Wandavision: l’universo Marvel che tutti vorremmo

«Sia­mo vera­men­te stan­chi di vede­re atto­ri che ci dan­no fal­se emo­zio­ni, esau­ri­ti da spet­ta­co­li piro­tec­ni­ci o effet­ti spe­cia­li. Anche se il mon­do in cui si muo­ve è in effet­ti per cer­ti ver­si fal­so, simu­la­to, non tro­ve­re­te nul­la in Tru­man che non sia veri­tie­ro. Non c’è copio­ne, non esi­sto­no gob­bi. Non sarà Sha­ke­spea­re, ma è auten­ti­co. È la sua vita.»

Così, Chri­stof (Ed Har­ris), per­so­nag­gio regi­sta di The Tru­man Show, pre­sen­ta il suo pro­gram­ma nel film. Ed è pro­prio l’incredibile veri­tà, che sta die­tro al capo­la­vo­ro di Peter Wier, che lo ren­de anco­ra estre­ma­men­te attua­le e for­se più veri­tie­ro oggi rispet­to a quan­do la pel­li­co­la uscì nel­le sale, ovve­ro ven­ti­tré anni fa. Infat­ti, è il feno­me­no del­la fic­tion, l’impatto che il cine­ma d’intrattenimento ha sul gran­de pub­bli­co, che di per sé vie­ne amplia­to e addi­rit­tu­ra ingi­gan­ti­to se par­lia­mo del­la MCU (Mar­vel Cine­ma­tic Uni­ver­se).

Proprio per questo un’opera come Wandavision è un’ottima occasione, soprattutto, per poter riflettere su cosa sia e su come si sia trasformata la televisione, attraverso l’immenso universo espanso Marvel nella sua pirotecnica realtà.

La serie crea­ta dal­la emer­gen­te Jac Schaef­fer (la ritro­ve­re­mo alla regia di Black Widow), che vede il pro­se­guo del­la saga dopo gli even­ti di Aven­gers: End­ga­me ed è sbar­ca­ta su Disney+ con caden­za set­ti­ma­na­le, nar­ra le vicen­de del­la cop­pia Wan­da Maxi­moff (Eli­za­beth Olsen) e Visio­ne (Paul Bet­ta­ny), rin­chiu­si in un mon­do seria­le che attra­ver­sa i decen­ni d’oro del­la TV. A scan­so di spoi­ler, Wan­da­vi­sion è l’erede pros­si­mo di quel The Tru­man Show che abbia­mo impa­ra­to ad accet­ta­re negli ulti­mi decenni. 

La regia stes­sa del­la serie, a ope­ra dell’anch’esso emer­gen­te Matt Shak­man, è meta-tele­vi­si­va, come anche la pro­du­zio­ne e gli effet­ti spe­cia­li, i qua­li met­to­no in sce­na non solo degli effet­ti in com­pu­ter gra­fi­ca, ma anche tra­di­zio­na­li meto­di uti­liz­za­ti duran­te i decen­ni dal­la tele­vi­sio­ne. Così per rap­pre­sen­ta­re la Wan­da che usa i suoi pote­ri per far vol­teg­gia­re gli ogget­ti e far chiu­de­re le por­te, notia­mo del­le tec­ni­che arti­gia­na­li con cavi e boto­le nasco­ste, che per­met­to­no un effet­to in pre­sa diret­ta auten­ti­co ren­den­do così le sce­ne con­te­stual­men­te realistiche. 

Eli­za­beth Olsen nei pan­ni di Wan­da Maxi­moff in Wan­da­vi­sion in una sce­na dell’episodio “Gira­to davan­ti a un pub­bli­co in stu­dio” dedi­ca­to alla sit­com degli anni Ses­san­ta “The Dick Van Dyke Show”. ©Mar­vel Stu­dios 2020. 

Il risul­ta­to è un pro­dot­to MCU con il minor uti­liz­zo di CGI: l’avreste mai pen­sa­to che potes­se suc­ce­de­re un tale even­to? Dopo la pla­tea­le bat­ta­glia tut­ta in green screen – armi com­pre­se – del bloc­k­bu­ster Aven­gers: End­ga­me, la Mar­vel sem­bra­va aver pre­so una stra­da di puro intrat­te­ni­men­to avve­ni­ri­sti­co, sacri­fi­can­do il valo­re cul­tu­ra­le del fare film e sfrut­tan­do la mac­chi­na cine­ma­to­gra­fi­ca alla bell’e e meglio. Ma con la dire­zio­ne pre­sa su Disney+ sem­bra che l’obiettivo del­la “casa del topo” sia piut­to­sto quel­lo di ricu­ci­re quel­la net­ta divi­sio­ne tra i fan MCU, ovve­ro i fede­lis­si­mi che vedia­mo pian­ge­re e com­muo­ver­si al cine­ma, e i cine­fi­li devo­tis­si­mi segua­ci del­la set­ta Mar­tin Scor­se­se, capo­sti­pi­te del­la “lot­ta” ai cine­co­mics. Wan­da­vi­sion accon­ten­ta, infat­ti, entram­be le cate­go­rie di persone.

Il mon­do di Wan­da è fit­ti­zio, impos­si­bi­le da eva­de­re, un mon­do in cui è impen­sa­bi­le usci­re dal pro­prio per­so­nag­gio; il con­trol­lo del­la sho­w­run­ner Wan­da è pres­so­ché tota­le e la cit­ta­di­na di West­view è rap­pre­sen­ta­ti­va di un’America in fiam­me: nel­la fic­tion, la con­tea è infat­ti la clas­si­ca e tran­quil­la peri­fe­ria sta­tu­ni­ten­se con i suoi paci­fi­ci abi­tan­ti e dove la pro­pa­gan­da del sogno ame­ri­ca­no la fa da padrone. 

Fuo­ri dal­la fic­tion Wan­da­vi­sion, nel momen­to in cui la real­tà riaf­fio­ra, i per­so­nag­gi e l’ambiente cam­bia­no radi­cal­men­te, e la ter­ra del­la liber­tà ritor­na al suo rea­li­smo più eversivo. 

La serie diventa materialità che a sua volta diventa utopia di uno scenario finto e onirico. 

Ecco che quin­di la fin­zio­ne del­la tele­vi­sio­ne, effi­ca­ce­men­te mes­sa in discus­sio­ne negli anni, pren­de con Wan­da­vi­sion i con­no­ta­ti otti­mi­sti­ci del­la seria­li­tà come pano­ra­ma fan­ta­sio­so in cui i sogni si avve­ra­no e la tri­ste real­tà del nostro mon­do fa meno paura. 

La serie, in que­sto modo, fun­zio­na egre­gia­men­te, e nel suo com­ples­so ripor­ta l’universo espan­so del­la Mar­vel in una tan­gen­te che segue meno il prin­ci­pio da, per pren­de­re in pre­sti­to le paro­le di Scor­se­se, «par­co a tema», con­cen­tran­do­si anche e soprat­tut­to sul valo­re cul­tu­ra­le che i fumet­ti di Stan Lee han­no. Wan­da­vi­sion è il miglior pro­dot­to MCU per­ché man­tie­ne la for­za divi­sti­ca dei supe­re­roi, e nel men­tre stu­dia le emo­zio­ni, i difet­ti, e in gene­ra­le il lato uma­no di una supe­re­roi­na come Wan­da, por­tan­do sul pic­co­lo scher­mo una serie tv fat­ta non solo esclu­si­va­men­te per ven­de­re gad­get nei Disney Sto­re, ma per rac­con­ta­re quel mon­do di cui tut­ti fac­cia­mo parte. 

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Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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