­re mes­si in discussione. 

Duran­te i loc­k­do­wn e le zone ros­se i rider sono sta­ti e sono fon­da­men­ta­li, per­ché sono fra i pochi a con­se­gna­re i pro­dot­ti di risto­ra­zio­ne e così facen­do han­no per­mes­so a mol­te azien­de del set­to­re di non chiu­de­re. «È fon­da­men­ta­le, quin­di, che si abbia un approc­cio giu­ri­di­co» anche nei loro con­fron­ti, per­ché sono lavo­ra­to­ri come tan­ti altri. Così si è espres­so il Pro­cu­ra­to­re di Mila­no Fran­ce­sco Gre­co in con­fe­ren­za stam­pa aggiun­gen­do che i rider «non sono degli schia­vi, ma cit­ta­di­ni che han­no biso­gno di una tute­la giuridica».

La lot­ta dei rider può dir­si ter­mi­na­ta? Di que­sto non abbia­mo cer­tez­ze, ma sap­pia­mo che ricor­de­ran­no mol­to bene que­sti gior­ni di svolta.

Arti­co­lo di Jes­si­ca Rodenghi

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Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.

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