Del: 15 Febbraio 2021 Di: Michele Pinto Commenti: 1

Dal gran minestrone della nuova maggioranza il presidente del Consiglio Mario Draghi ha tratto i nuovi ventitré ministri. Qualcuno già visto e ripescato, qualcun’altro effettivamente alla prima esperienza governativa. Politici e tecnici, poche donne: nel complesso una scelta quasi obbligata, visto il panorama dell’attuale Parlamento. 

Dopo il collasso del Conte bis, orchestrato da Matteo Renzi senza troppe delicatezze, la scelta di Mattarella era stata chiarita senza equivoci: “Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento – aveva detto – perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Alcuna formula politica significa naturalmente un gabinetto di emergenza, di unità nazionale. La convergenza dunque di tutte le forze politiche, in gran parte responsabili dell’avvitamento della maggioranza uscente e dello stallo di questa legislatura. Dopo aver tentato lo schema giallo-verde (Conte 1) e poi il pentapartito di centro-sinistra (Conte 2), l’attuale Parlamento non è più in grado di esprimere altre formule politiche. Da qui l’esigenza di un azzeramento delle contrapposizioni e della nascita di un governo di tregua o transizione, in grado di fare affidamento sulla forte leadership di Draghi e sulla corresponsabilità dell’intero Parlamento. Solo Fratelli d’Italia si è sottratto a questo schema.

Proprio per questo motivo il gioco dei veti fiorito nelle primissime ore dopo l’incarico era apparso un po’ stucchevole. 

Se il governo ha da essere di unità nazionale, Salvini e la Lega – primo partito italiano alle ultime elezioni Europee e nei sondaggi – non possono essere tenuti fuori. Da parte sua Salvini ha trovato l’occasione perfetta di riaccreditarsi dopo la sconfitta dell’estate 2019. Su questa strada, secondo le ricostruzioni di molti giornali, l’hanno sospinto il suo vice Giancarlo Giorgetti e i governatori del Nord, che vedono in Draghi un’opportunità. La giravolta è stata vistosa: il più sovranista dei leader italiani si è rivestito di un sobrio abito europeista e non ha posto condizioni alla nascita del governo Draghi, il più europeista dei governi possibili. Ma la traiettoria di Salvini appare chiara: vivacchiare nelle larghe intese, ascriversi i successi che arriveranno sul fronte del piano Recovery e poi mollare gli ormeggi, presentandosi alle elezioni più ecumenico di prima.

Forza Italia, nel frattempo, vive una seconda giovinezza. Dopo molti anni di opposizione il partito riesce a rientrare al governo con tre ministri ripescati direttamente dalle fotografie ingiallite dell’ultimo governo Berlusconi. Ma l’entrata di Berlusconi ha scosso i Cinque stelle: il vecchio nemico – che Grillo chiamava “psico nano” – ora siede allo stesso tavolo dei grillini. La metamorfosi in partito di sistema è completa, e infatti Di Battista, dopo annosi tentennamenti, ha annunciato l’addio.

Ma questo è il Parlamento in carica, scelto dagli elettori nelle ultime consultazioni politiche. 

Draghi dovrà governare con la fiducia di questi partiti e di questi parlamentari: nonostante il forte impegno di Mattarella saranno le Camere, come sempre, a tenere a galla il governo. Se la lista dei ministri può apparire una zuppa di miracolati e incompetenti – affiancati da super-competenti, va detto – la responsabilità non è di Draghi e, in fondo, nemmeno dei partiti. Elections matter, si dice negli Stati Uniti. Ed è vero: Gelmini, Di Maio e gli altri sono stati votati dagli elettori, non cooptati da Draghi.

Dopo aver garantito un rigoroso bilanciamento tra i partiti, Draghi si è circondato anche di ministri tecnici. L’intera partita del Recovery – decisiva per il governo e per la credibilità dell’Italia – si giocherà tra di loro: Draghi, Daniele Franco all’Economia, Giovannini alle Infrastrutture, il fisico Cingolani alla Transizione ecologica e Colao alla Transizione digitale. Questo gruppo di ministri rappresenterà un gabinetto quasi autonomo rispetto al resto del governo: una sfida sarà amalgamare le varie componenti e scongiurare il destino capitato al Conte 1, dove leghisti e grillini costituivano due governi quasi distinti.

Ora il governo si avvia nel mare in burrasca. Prima delle grandi riforme auspicate da molti dovrà gestire con urgenza la pandemia, il piano vaccinale e il piano Recovery. Draghi potrà mettere sul piatto tutta la sua autorevolezza, ma saranno le forze politiche a dare le carte: se cominceranno a litigare e a incartarsi sulle varie questioni che le dividono – inevitabilmente, vista la diversità di provenienze – il governo rischierà di naufragare. Ma Draghi con la composizione dell’esecutivo ha dato un segnale. È pronto a fare di necessità virtù, a muoversi con il bilancino e le mezze misure pur di partire e rimanere in sella. Nel mezzo delle avversità dei prossimi mesi potrà essere proprio questo il suo modo di tenere a bada i partiti della maggioranza.

Se poi il risultato non sembrerà soddisfacente, come a molti non è sembrata la lista dei ministri, resta sempre un promemoria: provate voi a fare un governo con sei partiti e a non sentirvi un po’ Forlani.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

Commenta