Come sarà il welfare dopo la pandemia

John F. Ken­ne­dy dice­va che la paro­la cri­si, scrit­ta in cine­se, è com­po­sta da due carat­te­ri, di cui uno rap­pre­sen­ta il peri­co­lo e l’altro l’opportunità. Di cer­to la paro­la oppor­tu­ni­tà suo­na assur­da dal mez­zo del tun­nel buio in cui ci tro­via­mo, eppu­re, da un pun­to di vista pret­ta­men­te eco­no­mi­co, è inne­ga­bi­le che potreb­be­ro aprir­si del­le pro­spet­ti­ve interessanti.

In un’am­pia inchie­sta pub­bli­ca­ta a ini­zio mar­zo il set­ti­ma­na­le The Eco­no­mi­st ha affron­ta­to l’ar­go­men­to. È risa­pu­to che le cri­si rive­la­no pun­ti di for­za e debo­lez­ze del­le socie­tà e sti­mo­la­no un pen­sie­ro cri­ti­co su come pos­sa­no, e deb­ba­no, esse­re orga­niz­za­te. In par­ti­co­la­re, la pan­de­mia ha por­ta­to a riva­lu­ta­re la distri­bu­zio­ne del rischio tra gli indi­vi­dui, i dato­ri di lavo­ro e lo Sta­to. Nel caso di una cri­si improv­vi­sa, chi tra que­sti ulti­mi dovreb­be sop­por­tar­ne le con­se­guen­ze nega­ti­ve? Già nel 1990 il socio­lo­go Gosta Esping-Ander­sen ave­va indi­vi­dua­to tre dif­fe­ren­ti model­li di wel­fa­re: quel­lo libe­ra­le dei pae­si anglo­sas­so­ni, dove il rischio resta­va allo­ca­to sui sin­go­li indi­vi­dui e lo Sta­to ave­va un ruo­lo mar­gi­na­le; quel­lo con­ser­va­to­re dei pae­si dell’Europa con­ti­nen­ta­le, dove lo Sta­to e i dato­ri di lavo­ro ave­va­no un ruo­lo di sup­por­to mag­gio­re e, infi­ne, quel­lo social­de­mo­cra­ti­co tipi­co dei pae­si scan­di­na­vi, carat­te­riz­za­to da una pro­te­zio­ne uni­ver­sa­le degli individui. 

Nell’ultimo anno abbia­mo assi­sti­to ovun­que a un’espansione incre­di­bi­le del wel­fa­re sta­te, cioè di quell’insieme di poli­ti­che pub­bli­che con cui lo Sta­to for­ni­sce ai pro­pri cit­ta­di­ni pro­te­zio­ne con­tro rischi e biso­gni pre­sta­bi­li­ti, pari sol­tan­to a quel­la che si veri­fi­cò in Euro­pa dopo la Secon­da guer­ra mon­dia­le. I gover­ni dei vari pae­si han­no desti­na­to ingen­ti som­me di dena­ro al finan­zia­men­to di misu­re di con­tra­sto alla cri­si eco­no­mi­ca, pri­me fra tut­te i nume­ro­si sus­si­di e aiu­ti alla popolazione. 

Questo porta a interrogarci sul futuro del welfare state e sulle sue trasformazioni. 

Si trat­ta di que­si­ti più che mai attua­li se si con­si­de­ra che con­tem­po­ra­nea­men­te alla pan­de­mia i cit­ta­di­ni han­no ini­zia­to a doman­da­re a gran voce reti di pro­te­zio­ne più for­ti con­tro le con­se­guen­ze nega­ti­ve del­la crisi.

Del resto, che il wel­fa­re sta­te aves­se biso­gno di moder­niz­za­zio­ne era evi­den­te anche pri­ma del­la pan­de­mia: secon­do l’Edel­man Tru­st Baro­me­ter, impor­tan­te inda­gi­ne mon­dia­le che stu­dia la fidu­cia dei cit­ta­di­ni nel gover­no e nell’economia, nel 2019 la metà del­la popo­la­zio­ne dei 26 pae­si ana­liz­za­ti rite­ne­va che il siste­ma di pro­te­zio­ne dei cit­ta­di­ni stes­se fallendo.

