Del: 19 Marzo 2021 Di: Alice Sebastiano Commenti: 0

È fresca delle ultime settimane l’agghiacciante notizia riguardante le conseguenze scaturitesi dal rifiuto categorico di un’infermiera dell’ospedale San Martino di Genova al sottoporsi alla vaccinazione anti-covid, prevista oltretutto con largo anticipo per il personale sanitario rispetto al resto della popolazione, al fine primo e ultimo di tutelare maggiormente l’assicurazione di una cura esercitata nelle misure più riguardose e complete nei confronti dei pazienti ricoverati all’interno dei centri. Il nuovo focolaio risultante dalla declinata vaccinazione dell’infermiera lascia riflettere su come la gestione dell’emergenza perdurante in Italia, a distanza di un anno, sia ancora di pessimo grado.

Più di quattordici i pazienti contagiati in seguito alla positività al virus dell’operatrice sanitaria riluttante.

Inoltre, sono più di quattrocento in tutto le figure professionali dell’ospedale che si mantengono restie verso l’iniezione tanto discussa.

La gravità più disarmante risiede però non tanto nella loro scelta infondata, se non addirittura definibile come estremamente incoerente e indegna nei riguardi del ruolo che essi stessi rivestono, ma nel fatto che tale scelta non venga, in alcun modo, perseguita. La libertà di scelta diventa pericolo nel momento in cui essa comporta ripercussioni negative su un terzo, in questo caso un paziente reso immunodepresso da patologie pregresse, legittimamente dichiarabile fragile, minacciato dallo stesso ente che dovrebbe garantirgli un’assistenza tempestiva e, soprattutto, una protetta convalescenza.

L’amministrazione della campagna vaccinale in Italia si sta inoltre gradualmente disvelando come fallimentare e di continuo propensa ad errori grossolani, a discapito dei più deboli individui. È intollerabile pensare che un personale medico-sanitario non si muova a favore della comunità per cui (e grazie alla quale) è in grado di operare e svolgere il proprio mestiere. La salute è un diritto fondamentale (art. 32 Cost.) che deve obbligatoriamente essere garantito ad ogni individuo membro della società, e questo arduo periodo di urgenza pandemica lo ha dimostrato apertamente. La costante limitazione dei diritti di spostamento e di associazione è un chiaro provvedimento intrapreso in funzione della tutela della salute pubblica, ma non può trasformarsi da soluzione palliativa in condizione durevole e regolare, per questo la promessa scaturita dall’imminente arrivo dei vaccini aveva delimitato un termine a cui rifarsi, così da poter considerare la stessa situazione come una emergenza (circostanza imprevista, stravolgente la normalità).

Ad ora, la distribuzione dei vaccini è ancora disastrosamente organizzata.

Grafico pubblicato dal quotidiano Domani.

Come dimostra il grafico qui allegato, la priorità che dovrebbe agevolare le fasce più a rischio nell’accessibilità alla vaccinazione è invece concessa a chi potrebbe aspettare molto più a lungo, e così centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi “tagliano la fila”, misurandosi in base alla posizione occupata nella scala professionale, tralasciando quella generazionale, che ne designa le esigenze più appropriate.Il risultato: non solo un aumento di contagi e decessi che potevano essere arginati (chi si vaccina può comunque essere ancora fonte di trasmissione, soprattutto per i più fragili), ma anche il terribile e dilagante tornado disinformante che irrompe sull’opinione pubblica. Si diffonde nella comunicazione di massa la convinzione infondata (contro la fondatezza certificata da dati scientifici ciclicamente ribaditi circa l’urgenza pandemica) dell’inefficienza del vaccino, come anche della sua fatalità in termini di effetti posteriori (si parla di morti determinate dagli stessi vaccinatori).

La verità ancora una volta viene tenuta nascosta, sommersa dalla fame di frottole spicciole di cui i media fanno spesso grandi scorpacciate, e la stessa politica si lascia trascinare passionalmente dalle neonate psicosi, manifestandosi in reazioni inconsulte e pericolose. Un esempio concreto? La libertà alle singole regioni di bloccare i circuiti vaccinali, un fallo devastante e simile in indigeribilità a quello della chiusura delle scuole. Aumentano così le dosi di vaccino sprecate quotidianamente, tra pazienti sbigottiti in lista che annullano prenotazioni e altri che si assentano direttamente agli appuntamenti; il tasso delle persone perse quando in realtà salvabili cresce parallelamente, lo scenario assume fattezze raccapriccianti, il suo prolungarsi presenta contraccolpi inorridenti.

Così si ritorna all’episodio dell’infermiera refrattaria, a cui viene affidato il privilegio forse più poderoso del tempo corrente, eppure lei, scienziata qualificata dalla stessa uniforme che indossa ogni giorno, lo rigetta con una comodità leggera quanto nulla di ciò che circonda il presente. E perciò, dinanzi ad una malfunzionante coordinazione generale della nuova missione, al sempre più sbiadito raggiungimento effettivo della soluzione tanto attesa, al contraddittorio e deleterio libero arbitrio della comunità sanitaria che si dimostra non unanimemente intenzionata ad onorare la fiducia che le è delegata, aumentano il risentimento e il ripudio di una nuova zona rossa da parte degli italiani, a cui è stato sottratto persino quel barlume di speranza a cui assegnarsi.

È evidente come non vi siano alternative alla vaccinazione di massa per uscire dalla pandemia.

L’esperienza del tracciamento di casi e dei conseguenti lock-down ha chiarito che restrizioni, seppur ben programmate, non sono sufficienti né tantomeno sostenibili a lungo termine. L’unico esito positivo raggiungibile su larga scala è concesso dalla vaccinazione. Vaccinarsi è pertanto un dovere civico, un obbligo morale; tutte le titubanze che pur lecitamente sorgono sugli effetti collaterali devono servire solo a stimolare il miglioramento del prodotto vaccinale, e non ad imporne il suo ritiro o scarto collettivo. Il rischio minimo ma inevitabile (nel quale si incorre con qualsiasi assunzione di farmaco) è un prezzo che ciascuno paga alla causa riguardante tutti quanti. In circostanze come queste la giustizia oggettiva supera la convenienza soggettiva.

Tutto sfocia nella questione di salvaguardia etica e, a questo fine, diventa necessario qualsiasi mezzo, incluso l’obbligo vaccinale, per poterla dare per certo. Una adesione insufficiente dovrebbe implicare, seppur con rammarico, l’implemento di responsabilità legali circa la respinta somministrazione. Fronteggiando un periodo costretto a patire limitazioni di libertà inconcepibili, appellarsi a concetti astratti che i fatti empiricamente testimoniati calpestano è stolto, ma anche pericolosamente letale. Il diritto di tutti a tornare a una vita degna del suo nome prevale sul diritto a non vaccinarsi, e tale promemoria dovrebbe essere più spesso ribadito.

Alice Sebastiano
Di Milano. Studio international politics, law and economics, nasco nel 2001 e ho il callo sull’anulare per la pressione della biro sin dalla prima elementare. Elogio la nobile virtù dell’ascolto reciproco. Scrivo per legittima difesa, il piacere personale è poi accessorio.

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