Il futuro a rischio delle italiane

Fonte: https://video.lastampa.it/torino/in-piazza-castello-un-flash-mob-per-i-diritti-delle-donne/127053/127189

Il rap­por­to Istat sul­la disoc­cu­pa­zio­ne rela­ti­vo al mese di dicem­bre ripor­ta un dato par­ti­co­lar­men­te allar­man­te: nell’ultimo mese del 2020 si è veri­fi­ca­to un aumen­to del nume­ro di disoc­cu­pa­ti pari a 101 mila uni­tà, di cui 99 mila sono don­ne. Anche il tas­so di inat­ti­vi­tà fem­mi­ni­le è in aumen­to (+0,4%), e ciò signi­fi­ca che non solo mol­te don­ne han­no per­so il lavo­ro, ma alcu­ne di esse han­no anche smes­so di cer­car­lo. Allar­gan­do lo sguar­do notia­mo, inol­tre, che com­ples­si­va­men­te duran­te il 2020 han­no per­so il lavo­ro 444 mila per­so­ne, di cui 312 mila don­ne e 132 mila uomini.

Que­sto tri­ste ana­gram­ma di cifre non dovreb­be sor­pren­der­ci in quan­to i lavo­ra­to­ri e le lavo­ra­tri­ci più dura­men­te col­pi­ti dal calo dell’occupazione sono in gran par­te i pre­ca­ri, con con­trat­ti a ter­mi­ne e dun­que non tute­la­ti dal bloc­co dei licenziamenti. 

E nel nostro Paese parlare di lavoro precario molto spesso significa parlare di donne.

Infat­ti il part-time per­met­te di con­ci­lia­re più facil­men­te lavo­ro e atti­vi­tà di cura (atti­vi­tà cui la don­na dif­fi­cil­men­te può sot­trar­si a cau­sa del­la sto­ri­ca caren­za di ser­vi­zi per la pri­ma infan­zia); inol­tre, anche a pari­tà di ore lavo­ra­ti­ve e di ruo­lo rico­per­to, le don­ne gua­da­gna­no meno degli uomi­ni, quin­di tan­to vale man­da­re avan­ti il male bread­win­ner già in par­ten­za. Si trat­ta del gen­der pay gap, un tri­ste feno­me­no su cui, anco­ra una vol­ta, i dati par­la­no chia­ro: secon­do l’Inps, «tra i lavo­ra­to­ri con le paghe più alte la retri­bu­zio­ne set­ti­ma­na­le di un uomo va dai 2 ai 10mila euro, men­tre una don­na gua­da­gna tra i 1.200 e i 4.800 euro». 

A livel­lo euro­peo, con un pun­teg­gio pari a 63.5 in una sca­la che va da 1 a 100, l’Italia si clas­si­fi­ca al quat­tor­di­ce­si­mo posto per indi­ce di pari­tà di gene­re, a 4.4 pun­ti dal­la media com­ples­si­va. Nono­stan­te il rap­por­to sot­to­li­nei come nel decen­nio 2010–2020 il nostro Pae­se abbia acqui­sta­to otto posi­zio­ni nel ran­king com­ples­si­vo, riman­go­no del­le serie lacu­ne: nell’ambito del­la retri­bu­zio­ne (le don­ne gua­da­gna­no in media il 18% in meno degli uomi­ni), in quel­lo del­le atti­vi­tà dome­sti­che (in cui nell’80% dei casi sono le don­ne a inve­sti­re il loro tem­po) e in quel­lo del tas­so di occu­pa­zio­ne FTE, Full Time Equi­va­lent, che tie­ne con­to del lavo­ro full time e part-time (que­sto tas­so è pari al 31% per le don­ne, men­tre per gli uomi­ni è del 51%). Quest’ultimo dato diven­ta anco­ra più pre­oc­cu­pan­te se si con­si­de­ra che non è giu­sti­fi­ca­to da un più bas­so livel­lo di istru­zio­ne femminile: 

al contrario, in Italia le donne laureate sono il 3% in più degli uomini, contro una media europea pari all’1%.