In gene­ra­le si pos­so­no distin­gue­re quat­tro dif­fe­ren­ti for­me di wel­fa­re nel­la sto­ria. Ini­zial­men­te que­sto era con­ce­pi­to sola­men­te come rime­dio con­tro la pover­tà attra­ver­so la redi­stri­bu­zio­ne; dopo la Secon­da guer­ra mon­dia­le assun­se inve­ce la for­ma di un’assicurazione socia­le uni­ver­sa­le, ovve­ro riser­va­ta a tut­ti i cit­ta­di­ni, per pro­teg­ger­si dal­le con­se­guen­ze nega­ti­ve di cri­si improv­vi­se. Tut­ta­via, l’espansione post bel­li­ca del wel­fa­re ter­mi­nò con la sta­gna­zio­ne (man­can­za di cre­sci­ta dell’economia in ter­mi­ni rea­li) e l’inflazione (aumen­to gene­ra­le dei prez­zi) degli anni Set­tan­ta: que­sto por­tò a una sua nuo­va evo­lu­zio­ne, diret­ta a immet­te­re più per­so­ne pos­si­bi­li nel mer­ca­to del lavo­ro. Fu in que­sta fase che gli aiu­ti alla popo­la­zio­ne diven­ne­ro sem­pre più scar­si, a fron­te di mag­gio­ri incen­ti­vi lavo­ra­ti­vi: i desti­na­ta­ri del wel­fa­re ven­ne­ro addi­ta­ti come appro­fit­ta­to­ri e misu­re che pri­ma era­no uni­ver­sa­li furo­no subor­di­na­te a una serie di con­di­zio­ni (ad esem­pio ven­ne­ro con­ces­se solo alle fasce in asso­lu­to più pove­re del­la popo­la­zio­ne). La mag­gior par­te dei pae­si a par­ti­re dagli anni Ottan­ta ridus­se sem­pre di più l’intervento sta­ta­le in modo da tor­na­re ad allo­ca­re il rischio (e dun­que le con­se­guen­ze nega­ti­ve di pos­si­bi­li cri­si) sugli individui.

Una bru­sca – e straor­di­na­ria – inver­sio­ne di mar­cia rispet­to a que­sta ten­den­za è sta­ta com­piu­ta nel 2020, con l’avvento del­la cri­si cau­sa­ta dal­la pan­de­mia. I gover­ni si sono affret­ta­ti nell’inviare sus­si­di alla popo­la­zio­ne e han­no incre­men­ta­to la gene­ro­si­tà del­le misu­re di sup­por­to eco­no­mi­co, desti­nan­do a ciò com­ples­si­va­men­te il 13,5% del PIL glo­ba­le. Ma non basta: tut­to ciò indu­ce anche a ripen­sa­re la strut­tu­ra del welfare. 

Negli ulti­mi ven­t’an­ni il mer­ca­to del lavo­ro si è pola­riz­za­to, con l’aumento di lavo­ri alta­men­te qua­li­fi­ca­ti e poco qua­li­fi­ca­ti a sca­pi­to del­le man­sio­ni con qua­li­fi­ca media, e con­tem­po­ra­nea­men­te si è rea­liz­za­to un aumen­to sem­pre mag­gio­re di figu­re, come i lavo­ra­to­ri part-time e i libe­ri pro­fes­sio­ni­sti, sto­ri­ca­men­te tra­scu­ra­te dai siste­mi di pro­te­zio­ne socia­le. Tali fasce del­la popo­la­zio­ne que­sta vol­ta han­no rice­vu­to assi­sten­za e supporto. 

