Gulbahar Haitiwaji: sopravvivere ai campi di rieducazione cinesi

Una luna e una stel­la, un azzur­ro che sa di liber­tà. È la ban­die­ra del Tur­ke­stan orien­ta­le. Per gli uigu­ri, etnia tur­co­fo­na di reli­gio­ne isla­mi­ca che vive nel nord-ove­st del­la Cina, la ban­die­ra sim­bo­leg­gia il movi­men­to per l’indipendenza del­la regio­ne del­lo Xin­jiang.

Dal 1955, quan­do la Cina comu­ni­sta ha annes­so lo Xin­jiang come “regio­ne auto­no­ma”, gli uigu­ri sono sta­ti visti come una minac­cia per il Regno di Mez­zo. Lo Xin­jiang è infat­ti un cor­ri­do­io stra­te­gi­co, trop­po essen­zia­le per il pia­no del pre­si­den­te Xi Jin­ping per­ché il par­ti­to comu­ni­sta cine­se rischi di per­der­ne il con­trol­lo. Uno Xin­jiang paci­fi­co, aper­to agli affa­ri, puli­to dal­le sue ten­den­ze sepa­ra­ti­ste e dal­le sue ten­sio­ni etni­che. Insom­ma, Xin­jiang sen­za uigu­ri, que­sto è l’obiettivo

Una ban­die­ra, una liber­tà che vie­ne quin­di proi­bi­ta dal gover­no cine­se. Con­dan­na­ta alla per­se­cu­zio­ne e inchio­da­ta alla vio­len­za cul­tu­ra­le. Vio­len­za che ricer­ca la giu­sti­fi­ca­zio­ne alle pro­prie poli­ti­che repres­si­ve nell’affermare che le fami­glie uigu­re per­se­guo­no un Islam radi­ca­le e separatistico.

Gul­ba­har Hai­ti­wa­ji è una di loro: uigu­ri che ha lavo­ra­to per una com­pa­gnia petro­li­fe­ra di Kara­may per più di 20 anni pri­ma di fug­gi­re in Fran­cia nel mag­gio del 2006 insie­me alle pro­prie figlie con lo sta­tus di rifu­gia­te dove ormai da die­ci anni lavo­ra in un pic­co­lo pani­fi­cio di Parigi.

Nel novem­bre del 2016 Gul­ba­har vie­ne richia­ma­ta a Kara­may 2016 per fir­ma­re dei docu­men­ti riguar­dan­ti il ​​suo pros­si­mo pen­sio­na­men­to. Una vol­ta lì però sul tavo­lo non tro­va del­le car­te da fir­ma­re ma una foto. All’improvviso l’ufficiale sbat­te il pugno sul tavo­lo: «Sua figlia è una ter­ro­ri­sta». È così che Gul­ba­har si ren­de con­to, con deva­stan­te luci­di­tà, che in quel­la stan­za senz’anima in cui si tro­va, la stan­za degli inter­ro­ga­to­ri del­la poli­zia di Xin­jiang non si tro­va per moti­vi pen­sio­ni­sti­ci. «Non so per quan­to tem­po sia anda­to avan­ti. Tut­to quel­lo che ricor­do è quel­la foto, le loro doman­de aggres­si­ve e le mie futi­li risposte». 

Nel­la foto sua figlia, davan­ti a Pla­ce du Tro­ca­dé­ro a Pari­gi, strin­ge la ban­die­ra del Tur­ke­stan orien­ta­le nel­la mano men­tre sor­ri­de nel suo cap­pot­to nero duran­te una mani­fe­sta­zio­ne orga­niz­za­ta dal Con­gres­so mon­dia­le degli uigu­ri in esi­lio che si pro­nun­cia con­tro la repres­sio­ne cine­se nel­lo Xin­jiang. Mani­fe­sta­zio­ne che sa di terrorismo.

È in quel­la stan­za buia, stret­ta da toglie­re il fia­to, che ini­zia­no i due anni di reclu­sio­ne di Gul­ba­har. «Era­va­mo in 40 nel­la stan­za, tut­te don­ne, in pigia­ma blu. Undi­ci ore al gior­no mar­cia­va­mo su e giù. Que­sta era chia­ma­ta edu­ca­zio­ne fisi­ca. In real­tà, un adde­stra­men­to militare». 

