Trentacinque anni dal Maxiprocesso

10 feb­bra­io 1986: la gior­na­ta è fred­da e pio­vo­sa e nell’aula bun­ker a ridos­so del car­ce­re del­l’Uc­ciar­do­ne di Paler­mo è tut­to pron­to per ini­zia­re un pro­ces­so che cam­bie­rà la sto­ria ita­lia­na: 474 impu­ta­ti, 22 mesi di udienze,19 erga­sto­li, un’ora e mez­za per la let­tu­ra dei nomi e del­le pene dei 362 mafio­si con­dan­na­ti. Il pro­ces­so ini­zia­to nel 1986 è la pun­ta dell’iceberg dell’enorme sfor­zo dei giu­di­ci istrut­to­ri Gio­van­ni Fal­co­ne, Pao­lo Bor­sel­li­no, Leo­nar­do Guar­not­ta e Giu­sep­pe Di Lel­lo che, come pre­vi­sto dal Codi­ce di pro­ce­du­ra pena­le ita­lia­no, si occu­pa­no di svol­ge­re le inda­gi­ni e di rac­co­glie­re le pro­ve nei con­fron­ti degli indagati. 

Pie­tro Gras­so, nomi­na­to giu­di­ce a late­re del pro­ces­so, in un’intervista ren­de l’idea del­la quan­ti­tà di mate­ria­le pro­dot­to duran­te le inda­gi­ni: «Mi recai pres­so l’ufficio istru­zio­ne dove si tro­va­va l’ufficio di Fal­co­ne, che aprì la por­ta di una stan­za e mi dis­se «Ti pre­sen­to il maxi pro­ces­so»: tut­te le pare­ti era­no coper­te di fal­do­ni fino al tet­to». Come pre­si­den­te del­la Cor­te d’Assise vie­ne nomi­na­to Alfon­so Gior­da­no, dopo una serie di rifiu­ti da par­te di altri giu­di­ci per timo­re del­le pos­si­bi­li ripercussioni.

Il pro­ces­so si svol­ge dopo una lun­ga stri­scia di san­gue che vede come vit­ti­me oltre due­cen­to per­so­ne tra mafio­si ed espo­nen­ti del­lo Sta­to. La men­te die­tro a que­ste stra­gi è Totò Rii­na, capo del­lo schie­ra­men­to dei cor­leo­ne­si che nel 1981 intra­pren­de la cosid­det­ta secon­da guer­ra di mafia, per la supre­ma­zia sul traf­fi­co di dro­ga. Bada­la­men­ti e Buscet­ta – due impor­tan­ti espo­nen­ti dell’opposta fazio­ne, quel­la del­le vec­chie fami­glie – si sal­va­no sol­tan­to per­ché si tro­va­no rispet­ti­va­men­te negli Sta­ti Uni­ti e in Brasile. 

Tut­ta­via, mol­ti dei loro fami­lia­ri ven­go­no ucci­si dal clan dei cor­leo­ne­si e pro­prio que­sti omi­ci­di por­ta­no Buscet­ta a pren­de­re la deci­sio­ne che per­met­te l’inizio del Maxi­pro­ces­so. Buscet­ta deci­de di col­la­bo­ra­re con la giu­sti­zia, spin­to dal desi­de­rio di ven­det­ta e dal­lo scon­to di pena (era infat­ti sta­to con­dan­na­to in un pre­ce­den­te pro­ces­so). Gra­zie all’ex espo­nen­te di Cosa Nostra, il siste­ma che era sta­to solo imma­gi­na­to dai giu­di­ci istrut­to­ri vie­ne espo­sto e spie­ga­to nei suoi mec­ca­ni­smi e dettagli. 

Come dirà Falcone: «Prima di Buscetta avevamo un’idea superficiale della mafia. Lui ci ha dato del fenomeno una visione globale, un linguaggio, un codice». 

