Genere e sport, le donne eterne seconde

Genere e sport, le donne eterne seconde

Il 12 feb­bra­io Yoshi­ro Mori ha pre­sen­ta­to le dimis­sio­ni da Pre­si­den­te del Comi­ta­to orga­niz­za­to­re del­le Olim­pia­di di Tokyo. L’ex pri­mo mini­stro giap­po­ne­se ha dovu­to rinun­cia­re al suo ruo­lo a cau­sa di nume­ro­se pres­sio­ni deri­van­ti dagli spon­sor e dall’opinione pub­bli­ca, cau­sa­te da dei com­men­ti ses­si­sti. Giu­sto per chia­rez­za, Mori avreb­be dichia­ra­to che le riu­nio­ni alle qua­li par­te­ci­pa­no del­le don­ne dura­no mol­to per­ché par­la­no trop­po, por­tan­do a soste­gno del­la sua idea il fat­to che le don­ne sono trop­po com­pe­ti­ti­ve quin­di «Se una di loro alza la mano per inter­ve­ni­re, le altre pen­sa­no di esse­re obbli­ga­te a rispon­de­re, e alla fine tut­te quan­te si ritro­va­no a parlare». 

Ovvia­men­te le pole­mi­che non si sono fat­te atten­de­re, e il Pre­si­den­te ha pre­sen­ta­to le dimis­sio­ni, rispon­den­do a quan­ti gli chie­de­va­no se fos­se dav­ve­ro sicu­ro di quan­to affer­ma­va «Non saprei cosa dire, ulti­ma­men­te non par­lo mol­to con le don­ne…». E per for­tu­na, ver­reb­be da pensare. 

In real­tà que­sto è sol­tan­to un effet­to di un pro­ble­ma mol­to più gran­de che lega don­ne e sport. Già l’origine dei com­men­ti di Mori è da ricer­ca­re nel­la pro­po­sta del mini­ste­ro del­l’I­stru­zio­ne giap­po­ne­se riguar­do l’estensione del­le nomi­ne nel con­si­glio dei Gio­chi a un mag­gior nume­ro di don­ne, le qua­li costi­tui­va­no il solo il 20% del con­si­glio diret­ti­vo (oggi por­ta­to al 42% dal­la nuo­va direzione). 

Questo dato si pone in un contesto, quello sportivo, dove il genere femminile è posto sempre un gradino sotto quello maschile. Anche quando vincono.

Solo pren­den­do in con­si­de­ra­zio­ne l’ambito del­le posi­zio­ni deci­sio­na­li nel­le fede­ra­zio­ni spor­ti­ve dell’area EU, l’European Insti­tu­te for Gen­der Equa­li­ty affer­ma che in media nel 2015 solo il 14% degli inca­ri­chi è in mano alle don­ne, e a livel­lo mon­dia­le la situa­zio­ne non miglio­ra. Nel 2018 il Syd­ney Sco­re­board, un indi­ce che misu­ra il nume­ro di don­ne nel­la lea­der­ship degli sport, con­dus­se alla sti­ma che su 45 fede­ra­zio­ni nazio­na­li la media di don­ne era del 19,7%. Trop­po poche.

Dal­la pro­spet­ti­va del­la stam­pa spor­ti­va poi c’è da ave­re i bri­vi­di: più del 90% degli arti­co­li è redat­ta da uomi­ni, i qua­li si occu­pa­no degli sport con mag­gior segui­to come il cal­cio o il rug­by, lascian­do alle don­ne gli sport più di nic­chia. Se poi guar­dia­mo lo stes­so argo­men­to da un’altra pro­spet­ti­va, quel­la degli atle­ti ogget­to del­la coper­tu­ra media­ti­ca, ben l’85% è com­po­sto da uomi­ni.

Quest’ultima infor­ma­zio­ne ha un peso a dir poco rile­van­te se si pen­sa al fat­to che il “par­la­re” di un atle­ta si tra­du­ce auto­ma­ti­ca­men­te in spon­sor, col­la­bo­ra­zio­ni, invi­ti, tut­te occa­sio­ni di gua­da­gno dal­le qua­li le don­ne sono deli­be­ra­ta­men­te taglia­te fuo­ri, andan­do a deter­mi­na­re un allar­ga­men­to del gen­der pay gap che si fa sen­ti­re anche nel mon­do del­lo sport (i sala­ri com­bi­na­ti paga­ti alle don­ne nel­le top-divi­sion cal­ci­sti­che di Fran­cia, Ger­ma­nia, Inghil­ter­ra, USA, Sve­zia, Austra­lia e Mes­si­co ammon­ta a £32.8 milio­ni all’anno, meno di quan­to ha gua­da­gna­to il solo Ney­mar con il Paris Saint-Ger­main nel­la sta­gio­ne 2017–2018).