Un campo di rieducazione con il chiaro desiderio di spezzare le anime dei prigionieri.

Il mon­do ridot­to ad una stan­za sen­za via d’uscita. Bestia­me al coman­do del pro­prio car­ce­rie­re. «All’inizio que­sto mi ha scioc­ca­to, poi mi sono abi­tua­ta. Puoi abi­tuar­ti a qual­sia­si cosa, anche all’orrore». Era giu­gno 2017. Con il tem­po si aprì però la pro­spet­ti­va, per Gul­ba­har, di anda­re a “scuo­la”, di esse­re rie­du­ca­ta, cor­ret­ta. Que­sta è il desti­no degli uigu­ri, vuo­ti invo­lu­cri pri­vi di sen­so, da pur­ga­re e riparare.

Que­sta “scuo­la” era a Bai­jian­tan, un distret­to alla peri­fe­ria di Kara­may tra con­fi­ni di filo spi­na­to e le ter­re di nes­su­no. Al di là del con­fi­ne, solo deser­to. «Ci inse­gna­no ad esse­re cine­si. Ci trat­ta­va­no come cit­ta­di­ni ribel­li che il par­ti­to dove­va rie­du­ca­re». Una sto­ria ripu­li­ta, disin­fet­ta­ta e poli­ti­ciz­za­ta. Que­sta è la sto­ria che roto­la sui cor­pi dolo­ran­ti dei pri­gio­nie­ri sot­to for­ma di glo­rio­se impre­se del par­ti­to comu­ni­sta cine­se. Così la memo­ria diven­ta il peg­gior nemi­co, capa­ce di por­ta­re via i ricor­di e i pen­sie­ri che lega­no alla vita.

Vive­re in balia del­la vio­len­za poli­ti­ca, spo­glia­ti dell’umanità dal­la discri­mi­na­zio­ne. Pre­sun­ti tra­di­to­ri e ter­ro­ri­sti a cui si è tol­ta la liber­tà con l’isolazionismo, lon­ta­no dal mon­do, fuo­ri dal tem­po. In luo­ghi dove la vita e la mor­te non signi­fi­ca­no la stes­sa cosa che han­no altro­ve. Qui la spe­ran­za è sen­za luce, la mor­te sen­za fia­to, è die­tro l’angolo, sen­za via d’uscita.

Que­sto è un mon­do che per­de la ragio­ne del nome, del pos­ses­so e del­la giu­sti­zia. Un mon­do dove la socie­tà è costret­ta a sus­sur­ra­re in un silen­zio for­za­to. Ani­me tan­to stan­che da non riu­sci­re nem­me­no più a pen­sa­re. Così i con­dan­na­ti sfi­ni­ti, delu­si, abban­do­na­ti, con­ser­va­no i sospi­ri, sfug­go­no agli sguar­di, immo­bi­li, le brac­cia stret­te, come a fer­mar qual­cu­no, in un eter­no abbraccio.

«Un cen­ti­na­io di vol­te ho pen­sa­to, quan­do i pas­si del­le guar­die ci han­no sve­glia­to di not­te, che era giun­to il momen­to di esse­re giu­sti­zia­ti. Quan­do una mano ha spin­to bru­tal­men­te le for­bi­ci sul mio cra­nio e altre mani han­no strap­pa­to via i ciuf­fi di capel­li che cade­va­no sul­le mie spal­le, ho chiu­so gli occhi, offu­sca­ta dal­le lacri­me, pen­san­do che la mia fine fos­se vicina».

In realtà il partito aveva messo in azione un progetto di sterilizzazione. Non volevano uccidere, l’obiettivo era far sparire lentamente. Così lentamente che nessuno se ne sarebbe accorto.

