Perché bisogna decolonizzare i musei europei

Nei Paesi Bassi, a ottobre del 2020, la Commissione per le politiche nazionali sulle collezioni coloniali ha stabilito che il paese dovrà restituire alle ex colonie di Suriname, Indonesia e Paesi Caraibici le opere d’arte ottenute attraverso costrizione o saccheggio.

La Com­mis­sio­ne ha redat­to un report secon­do cui il gover­no deve inve­sti­ga­re, tra­mi­te un grup­po di esper­ti, come i manu­fat­ti sia­no sta­ti otte­nu­ti e rea­liz­za­re un data­ba­se in cui rac­co­glie­re i pez­zi di tut­te le col­le­zio­ni colo­nia­li dei musei olan­de­si. Si sti­ma che cir­ca il 40% dei 450.000 pez­zi con­ser­va­ti nel­le col­le­zio­ni sta­ta­li pro­ven­ga da ex colonie. 

Il Mini­ste­ro olan­de­se dell’Istruzione, del­la Cul­tu­ra e del­la Scien­za, a gen­na­io, ha appro­va­to un pia­no per gesti­re la resti­tu­zio­ne del­le ope­re d’arte, ren­den­do il gover­no olan­de­se il pri­mo gover­no in Euro­pa ad appro­va­re un pro­to­col­lo cen­tra­liz­za­to per la gestio­ne dei beni del­le ex colo­nie. La resti­tu­zio­ne sarà subor­di­na­ta al pare­re di una com­mis­sio­ne indi­pen­den­te, che ha il com­pi­to di valu­ta­re le richie­ste avan­za­te dal­le ex colo­nie e di ana­liz­za­re come ver­ran­no gesti­ti i beni una vol­ta rien­tra­ti nel pae­se d’origine. La mini­stra del­la Cul­tu­ra olan­de­se, Ingrid van Engel­sho­ven, ha det­to che «non c’è posto nel­la Col­le­zio­ne sta­ta­le olan­de­se per i beni cul­tu­ra­li che sono acqui­si­ti attra­ver­so il fur­to». Le ope­re di cui si può dire con cer­tez­za che sono sta­te otte­nu­te con il fur­to ver­ran­no resti­tui­te incon­di­zio­na­ta­men­te, per le altre otte­nu­te tra­mi­te accor­di (anche se biso­gna chie­der­si quan­to potes­se­ro esse­re equi­li­bra­ti in epo­ca colo­nia­le) si discu­te­rà con i pae­si interessati. 

Dal 2017, anche Germania e Francia si sono impegnate, con lo stesso fine, nell’istituzione di legami diplomatici con le ex colonie. 

Fon­da­men­ta­le il discor­so tenu­to nel 2017 dal Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Fran­ce­se, Emma­nuel Macron, a Oua­ga­dou­gou, capi­ta­le del Bur­ki­na Faso, che in que­sta occa­sio­ne ha pro­mes­so che la Fran­cia avreb­be resti­tui­to in for­ma tem­po­ra­nea o per­ma­nen­te buo­na par­te del patri­mo­nio cul­tu­ra­le ai pae­si un tem­po colo­niz­za­ti. L’anno suc­ces­si­vo, Macron ha affi­da­to alla sto­ri­ca dell’arte fran­ce­se Béné­dic­te Savoy e all’economista sene­ga­le­se Fel­wi­ne Sarr il com­pi­to di sten­de­re un report sul­lo stu­dio del­la tema­ti­ca del­la resti­tu­zio­ne del­le ope­re d’arte. Nel Rap­port sur la resti­tu­tion du patri­moi­ne cul­tu­rel afri­cain. Vers une nou­vel­le éthi­que rela­tion­nel­le (Rap­por­to sul­la resti­tu­zio­ne del patri­mo­nio cul­tu­ra­le afri­ca­no. Ver­so una nuo­va eti­ca rela­zio­na­le) si leg­ge:

La que­stio­ne del­le resti­tu­zio­ni pun­ta il dito al cuo­re di un siste­ma di appro­pria­zio­ne e di alie­na­zio­ne, il siste­ma colo­nia­le, di cui alcu­ni musei euro­pei oggi sono gli archi­vi pub­bli­ci […]. Per un con­ti­nen­te dove qua­si il 60% degli abi­tan­ti ha meno di vent’anni resti­tui­re signi­fi­ca garan­ti­re ai gio­va­ni afri­ca­ni l’accesso alla loro cul­tu­ra, alla crea­ti­vi­tà e alla spi­ri­tua­li­tà di epo­che sì pas­sa­te ma la cui cono­scen­za e il cui rico­no­sci­men­to non dovreb­be­ro esse­re riser­va­ti alle socie­tà occi­den­ta­li o del­le dia­spo­re che vivo­no in Euro­pa. I gio­va­ni afri­ca­ni, come quel­li in Fran­cia e in Euro­pa, han­no un “dirit­to al patrimonio”. 

