Plastica, non ci resta che riciclare?

Secon­do un report del­la World Bank, nel 2050 l’umanità gene­re­rà 3,40 miliar­di di ton­nel­la­te di rifiu­ti ogni anno, aumen­tan­do del 70% la pro­du­zio­ne di pla­sti­ca (che oggi si atte­sta su cir­ca 2 miliar­di di tonnellate). 

È per cer­ca­re di far fron­te ad uno sce­na­rio così dram­ma­ti­co, che non accen­na a miglio­ra­re nel futu­ro, che i legi­sla­to­ri han­no deci­so di appro­va­re una serie di nor­ma­ti­ve che limi­tas­se­ro gra­dual­men­te l’utilizzo di pla­sti­che monou­so, come can­nuc­ce, cot­ton fioc e posa­te. La nuo­va leg­ge euro­pea, infat­ti, che dovrà poi esse­re rece­pi­ta da cia­scu­no Sta­to mem­bro, vie­ta il com­mer­cio di que­sto gene­re di pro­dot­ti, per i qua­li sono sta­te indi­vi­dua­te alcu­ne alter­na­ti­ve soste­ni­bi­li sia da un pun­to di vista ambien­ta­le che eco­no­mi­co. Inol­tre, pre­ve­de la nor­ma, entro il 2029, cir­ca il 30% del­le bot­ti­glie in pla­sti­ca deve neces­sa­ria­men­te esse­re rici­cla­to, le bot­ti­glie dovran­no poi esse­re rea­liz­za­te con mate­ria­le rici­cla­to per alme­no il 25% del tota­le entro il 2025. 

A questo punto, due domande sorgono spontanee, una riguardo all’effettivo fattore inquinante della plastica e una in merito all’utilità del riciclo.

Uno stu­dio di Legam­bien­te, svol­to nel 2020 e rela­ti­vo ad alcu­ne spiag­ge ita­lia­ne, con­fer­ma che, nel­la metà del­le aree cam­pio­na­te, i rifiu­ti in pla­sti­ca costi­tui­sco­no il 90% del tota­le, in lie­ve calo rispet­to al 2019, com­pli­ce lo stop for­za­to di ogni atti­vi­tà dovu­to al lockdown. 

Tut­ta­via, il feno­me­no si esten­de ben al di là dei con­fi­ni del nostro Pae­se ed ha un impat­to mon­dia­le. Solo nel Medi­ter­ra­neo, ad esem­pio, ogni minu­to fini­sco­no in acqua oltre 33 mila bot­ti­glie di pla­sti­ca, facen­do sì che l’inquinamento di que­ste acque rag­giun­ga livel­li da record, desti­na­ti a qua­dru­pli­ca­re nei pros­si­mi 30 anni in assen­za di solu­zio­ni con­cre­te adot­ta­te dagli Stati. 

La pla­sti­ca, in altre paro­le, è dap­per­tut­to, in ogni ango­lo del nostro pia­ne­ta: sul­la cima dell’Everest, in fon­do alla fos­sa del­le Marian­ne e in una remo­ta iso­la dell’Oceano India­no, Cocos Island, inac­ces­si­bi­le, ma che nono­stan­te ciò sta suben­do un’invasione che rischia di dete­rio­ra­re irre­ver­si­bil­men­te l’ecosistema e l’economia di que­sta pic­co­la real­tà di appe­na 600 abi­tan­ti. Qui, un team di scien­zia­ti dell’università del­la Tasma­nia, appro­da­to nel 2017 per rac­co­glie­re cam­pio­ni di pro­dot­ti, è giun­to alla con­clu­sio­ne che l’arcipelago con­te­nes­se, oltre ai rifiu­ti in super­fi­cie, più di 400 milio­ni di micro­pla­sti­che sepol­te nel­la sab­bia, qua­si il 93% del mate­ria­le esaminato. 

Come ha fat­to tut­ta que­sta pla­sti­ca a rag­giun­ge­re un’isola così remo­ta, fino a poco tem­po fa con­si­de­ra­ta l’ultimo para­di­so incon­ta­mi­na­to in Austra­lia? La rispo­sta è tan­to sem­pli­ce quan­to inquie­tan­te. Ogni anno fini­sco­no in mare cir­ca 8 milio­ni di ton­nel­la­te di pla­sti­ca pro­ve­nien­ti dal­la ter­ra, che, seguen­do le cor­ren­ti del­le acque, rie­sco­no poi a rag­giun­ge­re anche i luo­ghi più impen­sa­bi­li. Pro­prio come le spiag­ge di Cocos Island.