Paral­le­la­men­te all’ampliamento dei desti­na­ta­ri del wel­fa­re cor­re la neces­si­tà di imple­men­tar­ne le moda­li­tà: non deve cam­bia­re sol­tan­to il “chi”, ma anche il “come”. Un alto nume­ro di cit­ta­di­ni da sup­por­ta­re pre­sup­po­ne neces­sa­ria­men­te un siste­ma di pro­te­zio­ne rapi­do e fles­si­bi­le, così da assi­cu­ra­re un aiu­to con­cre­to e incre­men­ta­re la fidu­cia nel siste­ma. La spe­sa socia­le deve arri­va­re velo­ce­men­te e auto­ma­ti­ca­men­te a colo­ro che ne han­no biso­gno e i gover­ni devo­no tro­va­re dei mec­ca­ni­smi che pos­sa­no pro­teg­ge­re il più effi­ca­ce­men­te pos­si­bi­le la popo­la­zio­ne con­tro gli sbal­zi di red­di­to e la disoc­cu­pa­zio­ne: il pri­mo pas­so per rag­giun­ge­re que­sti obiet­ti­vi è cer­ta­men­te ren­de­re i vec­chi siste­mi buro­cra­ti­ci più effi­cien­ti attra­ver­so la tecnologia. 

La storia suggerisce che gli aumenti nella spesa sociale di rado spariscono interamente una volta superata la crisi. 

Il pun­to inte­res­san­te sarà indi­vi­dua­re cosa rimar­rà. Alcu­ni pro­gram­mi di sup­por­to sono già sta­ti dismes­si, altri inve­ce sono sta­ti imple­men­ta­ti. Quel che è cer­to è che la cri­si eco­no­mi­ca ha avu­to – e avrà anche in futu­ro – un ecce­zio­na­le impat­to sul modo di con­ce­pi­re, e di attua­re, il siste­ma del wel­fa­re. L’opinione pub­bli­ca ora vede con mag­gio­re favo­re la pos­si­bi­li­tà che il rischio sia sop­por­ta­to dal­lo Sta­to e dai dato­ri di lavo­ro a bene­fi­cio dei sin­go­li indi­vi­dui: i gover­ni dei diver­si pae­si han­no dimo­stra­to che pos­so­no attu­ti­re le con­se­guen­ze del­la cri­si e in que­sto sen­so il wel­fa­re divie­ne un poten­te mez­zo per assor­bi­re gli shock dei perio­di di instabilità. 

Le sfi­de per il futu­ro sono mol­te. Il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, l’innovazione tec­no­lo­gi­ca, i muta­men­ti nel mer­ca­to del lavo­ro e le oscil­la­zio­ni nel­la dispo­ni­bi­li­tà dei mez­zi di sosten­ta­men­to avran­no un impat­to inci­si­vo che è anco­ra dif­fi­ci­le quan­ti­fi­ca­re. I gover­ni non pos­so­no eli­mi­na­re il rischio, ma pos­so­no rea­gi­re, con­tri­buen­do così ad assi­cu­ra­re una ener­gi­ca ripresa. 

Peri­co­lo e oppor­tu­ni­tà appar­ten­go­no alla cri­si come due fac­ce del­la stes­sa meda­glia: il pri­mo è ine­vi­ta­bi­le, e può sola­men­te veni­re allo­ca­to su chi meglio lo pos­sa sop­por­ta­re, l’opportunità va costruita.

Con­di­vi­di:
Chiara Di Brigida
Stu­den­tes­sa di Giu­ri­spru­den­za con la par­lan­ti­na sciol­ta e la pole­mi­ca faci­le. Attual­men­te spo­sa­ta con la caf­fei­na, ado­ra i fio­ri, i libri di filo­so­fia e gli U2. Perio­di­ca­men­te (di soli­to in ses­sio­ne) sogna di mol­la­re tut­to e apri­re un chi­rin­gui­to a Cuba. In real­tà vor­reb­be fare la gior­na­li­sta, quin­di tie­ne duro e ritor­na sui libri.

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