Secon­do Savoy e Sarr i pae­si afri­ca­ni devo­no recla­ma­re la ricon­se­gna di ciò che è espo­sto in Euro­pa per rico­strui­re una pro­pria memo­ria, sle­ga­ta dal­la sto­ria dei pae­si colo­niz­za­to­ri; inol­tre, una vol­ta otte­nu­ta la resti­tu­zio­ne, devo­no avvia­re un pro­ces­so che valo­riz­zi le ope­re d’arte e le leghi alla sto­ria con­tem­po­ra­nea degli Sta­ti stes­si, in sen­so eco­no­mi­co favo­ren­do lo svi­lup­po e aumen­tan­do le pos­si­bi­li­tà di occu­pa­zio­ne e in sen­so cul­tu­ra­le per­met­ten­do di sen­ti­re come for­te e tan­gi­bi­le il lega­me con il passato. 

Dal­la pub­bli­ca­zio­ne del report sono sta­te annun­cia­te solo 27 resti­tu­zio­ni e un uni­co arte­fat­to è sta­to reso al pro­prio Pae­se, il Sene­gal. Que­sta len­tez­za nel tra­mu­ta­re le paro­le in fat­ti ha por­ta­to mol­ti a sospet­ta­re sul­le rea­li inten­zio­ni del­la Fran­cia e ha spin­to alcu­ni ad agi­re in auto­no­mia, come a dicem­bre 2020, quan­do cin­que mem­bri dell’organizzazione Les Mar­rons Unis Dignes et Cou­ra­geux han­no sot­trat­to dal museo pari­gi­no del Quai Bran­ly un palo fune­ra­rio del popo­lo Bari, risa­len­te al XIX seco­lo: gli atti­vi­sti sono sta­ti accu­sa­ti di fur­to men­tre a loro vol­ta accu­sa­va­no la Fran­cia di aver ruba­to i beni dal­le ex colo­nie e di gua­da­gna­re sui saccheggi. 

Da questo discorso sulla decolonizzazione dei musei non può essere esclusa l’Inghilterra, viste le dimensioni e la portata del suo ex impero coloniale. 

Secon­do Geof­frey Roberts­on, avvo­ca­to bri­tan­ni­co spe­cia­liz­za­to in dirit­ti uma­ni, il Bri­tish Museum è il più gran­de ricet­ta­co­lo di ope­re d’arte ruba­te al mon­do. La Nige­ria, ad esem­pio, ha chie­sto al museo che ven­ga­no resti­tui­ti i pre­gia­ti bron­zi del Benin. A Benin City, in Nige­ria, sta sor­gen­do un museo nazio­na­le, l’Edo Museum of West Afri­can Art (EMOWAA), che dovreb­be esse­re pron­to per quest’anno e dovreb­be con­ta­re su una col­la­bo­ra­zio­ne con il Bri­tish Museum, affin­ché i 900 bron­zi del XIII seco­lo (por­ta­ti in Inghil­ter­ra nel 1897 dal­le for­ze arma­te bri­tan­ni­che) tor­ni­no alla loro sede originaria. 

Que­sta isti­tu­zio­ne cul­tu­ra­le costi­tui­rà un pri­mo pas­so ver­so una rivo­lu­zio­ne all’interno dei rap­por­ti tra pae­si afri­ca­ni e pae­si euro­pei: i pae­si euro­pei devo­no ini­zia­re a rispon­de­re di ciò che han­no com­piu­to nei seco­li pre­ce­den­ti, affin­ché i pae­si afri­ca­ni pos­sa­no ria­ve­re indie­tro il pro­prio patri­mo­nio cul­tu­ra­le quan­to pri­ma e pro­se­gui­re nel­la costru­zio­ne del­la pro­pria iden­ti­tà storico-artistica. 

Per quanto riguarda l’Italia, spesso si è portati a dimenticare che anche il nostro paese ha alle spalle una storia coloniale.