Restrin­gen­do il cer­chio al caso ita­lia­no, il Cen­sis e il Dipar­ti­men­to per le Pari Oppor­tu­ni­tà nel 2020 han­no rac­col­to dei dati su don­ne e sport in Ita­lia per il pro­get­to Respect. Stop Vio­len­ce Again­st Women. Que­sti dati mostra­no che dei 4˙708˙741 atle­ti tes­se­ra­ti alle diver­se Fede­ra­zio­ni spor­ti­ve solo il 28% sono don­ne, tra gli ope­ra­to­ri spor­ti­vi lo sono il 19,8% degli alle­na­to­ri, il 15,4% dei diri­gen­ti di socie­tà il 12,4% dei diri­gen­ti di Fede­ra­zio­ne. Infi­ne, le atle­te rap­pre­sen­ta­no il 28,2% del totale.

Questa esclusione ha radici saldamente radicate in una tradizione che vede lo sport come una prerogativa maschile, una passione che per un uomo può essere un lavoro, mentre per una donna è al massimo un hobby, un’attività da tempo libero nel quale devono adattarsi al ruolo di eterne seconde. 

A meno che non si dedi­chi­no agli sport che l’immaginario maschi­le può tol­le­ra­re all’interno del­la sua ste­reo­ti­pa­ta idea di fem­mi­ni­li­tà, come la dan­za, o il nuo­to sin­cro­niz­za­to, quel­li che ven­go­no repu­ta­ti sport di serie B (for­se per­ché non han­no mai pro­va­to la fati­ca che richie­do­no), in que­sti casi allo­ra il pri­mo gra­di­no del podio si può con­ce­de­re anche a una donna.

La stes­sa leg­ge ita­lia­na ha con­tri­bui­to a tene­re le don­ne lon­ta­ne dal con­ce­pi­re lo sport come una pro­fes­sio­ne. La leg­ge 91/1981 che rego­la il pro­fes­sio­ni­smo spor­ti­vo non spe­ci­fi­ca qua­li sia­no i cri­te­ri che distin­guo­no il pro­fes­sio­ni­smo dal dilet­tan­ti­smo, riman­dan­do la deci­sio­ne alle fede­ra­zio­ni. Del­le fede­ra­zio­ni ita­lia­ne solo alcu­ne (tra le qua­li cal­cio, basket, golf e cicli­smo) han­no rico­no­sciu­to al suo inter­no la cate­go­ria pro­fes­sio­ni­sti­ca, ma solo per gli uomi­ni. Gli altri (o for­se meglio dire le altre, in quan­to gli uomi­ni han­no mag­gio­ri pro­ba­bi­li­tà di otte­ne­re soste­gno dai cor­pi spor­ti­vi mili­ta­ri per sop­pe­ri­re a que­sta lacu­na nor­ma­ti­va), resta­no dilet­tan­ti, con tut­te le con­se­guen­ze eco­no­mi­che e socia­li che ne derivano.

Non è faci­le esse­re una don­na ed esse­re un’atleta, ma nem­me­no esse­re una don­na ed esse­re una diri­gen­te, o un’allenatrice, e non solo in Ita­lia, ma nel mon­do. Non impor­ta quan­to sei velo­ce, resi­sten­te, alle­na­ta, arri­ve­rai sem­pre per secon­da. Non a caso a suc­ce­de­re Mori nel­la Pre­si­den­za per il Comi­ta­to olim­pi­co è Sei­ko Hashi­mo­to. Una don­na, ma come secon­da scelta.

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Martina Di Paolantonio
Dal 1999 fac­cio con­cor­ren­za all’a­gen­zia di pro­mo­zio­ne turi­sti­ca abruz­ze­se, nel tem­po libe­ro mi lamen­to per qual­sia­si cosa.

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