L’altra verità di Alda Merini

Sono nata il ven­tu­no a pri­ma­ve­ra
ma non sape­vo che nasce­re fol­le,
apri­re le zol­le
potes­se sca­te­nar tempesta

Sono nata il ven­tu­no a pri­ma­ve­ra, Dia­rio e nuo­ce poe­sie (Man­ni Edi­to­re, 2005 )

L’altra veri­tà  (BUR Riz­zo­li, 2013) è il “dia­rio di una diver­sa”, nel qua­le la poe­tes­sa mila­ne­se rac­con­ta, in manie­ra diret­ta e luci­da, del­la sua decen­na­le espe­rien­za in mani­co­mio per un distur­bo bipo­la­re. Con spon­ta­nei­tà ed inno­cen­za, que­sto spi­ri­to inquie­to e dolen­te nar­ra i pro­pri mori dell’animo, il pro­prio vis­su­to e i pro­pri sen­ti­men­ti acco­stan­do imma­gi­ni oni­ri­che e visionarie. 

La sua poe­sia è carat­te­riz­za­ta da una for­te inten­si­tà e da una par­ti­co­la­re ten­sio­ne ero­ti­ca, frut­to di un’anima sof­fe­ren­te. Con sti­le pun­gen­te e pre­ci­so la poe­tes­sa dei Navi­gli riflet­te sia suo mon­do este­rio­re che su quel­lo inte­rio­re, affi­dan­do alla poe­sia i suoi tor­men­ti, sen­za arti­fi­ci reto­ri­ci. Descri­ve il mani­co­mio come un giro­ne dan­te­sco atto ad azze­ra­re com­ple­ta­men­te la per­so­na­li­tà del pazien­te, com­por­tan­do sof­fe­ren­ze fisi­che e men­ta­li ai mala­ti, sia da par­te del­le cure, che dei medi­ci, che dagli altri internati. 

Ma il vero mani­co­mio è fuo­ri, nel­la vita di tut­ti i gior­ni, a con­tat­to con le per­so­ne. L’essere inter­na­ti por­ta alla ricer­ca d’evasione, di un luo­go alter­na­ti­vo, inne­stan­do un cir­co­lo vizio­so nel qua­le si odia il mani­co­mio e lo si rifug­ge con qual­sia­si mez­zo, ma quan­do si è lon­ta­ni da esso si vie­ne esclu­si in quan­to con­si­de­ra­ti paz­zi, diver­si, addi­rit­tu­ra peri­co­lo­si. Il pazien­te ten­ta in ogni modo di eva­de­re da quel­la dimen­sio­ne clau­stro­fo­bi­ca e degra­dan­te per poi non riu­sci­re a tro­va­re un posto in cui si sen­te a pro­prio agio nel­la socie­tà, arri­van­do a odiar­la e a invo­ca­re di nuo­vo il mani­co­mio per sfug­gi­re a una vita peg­gio­re di quel­la pre­ce­den­te, fat­ta di giu­di­zi e di incomprensioni.

Alda Merini ha fatto della sua pazzia una poesia. Ha accettato il male che sentiva dentro di sé, l’ha rielaborato e l’ha trasformato in qualcosa di indelebile, in arte. 

La poe­sia si fa così bal­sa­mo per il dolo­re, un’arma di denun­cia nei con­fron­ti del­le bar­ba­rie subi­te. Non rite­nen­do­si mala­ta, non si rico­no­sce affat­to nel­le per­so­ne che la cir­con­da­no e, chiu­den­do­si in sé stes­sa, ren­de la poe­sia un’ancora di sal­vez­za: «più bel­la del­la poe­sia è sta­ta la mia vita è la mia vita è sta­ta un infer­no dei sen­si». Il mani­co­mio non è sta­to in gra­do di lede­re il bino­mio genio-fol­lia che carat­te­ri­sti­co del­la poe­tes­sa, anzi, l’ha amplia­to anco­ra di più, ha reso incen­dio il fuo­co che cova­va sot­to la cene­re. Da un lato è pos­si­bi­le leg­ge­re la luci­di­tà razio­na­le e la chia­rez­za del­la per­so­na­li­tà di Alda Meri­ni, men­tre dall’altro emer­ge una real­tà che si fon­de con la fol­lia stes­sa, con il deli­rio. Fra­gi­le e pos­sen­te allo stes­so tem­po, Alda Meri­ni ren­de il suo dolo­re par­te inte­gran­te e carat­te­riz­zan­te del­la sua esistenza.

È dif­fi­ci­le vive­re la vita con la stes­sa inten­si­tà che carat­te­riz­za la poe­tes­sa. Al con­tra­rio, spes­so la vita ci por­ta a per­ce­pi­re ciò che ci cir­con­da “a bas­sa inten­si­tà”, in modo apa­ti­co, inco­lo­re. L’altra veri­tà ci spin­ge la lasciar­ci scuo­te­re dagli even­ti che ci riguar­da­no e dal­le per­so­ne che ci toc­ca­no, tan­ti pic­co­li elet­tro­shock che ci dia­no la cari­ca per assa­po­ra­re una vita degna di esse­re vissuta. 

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Laura Cecchetto
Sco­pro il mon­do e me stes­sa con il naso den­tro a un libro, riflet­to su ciò che mi cir­con­da e pren­do appun­ti. Nar­ro ciò che leg­go, e di con­se­guen­za ciò che pro­vo, per rela­zio­nar­mi con ciò che mi sta attor­no, pos­si­bil­men­te con una taz­za di tè sul­la scrivania.

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