Si trat­ta di un tema rara­men­te affron­ta­to in modo det­ta­glia­to e si ten­de ad autoas­sol­ver­si, con­fron­tan­do le ridot­te con­qui­ste colo­nia­li ita­lia­ne con l’esteso impe­ro bri­tan­ni­co o fran­ce­se. Un caso di stu­dio inte­res­san­te è il Museo Ita­lo-Afri­ca­no “Ila­ria Alpi”, isti­tui­to nel 1923 come Museo Colo­nia­le, con chia­re fina­li­tà pro­pa­gan­di­sti­che, e nel 2007 inte­gra­to nel nuo­vo pro­get­to musea­le del Museo del­le Civil­tà di Roma, per rico­strui­re la com­ples­si­tà dei rap­por­ti tra Ita­lia e Afri­ca, attra­ver­so cir­ca 12.000 ogget­ti che testi­mo­nia­no la pre­sen­za ita­lia­na in Afri­ca. Alcu­ni di que­sti ogget­ti sono effet­ti­va­men­te frut­to di rube­rie: in Ita­lia i musei non han­no pos­si­bi­li­tà di deci­de­re di resti­tui­re le ope­re, com­pi­to che spet­ta al Gover­no, ma pos­so­no per lo meno ini­zia­re a deco­lo­niz­za­re la pro­pria nar­ra­zio­ne, riflet­te­re su quan­to espo­sto e mostra­re le ombre del­la sto­ria ita­lia­na, ana­liz­za­ta da pun­ti di vista diversi. 

Questo tipo di ragionamento parte dalla consapevolezza che il colonialismo non è stato un fenomeno storico circoscritto nel tempo e concluso nel XX secolo: ancora oggi si riverberano tutte le conseguenze di secoli di violenze, razzie, rapporti di potere non equilibrati. 

Fino ad ora, spes­so si è dato per scon­ta­to che i Pae­si euro­pei sia­no meglio orga­niz­za­ti nel gesti­re il patri­mo­nio cul­tu­ra­le, secon­do una con­ce­zio­ne colo­nia­li­sta e pater­na­li­sta. Secon­do Dider Houé­nou­dé, sto­ri­co dell’arte del Benin «è dolo­ro­so vede­re che altri voglia­no sem­pre spie­gar­ci come con­ser­va­re il nostro patri­mo­nio e la nostra sto­ria, che que­sti altri han­no meti­co­lo­sa­men­te distrut­to». La ricer­ca­tri­ce e scrit­tri­ce gha­ne­se Yaa Addae sta pro­gram­man­do una serie di work­shop incen­tra­ti sul­la con­ser­va­zio­ne del patri­mo­nio, stu­dian­do qua­le sia il modo miglio­re per espor­re, ad esem­pio, uten­si­li, per risal­ta­re la loro uti­li­tà e non lasciar­li inat­ti­vi die­tro a teche di vetro, come spes­so acca­de nell’ovattato mon­do dei musei europei.

Il nostro pri­vi­le­gio, da euro­pei, sta nel­la como­di­tà di frui­re – a distan­ze ridot­te – di arte che pro­vie­ne da tut­to il mon­do, nono­stan­te le ope­re sia­no rimos­se dal loro con­te­sto ori­gi­na­rio e, dun­que, la loro com­pren­sio­ne sia sot­to­po­sta a una visio­ne occi­den­ta­le distor­ta. I musei non pos­so­no esse­re solo dei con­te­ni­to­ri di ope­re pro­ve­nien­ti dai luo­ghi più dispa­ra­ti, ma devo­no costrui­re una nar­ra­zio­ne cor­ret­ta, che inte­gri tut­te le comu­ni­tà coin­vol­te. Il tema cen­tra­le del­la resti­tu­zio­ne pone i musei euro­pei di fron­te alle pro­prie respon­sa­bi­li­tà e ai pro­pri erro­ri, con l’urgenza di riflet­te­re anche su quan­to il mon­do stia cam­bian­do e su come le onda­te migra­to­rie dall’Africa all’Europa por­te­ran­no a ride­fi­ni­re la pra­ti­ca del­la restituzione.

Biso­gne­reb­be infat­ti con­sen­ti­re a chi vie­ne a vive­re in un pae­se euro­peo di poter ammi­ra­re la pro­pria cul­tu­ra in un con­te­sto deco­lo­niz­za­to, che non esal­ti l’azione di con­qui­sta euro­pea e la sua pre­sun­ta mis­sio­ne civi­liz­za­tri­ce, ma che sot­to­li­nei l’eguale impor­tan­za di tut­te le cul­tu­re, anche e soprat­tut­to se diver­se. È quin­di essen­zia­le che, qua­lo­ra si deci­da di man­te­ne­re ope­re di ori­gi­ne colo­nia­le nei musei euro­pei, ven­ga­no coin­vol­ti stu­dio­si e sto­ri­ci dei Pae­si inte­res­sa­ti, al fine di rea­liz­za­re un con­te­sto di espo­si­zio­ne il più ade­gua­to, com­ple­to e for­ma­ti­vo possibile.

Imma­gi­ne di coper­ti­na: Bron­zi del Benin (Bri­tish Museum).

Con­di­vi­di:
Costanza Mazzucchelli
Clas­se 2000, stu­den­tes­sa di Let­te­re. Guar­do il mon­do attra­ver­so i miei occhia­li spes­si, ascol­to e leg­go, poi scri­vo di ciò che ho imparato.

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