A fron­te di que­sti nume­ri, pro­via­mo ora a con­si­de­ra­re la que­stio­ne del rici­clo, che rima­ne tutt’ora ai mar­gi­ni del­le atti­vi­tà riso­lu­ti­ve, come affer­ma­to anche da un rap­por­to OCSE del 2018. A livel­lo glo­ba­le, infat­ti, la per­cen­tua­le di rici­clo dei rifiu­ti in pla­sti­ca si atte­sta tra il 14% e il 18%, men­tre il resto fini­sce negli ince­ne­ri­to­ri, nel­le disca­ri­che o nell’ambiente (cir­ca il 60%). Mes­so a con­fron­to con altri mate­ria­li, dove si arri­va anche al 50%, il rici­clo del­la pla­sti­ca sem­bra così una solu­zio­ne poco effi­ca­ce, per­si­no “un mito”.

Per capire davvero se riciclare abbia o meno un senso, occorre innanzitutto distinguere tra raccolta e riutilizzo. 

In Ita­lia, ad esem­pio, i livel­li di rac­col­ta sono ele­va­ti, a dif­fe­ren­za di quel­li di rici­clo, pari a cir­ca il 30% del tota­le rac­col­to. Ma oltre ad esse­re rac­col­ta, la pla­sti­ca va sele­zio­na­ta e sud­di­vi­sa in base ad alcu­ni cri­te­ri, tra cui la com­po­si­zio­ne chi­mi­ca, che sta­bi­li­sce se e come un ele­men­to in pla­sti­ca pos­sa esse­re rici­cla­to. Inol­tre, spes­so gli ogget­ti di pla­sti­ca che but­tia­mo sono con­ta­mi­na­ti — per esem­pio dal cibo — e, pur essen­do più vol­te lava­ti, può esse­re impos­si­bi­le por­ta­re a ter­mi­ne il pro­ces­so di rici­clo. C’è poi il fat­to che qua­si mai un pro­dot­to in pla­sti­ca rici­cla­to risul­ta in un altro ugua­le e di pari qua­li­tà, come avvie­ne inve­ce per la car­ta e il vetro. Qua­si sem­pre, infat­ti, quel­lo che si ottie­ne è meno pre­gia­to e non potrà esse­re rici­cla­to all’infinito. 

Un pro­ce­di­men­to così ela­bo­ra­to, dispen­dio­so, sia in ter­mi­ni di tem­po che di dena­ro e mano­do­pe­ra uma­na, e rela­ti­va­men­te scar­so nei risul­ta­ti non può esse­re un busi­ness nel qua­le inve­sti­re. Il Guar­dian, in un arti­co­lo del 2019, scri­ve­va che, per la pri­ma vol­ta in asso­lu­to, il prez­zo del­le scheg­ge rici­cla­te supe­ra­va quel­lo del­la pla­sti­ca ver­gi­ne, ren­den­do più con­ve­nien­te per i pro­dut­to­ri l’impiego di pla­sti­che nuove.

Una vali­da e recen­te alter­na­ti­va al rici­clo mec­ca­ni­co potreb­be esse­re il rici­clo chi­mi­co, su cui mol­ti esper­ti ripon­go­no le pro­prie aspet­ta­ti­ve e che pre­ve­de la scom­po­si­zio­ne chi­mi­ca dei mate­ria­li. Se que­sta tec­ni­ca venis­se dav­ve­ro appli­ca­ta, signi­fi­che­reb­be rici­cla­re la pla­sti­ca al 100%, ma riman­go­no da chia­ri­re l’impatto eco­no­mi­co e quel­lo ambien­ta­le, poi­ché si teme che i pro­ces­si di scis­sio­ne chi­mi­ca pos­sa­no rila­scia­re tos­si­ne nell’ambiente. 

Quel­lo che emer­ge chia­ra­men­te da un qua­dro così allar­man­te è sen­za dub­bio la neces­si­tà di inter­ve­ni­re con urgen­za per argi­na­re un feno­me­no che cor­re all’impazzata. E per far­lo, sosten­go­no gli esper­ti, è neces­sa­ria un’operazione di coin­vol­gi­men­to e sen­si­bi­liz­za­zio­ne del­le per­so­ne, a par­ti­re pro­prio dal­le azien­de. A que­ste, infat­ti, ver­rà sem­pre più richie­sto di con­tri­bui­re eco­no­mi­ca­men­te alla gestio­ne dei rifiu­ti e di par­te­ci­pa­re alla sen­si­bi­liz­za­zio­ne del con­su­ma­to­re, indi­can­do moda­li­tà di smal­ti­men­to e dan­ni da disper­sio­ne, in cam­bio di incen­ti­vi alla con­ver­sio­ne e allo svi­lup­po di alter­na­ti­ve sostenibili. 

Con­di­vi­di:
Carlotta Ruocco
Sono nata a Lec­co nel 1995 e — cir­ca da quan­do ne ho facol­tà — scri­vo. Ho ini­zia­to con gli sca­ra­boc­chi sul muro del­la came­ret­ta, poi ho deci­so che avrei volu­to far­ne un mestie­re. Ci sto lavo­ran­do. Nell’elenco del­le mie cose pre­fe­ri­te al mon­do ci sono le cola­zio­ni all’aperto, i discor­si pie­ni e le coper­ti­ne di Internazionale.

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