E così si sco­pre che le fami­glie mafio­se pren­do­no il nome dal rio­ne in cui si tro­va­no. In pro­vin­cia, pren­do­no il nome del pae­se in cui sono stan­zia­te. Al di sopra del­le fami­glie c’è una com­mis­sio­ne con a capo Miche­le Gre­co, com­po­sta dai capi man­da­men­ti scel­ti in seno a tre fami­glie che con­trol­la­no Cosa Nostra, coor­di­nan­do le azio­ni. Le rive­la­zio­ni di Buscet­ta fan­no emer­ge­re ciò che mai si era riu­sci­ti a dimo­stra­re, gra­zie a un cli­ma di omer­tà e com­pli­ci­tà anche poli­ti­ca: Cosa Nostra esiste. 

Il pro­ces­so ini­zia a fati­ca, soprat­tut­to a cau­sa dei ten­ta­ti­vi di ostru­zio­ni­smo degli impu­ta­ti e degli avvo­ca­ti. Uno dei momen­ti chia­ve è il con­fron­to tra Buscet­ta e Pip­po Calò, capo del­la fami­glia Por­ta Nuo­va alla qua­le Buscet­ta stes­so appar­tie­ne, deno­mi­na­to il cas­sie­re del­la mafia per­ché coin­vol­to nel­la gestio­ne finan­zia­ria dell’organizzazione (soprat­tut­to rici­clag­gio di dena­ro). Calò cer­ca di scre­di­ta­re Buscet­ta ma la pre­va­len­za di quest’ultimo è evi­den­te, così come il timo­re che eser­ci­ta su di lui. Mol­ti avvo­ca­ti ave­va­no chie­sto il con­fron­to tra i loro assi­sti­ti e Buscet­ta, ma dopo la discus­sio­ne con Calò tut­ti gli avvo­ca­ti revo­ca­no la richie­sta di con­fron­to. Altri momen­ti salien­ti sono l’intervento dei paren­ti di per­so­ne ucci­se dal­la mafia, che per la pri­ma vol­ta esco­no allo sco­per­to, e la costi­tu­zio­ne di par­te civi­le del Comu­ne di Palermo.

Il pro­ces­so ter­mi­na l’11 novem­bre 1987, con i risul­ta­ti già ripor­ta­ti. Ven­go­no com­mi­na­ti gli erga­sto­li ai più impor­tan­ti e peri­co­lo­si espo­nen­ti di Cosa Nostra, tra cui i lati­tan­ti Pro­ven­za­no e Rii­na. La mafia rea­gi­sce e con­ti­nue­rà ad agi­re ma lo Sta­to lan­cia un messaggio. 

Dichiara apertamente guerra alla mafia. Un colpo deciso, fermo che fa capire che la mafia non è intoccabile, né invincibile. 

Si teme un annul­la­men­to in Cas­sa­zio­ne, dal momen­to che la cau­sa rischia di fini­re nel­le mani del pre­si­den­te del­la pri­ma sezio­ne Cor­ra­do Car­ne­va­le, noto come il giu­di­ce ammaz­za­sen­ten­ze per il nume­ro di con­dan­ne per mafia e ter­ro­ri­smo annul­la­te per vizio di for­ma. Tut­ta­via, la Cas­sa­zio­ne con­fer­ma la mag­gior par­te del­le con­dan­ne, in par­ti­co­la­re gli ergastoli. 

Anche se lo Sta­to farà dei pas­si indie­tro – lo dimo­stra ad esem­pio lo sman­tel­la­men­to del pool anti­ma­fia – come ha dichia­ra­to Pie­tro Gras­so: «Da quel momen­to non c’è più biso­gno di dimo­stra­re pro­ces­so per pro­ces­so l’esistenza dell’organizzazione». La pio­vra è decapitata. 

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Letizia Bonetti
Sono Leti­zia e stu­dio giu­ri­spru­den­za a Mila­no, anche se dal­l’ac­cen­to ber­ga­ma­sco non si direb­be. Nel tem­po libe­ro mi pia­ce nuo­ta­re, man­gia­re gela­ti e scri­ve­re per Vul­ca­no Statale.

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