Estrat­to da Euro­pean Index Gen­der Equa­li­ty, fon­te: Eige

Tut­ti que­sti dati dimo­stra­no che il cam­mi­no ver­so la pari­tà è anco­ra mol­to lun­go, ma que­sto non è sicu­ra­men­te un buon moti­vo per non intra­pren­der­lo. È sta­ta Azzur­ra Rinal­di, inse­gnan­te di eco­no­mia alla Sapien­za tra le idea­tri­ci del movi­men­to Il giu­sto mez­zo, a evi­den­zia­re come nei Pae­si che adot­ta­no il model­lo del dou­ble ear­ner, in cui sia l’uomo che la don­na lavo­ra­no, il PIL pro capi­te è più alto. Que­sto signi­fi­ca sem­pli­ce­men­te che inve­sti­re nel soste­gno all’impren­di­to­ria fem­mi­ni­le oltre che nel poten­zia­men­to di asi­li e di strut­tu­re per la cura degli anzia­ni non è solo una que­stio­ne di giu­sti­zia sociale: 

la maggiore equità si accompagnerebbe alla crescita economica e all’aumento del gettito fiscale, qualcosa di cui il nostro Paese, prostrato dalla crisi pandemica, ha un estremo bisogno.

Al net­to di ciò occor­re evi­den­zia­re che, se da una par­te le mobi­li­ta­zio­ni del­le atti­vi­ste e del­le cit­ta­di­ne segna­la­no il cate­go­ri­co rifiu­to di ras­se­gnar­si alle disu­gua­glian­ze di gene­re e al con­fi­na­men­to del­la don­na nel ruo­lo di madre, dall’altra par­te è pro­prio quest’ultima idea che sem­bra far­si stra­da in alcu­ni seg­men­ti del­la clas­se politica. 

Il pen­sie­ro va ine­vi­ta­bil­men­te al dibat­ti­to che si è tenu­to nel­le Mar­che duran­te il Con­si­glio Regio­na­le del 26 gen­na­io, quan­do il capo­grup­po di Fra­tel­li d’Italia Car­lo Cic­cio­li ha invo­ca­to la sosti­tu­zio­ne etni­ca per giu­sti­fi­ca­re la deci­sio­ne di por­re fine alla som­mi­ni­stra­zio­ne del­la pil­lo­la RU486 nei con­sul­to­ri fami­lia­ri, ren­den­do obbli­ga­to­rio il rico­ve­ro ospe­da­lie­ro. La logi­ca dell’argomentazione è schiac­cian­te: secon­do Cic­cio­li, in que­sta fase di dena­ta­li­tà e invec­chia­men­to demo­gra­fi­co non dob­bia­mo ras­se­gnar­ci alla sosti­tu­zio­ne etni­ca, ma dob­bia­mo difen­de­re la nata­li­tà; per que­sto, la bat­ta­glia per la dife­sa dell’aborto è una bat­ta­glia di retro­guar­dia.

Suc­ces­si­va­men­te è inter­ve­nu­to anche l’assessore alla sani­tà Filip­po Sal­ta­mar­ti­ni, il qua­le ha affer­ma­to che le linee gui­da del mini­ste­ro – che sug­ge­ri­sco­no di auto­riz­za­re la som­mi­ni­stra­zio­ne del­la pil­lo­la nei con­sul­to­ri – non sono vin­co­lan­ti, per poi aggiun­ge­re che la vera neces­si­tà è quel­la di garan­ti­re una scel­ta con­sa­pe­vo­le, per cui sareb­be bene, a suo dire, apri­re i con­sul­to­ri alle asso­cia­zio­ni pro-life. Le pro­te­ste non sono man­ca­te, ma ormai la Regio­ne Mar­che ha deci­so: nien­te pil­lo­la abor­ti­va se non si pas­sa per il rico­ve­ro ospe­da­lie­ro. E la prio­ri­tà diven­ta evi­ta­re la sosti­tu­zio­ne etni­ca (con i cor­pi altrui) anzi­ché garan­ti­re alle don­ne la pos­si­bi­li­tà di con­ci­lia­re lavo­ro e fami­glia, qua­lo­ra desi­de­ri­no for­mar­ne una.

Alla mani­fe­sta­zio­ne che si è tenu­ta ad Anco­na il 6 feb­bra­io ha par­te­ci­pa­to anche la depu­ta­ta Lau­ra Bol­dri­ni. Fon­te: qdmnotizie.it
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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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