Aspettando gli Oscar 2021, i migliori film in gara

Aspettando gli Oscar 2021, i migliori film in gara

Dome­ni­ca 25 apri­le avver­rà la con­sue­ta ceri­mo­nia di con­se­gna dei pre­mi Oscar, slit­ta­ta di due mesi rispet­to al soli­to a cau­sa del­la pan­de­mia di Covid-19. Tra i film can­di­da­ti appa­io­no come sem­pre i film più in voga del­lo scor­so anno, insie­me ad altri inve­ce ina­spet­ta­ti: se non stu­pi­sce, infat­ti, la gran­de pre­sen­za di lun­go­me­trag­gi pro­dot­ti dal­le piat­ta­for­me strea­ming, al con­tra­rio, è inte­res­san­te nota­re alcu­ne pel­li­co­le rima­ste più ina­scol­ta­te, ma che inve­ce meri­ta­no un occhio di riguar­do. Tra loro il fan­ta­sti­co suc­ces­so Pie­ces of a Woman di Kor­nél Mun­druc­zó, e l’opera ter­za del­la regi­sta e sce­neg­gia­tri­ce Chloé Zhao, Nomad­land, già Leo­ne D’oro a Vene­zia e qui una del­le favo­ri­te. La spe­cia­li­tà degli Oscar è sem­pre quel­la di riu­sci­re a risal­ta­re anche pel­li­co­le di cali­bro mino­re, che sor­pren­do­no per la loro tec­ni­ca, mes­sa in sce­na e ori­gi­na­li­tà rara. Ecco di segui­to alcu­ni di que­sti film.

Sound of Metal

Riz Ahmed in una sce­na di Sound of Metal 

Film com­ple­ta­men­te igno­ra­to ai Gol­den Glo­bes 2021, ma riscat­ta­to dall’Academy degli Oscar che lo can­di­da in ben sei cate­go­rie. Diret­to dal­lo sce­neg­gia­to­re (e ora regi­sta) Darius Mar­der, e distri­bui­to da Ama­zon Stu­dios su Pri­me Video, vede le vicen­de di un bra­vis­si­mo Riz Ahmed (Rogue One: A Star Wars sto­ry, Venom) nei pan­ni del bat­te­ri­sta hea­vy-metal Ruben. La sto­ria è di per sé sem­pli­ce e for­se a trat­ti anche bana­le; il pro­ta­go­ni­sta, dopo esser dive­nu­to sor­do, si è tro­va­to di fron­te ad un bivio: accet­ta­re la pro­pria malat­tia, o paga­re una costo­sis­si­ma ope­ra­zio­ne per recu­pe­ra­re par­zial­men­te l’udito, ed è que­sto che ren­de nel com­ples­so la tra­ma estre­ma­men­te sog­get­ti­va, arri­van­do anche a coin­vol­ge­re l’etica del­lo spet­ta­to­re. Il pez­zo for­te del film sta nel ricer­ca­to equi­li­brio tra sound desi­gn, regia, mon­tag­gio e ovvia­men­te reci­ta­zio­ne; la scel­ta mora­le vie­ne intro­iet­ta­ta dal pro­ta­go­ni­sta e il rac­con­to si strut­tu­ra sul­le sue scel­te atte a rispon­de­re alla nuo­va vita a cui è condannato.

Il com­par­to tec­ni­co del film com­ple­ta, dun­que, un’opera altri­men­ti debo­le nel suo mes­sag­gio; il modo in cui il suo­no, tra cui spic­ca il rumo­ri­sta Nico­las Bec­ker, già cono­sciu­to per Gra­vi­tyArri­val, lavo­ra con la ripre­sa di Mar­der per­met­te un’immersione tota­le nel mon­do di Ruben, coin­vol­gen­do lo spet­ta­to­re con le sce­ne in sog­get­ti­va, sia visi­ve che sono­re, crean­do così la pre­mes­sa per un fina­le for­te ed estre­ma­men­te empatico. 

