Da rileggere per la prima volta: Il ritratto di Dorian Gray

Da rileggere per la prima volta: Il ritratto di Dorian Gray

Può un qua­dro con­di­zio­na­re la vita di un uomo, fino a ren­der­lo schia­vo di sé stes­so? Dorian, gio­va­ne e aitan­te ragaz­zo ingle­se, vie­ne con­vin­to dal famo­so pit­to­re Basi­lio Hall­ward a far­si ritrar­re da lui. Il pit­to­re, infa­tua­to del­la bel­lez­za di Dorian, rea­liz­za un qua­dro super­bo, che a cau­sa del­la sua bel­lez­za diven­ta un’ossessione per il ragaz­zo, il qua­le si ram­ma­ri­ca di non poter cri­stal­liz­za­re il suo aspet­to così fre­sco e gio­va­ne, desti­na­to alla deca­den­za del­la vec­chia­ia, desi­de­ran­do che sia il qua­dro a depe­ri­re al posto suo. Per­ché ciò avven­ga, sareb­be dispo­sto a qual­sia­si cosa. 

Affa­sci­na­to da Lord Enri­co Wot­ton, cini­co e dis­so­lu­to ari­sto­cra­ti­co, Dorian entra in socie­tà, diven­tan­do vizia­to e super­fi­cia­le, insen­si­bi­le se non alla pro­pria cau­sa, lasci­vo, abban­do­nan­do quell’aura di purez­za e fra­gi­li­tà che lo ave­va­no reso spe­cia­le agli occhi di Basi­lio. Que­sto moder­no Nar­ci­so si accor­ge ben pre­sto che la sua spe­ran­za è diven­ta­ta real­tà: il qua­dro che ha davan­ti si sta cor­rom­pen­do, a cau­sa del­la sua vita dis­si­pa­ta e del suo ani­mo cor­rot­to, men­tre il Dorian in car­ne e ossa man­tie­ne intat­ta la sua fal­sa purez­za. Il qua­dro diven­ta dun­que lo spec­chio del­la sua ani­ma nera, cela­to in un ango­lo remo­to del­la casa, lon­ta­no dagli sguar­di di tut­ti: il fio­re del­la gio­vi­nez­za non sareb­be appas­si­to, avreb­be intac­ca­to solo la tela. 

La sua vita gravita attorno al piacevole e al bello, al lusso sfrenato, ossessionato dalla vecchiaia e dedito dunque a godersi tutto ciò che la vita può offrire in termini di agi, svaghi, ignorando la propria coscienza — il quadro. 

Più pas­sa il tem­po, più Dorian pro­va pia­ce­re nel sof­fer­mar­si segre­ta­men­te davan­ti a quel­la copia per­ver­sa di sé stes­so, gioen­do nel con­ser­va­re la pro­pria inte­gri­tà fisi­ca (ma non mora­le). Avi­do di vita, il rimor­so fa capo­li­no solo in bre­vi spraz­zi di debo­lez­za, subi­to scac­cia­to via come un fan­ta­sma. Dopo aver rive­la­to a Basi­lio il suo ter­ri­fi­can­te segre­to, ucci­de in un impe­to d’ira colui che ave­va rea­liz­za­to quel fata­le dipin­to, con­si­de­ra­to cau­sa di tut­ti i suoi guai, e pro­se­guen­do la pro­pria vita come se nul­la fos­se acca­du­to, sof­fo­can­do i pro­pri sen­si per non veni­re sopraffatto.

Tut­ta­via, len­ta­men­te, il rimor­so ini­zia a insi­nuar­si, più o meno con­sa­pe­vol­men­te, nel­le cre­pe dell’animo di Dorian, cau­san­do­gli un sen­so di ango­scia peren­ne e por­tan­do­lo a riflet­te­re sugli orro­ri com­mes­si nel­la pro­pria vita, inter­ro­gan­do­si su un pos­si­bi­le spi­ra­glio di reden­zio­ne che non esi­ste, per­ché il pas­sa­to non si può cam­bia­re. Deci­de di distrug­ge­re il qua­dro per libe­rar­si dai sen­si di col­pa e da quel­la pre­sen­za che da sem­pre lo osser­va­va, ma tra­fig­gen­do il qua­dro, tra­fig­ge anche sé stes­so. Spez­za­to il sor­ti­le­gio, il qua­dro tor­na a raf­fi­gu­ra­re la sfol­go­ran­te bel­lez­za gio­va­ni­le di Dorian, lascian­do a ter­ra il cada­ve­re ripu­gnan­te di un uomo.

Il culto dell’edonismo e della bellezza che pervade l’opera di Wilde è tanto antico quanto attuale.

Quan­ti si fer­ma­no solo all’esteriorità del­le cose, mira­no a qua­lun­que costo a una for­ma per­fet­ta impo­sta dai cano­ni socia­li per sen­tir­si al posto giu­sto, nascon­den­do ciò che si è dav­ve­ro o sacri­fi­can­do­si in nome di una bel­lez­za tan­to effi­me­ra quan­to peri­co­lo­sa? Rac­chiu­de­re il male in uno spec­chio non può che peg­gio­ra­re que­sta ricer­ca del­la bel­lez­za sba­glia­ta, oltre che dan­no­sa. Non esi­ste bel­lez­za sen­za fati­ca, dolo­re e qual­che lacri­ma. Ma è pro­prio que­sto che ren­de così spe­cia­le la bel­lez­za, la stra­da che è sta­ta per­cor­sa per rag­giun­ger­la, uni­ta alla capa­ci­tà di apprez­za­re appie­no ciò che si tro­va davan­ti ai nostri occhi.

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Laura Cecchetto
Sco­pro il mon­do e me stes­sa con il naso den­tro a un libro, riflet­to su ciò che mi cir­con­da e pren­do appun­ti. Nar­ro ciò che leg­go, e di con­se­guen­za ciò che pro­vo, per rela­zio­nar­mi con ciò che mi sta attor­no, pos­si­bil­men­te con una taz­za di tè sul­la scrivania.

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