Il 2 ago­sto 2019 però dopo un bre­ve pro­ces­so, un giu­di­ce di Kara­may dichia­ra Gul­ba­har inno­cen­te. «Ho sen­ti­to a mala­pe­na le sue paro­le. Ho ascol­ta­to la fra­se come se non aves­se nien­te a che fare con me. Sta­vo pen­san­do a tut­te le vol­te in cui ave­vo affer­ma­to la mia inno­cen­za, a tut­te quel­le not­ti in cui mi ero infu­ria­ta per­ché nes­su­no mi avreb­be cre­du­ta. E sta­vo pen­san­do a tut­te quel­le altre vol­te in cui ave­vo ammes­so le cose di cui mi accu­sa­va­no, tut­te le fal­se con­fes­sio­ni che ave­vo fat­to, tut­te quel­le bugie. Ho denun­cia­to i miei cri­mi­ni. Ho chie­sto per­do­no al par­ti­to comu­ni­sta per le atro­ci­tà che non ave­vo com­mes­so». Pez­zi di ani­ma in fran­tu­ma­ti. Pez­zi di ani­ma che Gul­ba­har non recu­pe­re­rà mai.

«Non ave­vo altra scel­ta. Nes­su­no può com­bat­te­re con­tro se stes­so per sem­pre. Qua­li opzio­ni hai a dispo­si­zio­ne? Una len­ta e dolo­ro­sa disce­sa ver­so la mor­te o la sot­to­mis­sio­ne. Se gio­chi alla sot­to­mis­sio­ne, se fin­gi di per­de­re il tuo pote­re psi­co­lo­gi­co nel­la lot­ta con­tro la poli­zia, alme­no, nono­stan­te tut­to, ti aggrap­pi al fram­men­to di luci­di­tà che ti ricor­da chi sei».

Ave­va­no con­dan­na­to Gul­ba­har a set­te anni di rie­du­ca­zio­ne. Ave­va­no tor­tu­ra­to il suo cor­po e por­ta­to la sua men­te sull’orlo del­la fol­lia. Ed ora, dopo aver esa­mi­na­to il suo caso, un giu­di­ce ave­va deci­so che no, in real­tà, era inno­cen­te. Era libe­ra di anda­re. L’anima, intan­to, era morta.

Per­ché in un luo­go dove esse­re uigu­ri signi­fi­ca nasce­re con la con­sa­pe­vo­lez­za che pre­sto o tar­di si sareb­be sta­ti costret­ti ad abban­do­na­re la pro­pria casa, dove esse­re uigu­ri vuol dire esse­re per­se­gui­ta­ti ad una con­dan­na sen­za fine, non si è mai vera­men­te liberi. 

È una discri­mi­na­zio­ne che ha la for­za e la vio­len­za di segui­re ovun­que. «Sono libe­ra, libe­ra da quei luo­ghi che han­no cer­ca­to di distrug­ger­mi. Ma i cam­pi di con­cen­tra­men­to sono anco­ra den­tro di me».  E sem­pre ci reste­ran­no, nel­la per­se­cu­zio­ne di una vio­len­za che vio­le­rà per sem­pre ani­ma e cor­po. È la fol­lia del­la Cina. Cina che depor­ta. Cina che tor­tu­ra. Cina che sta ucci­den­do tut­ti i suoi cit­ta­di­ni uigu­ri. Gul­ba­har si è fat­ta por­ta­vo­ce di tut­to que­sto, con la sua voce dol­ce e spie­ta­ta ha avu­to la for­za di denun­cia­re dan­do voce al silen­zio for­za­to in cui vive la sof­fe­ren­za. La sua tra­gi­ca testi­mo­nian­za è rac­col­ta nel suo libro, Resca­pée du gou­lag chi­nois: Pre­mier témoi­gna­ge d’u­ne sur­vi­van­te ouï­ghou­re. Un sus­sur­ro che è diven­ta­to un gri­do, un gri­do alla luna e a una stel­la, un gri­do ver­so un cie­lo che sa di libertà.

Fon­te per tut­te le dichia­ra­zio­ni di Gul­ba­har: Resca­pée du gou­lag chi­nois: Pre­mier témoi­gna­ge d’u­ne sur­vi­van­te ouï­ghou­re.

Con­di­vi­di:
Giulia Ghirardi
Scri­vo quel­lo che non rie­sco a dire a paro­le. Amo cam­mi­na­re sot­to la piog­gia, i tuli­pa­ni ed esse­re sor­pre­sa. Sono attrat­ta da chi ha qual­co­sa da dire, dal­l’ar­te e dal­le emo­zio­ni fuo­ri luo­go. Sogno di vede­re il mon­do e di fare del­la mia vita un capolavoro.

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