Non si può par­la­re trop­po del film, è un viag­gio com­ples­so e fat­to di scel­te, dove la fan­ta­sti­ca inter­pre­ta­zio­ne di Ahmed dona quel­la nota tra­gi­ca che com­ple­ta la pel­li­co­la. Il tut­to si muo­ve armo­nio­sa­men­te, pri­ma rit­ma­to e poi scom­po­sto, nel­la for­ma più com­ple­ta del deca­di­men­to di un’artista, costret­to alla rifles­sio­ne esi­sten­zia­le gene­ra­ta dal dolore.


Il mio amico in fondo al mare (originale: My Octopus Teacher)

Craig Foster in una sce­na del documentario 

Che gli altri docu-film ci per­do­ni­no, spe­cial­men­te il pro­met­ten­te Col­lec­ti­ve di Ale­xan­der Nanau, ma quel­lo che a Net­flix Ita­lia pia­ce chia­ma­re Il mio ami­co in fon­do al mare, ovve­ro My Octo­pus Tea­cher in lin­gua ori­gi­na­le, è pro­ba­bil­men­te uno dei miglio­ri docu­men­ta­ri degli ulti­mi vent’anni. Il video­ma­ker Craig Foster, noto per i suoi film fau­ni­sti­ci, ci rac­con­ta la sto­ria di un inten­so lega­me con un esem­pla­re di pol­po che vive lun­go una costie­ra del Sud Afri­ca. L’incredibile e avvol­gen­te tra­ma del docu­men­ta­rio ci por­ta all’interno di un mon­do all’apparenza cono­sciu­to ma in real­tà più straor­di­na­rio di quel­lo che sem­bra: la vita di un pol­po, degli ani­ma­li che vivo­no intor­no a lui, quel­li al di sot­to del­la cate­na ali­men­ta­re e quel­li inve­ce al di sopra, il modo in cui si mime­tiz­za, e soprat­tut­to il modo con cui si approc­cia a Foster, sono cat­tu­ra­ti incre­di­bil­men­te da una came­ra onni­scien­te, il cui sco­po è solo quel­lo di osser­va­re il magi­co inca­stro natu­ra­le del­la fau­na e del­la flo­ra, in uno spet­ta­co­lo sce­ni­co fragilissimo. 

È anche per la sua incre­di­bi­le raf­fi­na­tez­za nei det­ta­gli, ma incre­di­bil­men­te sen­si­bi­le al cam­bia­men­to, che la natu­ra diven­ta la pro­ta­go­ni­sta indi­scus­sa del docu­men­ta­rio (oltre all’empatica con­nes­sio­ne tra il video­ma­ker e il pol­po). Il risul­ta­to è un film antro­po­ge­ni­co incre­di­bil­men­te auten­ti­co nel suo gene­re, più rea­le degli stes­si docu­men­ta­ri ambien­ta­li­sti scien­ti­fi­ci a cui sia­mo abi­tua­ti; My Octo­pus Tea­cher inse­gna ad ascol­ta­re, capi­re, inter­pre­ta­re la natu­ra dal­la sua più pic­co­la con­chi­glia al più gran­de pre­da­to­re del­la Sava­na. Di con­se­guen­za, è natu­ra­le che la rifles­sio­ne cada poi sugli esse­ri uma­ni, su come essi sia­no cam­bia­ti, e su come pos­so­no fare del meglio per tut­ti. La pazien­za e la cura con cui Foster cer­ca di entra­re in con­tat­to con il pol­po, ci ricor­da vaga­men­te le sto­rie sui nostri ante­na­ti che si pro­cac­cia­va­no il cibo in un con­te­sto dove lui, homo sapiens, era solo un pez­zo del gran­de puzz­le. La digi­ta­liz­za­zio­ne e la fre­ne­sia di oggi chiu­de l’Uomo nel­la sua tor­re d’avorio di supre­mo ego­cen­tri­smo, ren­den­do ine­vi­ta­bil­men­te arti­fi­cia­le anche il suo modo di pen­sa­re e mangiare. 

È proprio per questo che anche un semplice polpo può ricordarci come riappropriarsi di una coscienza ecologica in grado di farci capire cos’è il nostro pianeta Terra. Perché noi sappiamo di farne parte, ma solo una guida può farcelo comprendere a pieno.

Un altro giro (originale: Druk)

Una sce­na trat­ta da Un altro giro con Mads Mikkelsen

Dal dane­se Tho­mas Vin­ter­berg (The Hunt), arri­va una sto­ria di pura immer­sio­ne socia­le nel­la real­tà di alcu­ni inse­gnan­ti, i qua­li deci­do­no di met­te­re in pra­ti­ca la teo­ria filo­so­fi­ca che spie­ga come l’essere uma­no è più por­ta­to alla socia­li­tà, al lavo­ro e al suc­ces­so per­so­na­le (anche psi­chi­co), se man­tie­ne un livel­lo costan­te di tas­so alco­le­mi­co nel san­gue. Dal­la vita pro­fes­sio­na­le a quel­la pri­va­ta, la real­tà offu­sca la men­te, l’alcol è inve­ce capa­ce di libe­rar­la. Il film si rive­la, guar­da caso, un cora­le e nostal­gi­co ricor­do a quei tem­pi che furo­no, quan­do l’adorata età gio­va­ni­le per­met­te­va di fare e pen­sa­re l’impossibile.

Il pro­ta­go­ni­sta prin­ci­pa­le Mar­tin (Mads Mik­kel­sen), si lan­cia nell’esperimento in un momen­to del­la pro­pria vita dove a bloc­car­lo era la real­tà stes­sa che lo cir­con­da­va: l’amore tos­si­co con la moglie, il rap­por­to di distac­co coi figli, il disin­te­res­se e la male­du­ca­zio­ne dei suoi gio­va­ni stu­den­ti di sto­ria (la mate­ria più mal­trat­ta­ta e igno­ra­ta). Il con­te­sto è insom­ma quel­lo del­la Dani­mar­ca di oggi, lo sta­to che fino a qual­che anno fa van­ta­va di ave­re il pre­mio per esse­re “il pae­se più feli­ce al mon­do”, ma che nel­la real­tà nascon­de, alle vol­te, la pol­ve­re sot­to il tap­pe­to. Vin­ter­berg non è nuo­vo a trat­ta­re que­sti temi: già ai tem­pi del suo gran­de suc­ces­so inter­na­zio­na­le, The Hunt, la real­tà pro­vin­cia­le dane­se ci pro­iet­ta in un mon­do in cui l’alcolismo vie­ne con­si­de­ra­to più un fat­to cul­tu­ra­le che un pro­ble­ma. Un altro giro, nove anni dopo, mostra nuo­va­men­te quel mon­do, dove tra i gio­va­nis­si­mi l’alcol è que­stio­ne neces­sa­ria di aggre­ga­zio­ne, e dove l’ansia socia­le, l’isolamento e la depres­sio­ne ser­peg­gia­no indi­stur­ba­ti nel popo­lo felice.

L’alcol è quin­di non tan­to una fuga estra­nian­te, ma al con­tra­rio una chia­ve che delu­ci­da la stes­sa real­tà (a)sociale dane­se, raf­fi­gu­ra­ta come un luo­go di estre­ma fra­gi­li­tà e nevro­si gene­ra­le in cui la vita scor­re len­ta e ine­so­ra­bi­le. Skål!

Wolfwalkers – Il popolo dei lupi (originale: Wolfwalkers)

Una sce­na trat­ta da Wol­fwal­kers con (da sini­stra) Mebh dop­pia­ta nel­la ver­sio­ne ita­lia­na da Sofia
Fron­zi, e Robyn dop­pia­ta da Cin­zia Virale 

Sal­vo par­ti­co­la­ri ecce­zio­ni, la cate­go­ria dedi­ca­ta al miglior film d’animazione è sem­pre sta­ta carat­te­riz­za­ta dall’egemonia del­la Disney e del­la Disney Pixar. La genia­li­tà degli auto­ri ere­di­ta­ta dal vec­chio Walt, l’incredibile arti­gia­na­li­tà nel­la crea­zio­ne del­le ope­re e lo stra­po­te­re eco­no­mi­co del­la mul­ti­na­zio­na­le, han­no sem­pre per­mes­so a Disney di esse­re cen­to pas­si avan­ti rispet­to alle altre case d’animazione. Quest’anno non è da meno. In gara sono pre­sen­ti due film del­la Disney favo­ri­tis­si­mi, Onward di Dan Scan­lon e Soul di Pete Doc­ter; con­tro inve­ce i car­to­ni ani­ma­ti che han­no sapu­to par­lar meno di sé. Nono­stan­te ciò, tra i film can­di­da­ti quest’anno, Wol­fwal­kers, nuo­va fati­ca di Tomm Moo­re, con la co-regia di Ross Stewart, per­met­te­reb­be una ven­ta­ta d’aria fre­sca nel cam­po dell’animazione e non solo. 

Ter­za ope­ra del regi­sta irlan­de­se, pro­dot­to dal­la Car­toon Saloon, il film è una leg­gen­da oni­ri­ca nar­ra­ta magi­stral­men­te sia per via del­la sua tec­ni­ca, sia per via del­la tra­ma in sé. Il film è il coro­na­men­to di un lun­go pro­ces­so crea­ti­vo che vede Moo­re come quell’erede indi­scus­so di Miya­za­ki e del­la Stu­dio Ghi­bli. Non è infat­ti un caso se Wol­fwal­kers con­cen­tra la sua vir­tuo­sa mes­sa in sce­na sul con­te­sto irlan­de­se, ter­ra bistrat­ta­ta, peren­ne­men­te sot­to il gio­go poli­ti­co del vici­no Regno Uni­to, sen­za nes­su­na chan­ce di strap­pa­re la pro­pria indi­pen­den­za dal­le mani degli ingle­si, se non cul­tu­ral­men­te e social­men­te. L’animazione clas­si­ca risplen­de sot­to una nuo­va luce: il com­par­to tec­ni­co, infat­ti, mischia arte minia­tu­ri­sti­ca medie­va­le con ele­men­ti fumet­ti­sti­ci cari­ca­tu­ra­li, il tut­to in un’ottica tipi­ca­men­te espres­sio­ni­sta dove le figu­re dei lupi, nemi­ci pre­di­let­ti, sono sinuo­se e con­trol­la­te, men­tre quel­le degli uma­ni, ami­ci pre­di­let­ti, sono spi­go­lo­se e disorientate.

A ciò, si aggiun­ge il clas­si­co mec­ca­ni­smo del “discu­te­re sul ieri per cri­ti­ca­re l’oggi”. Da que­sto pun­to di vista la mora­le ambien­ta­li­sta, eti­ca e lo sfrut­ta­men­to del pote­re per gene­ra­re scan­da­lo e pau­ra tra la popo­la­zio­ne, fa del per­so­nag­gio Lord Pro­tec­tor una figu­ra cari­sma­ti­ca monu­men­ta­le, incon­trol­la­bi­le e fero­ce, in una Kil­ken­ny total­men­te assue­fat­ta, nebu­liz­za­ta e sfi­du­cia­ta nei con­fron­ti del prossimo.

Wol­fwal­kers è quin­di un epi­so­dio fon­da­men­ta­le di quell’ani­ma­zio­ne toc­can­te, la qua­le dimo­stra che non ser­ve neces­sa­ria­men­te un’immagine foto­rea­li­sti­ca per man­da­re un mes­sag­gio pode­ro­so. Tomm Moo­re ha sem­pre per­so con­tro gran­dis­si­mi film: Up, del­lo stes­so Pete Doc­ter, e Big Hero 6. Quest’anno è altret­tan­to dif­fi­ci­le spe­ra­re in una sua vit­to­ria, ma se da un lato la Pixar con­ti­nua a sfor­na­re film dal­la stes­sa for­ma, dall’altro è la casa d’animazione di Moo­re che sta lascian­do sem­pre più il segno con la sua eccen­tri­ca animazione.

Con­di­vi­di:
Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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