Del: 21 Aprile 2021 Di: Simone Santini Commenti: 0
Il prezzo amaro dello zucchero per il neurosviluppo

C’è chimica, tra noi e lo zucchero. La sua ingestione provoca infatti il rilascio cerebrale del neurotrasmettitore dopamina nei centri del piacere e della ricompensa, un complesso sistema di vie dopaminergiche che connettono i nuclei profondi dell’encefalo con la corteccia cerebrale, con effetti euforici. Inoltre, il consumo di zucchero stimola nel cervello anche l’azione di oppioidi endogeni connessi al senso di piacere.

È un amore antico, quello per lo zucchero, comparso con una mutazione genetica nei primati circa 15 milioni di anni fa e con importante significato evolutivo, come afferma anche Richard Johnson (professore di medicina presso la Universty of Colorado) nel suo saggio The Sugar Fix. Il saccarosio, infatti, viene scisso dal nostro corpo in glucosio e fruttosio, quest’ultimo stimolante il deposito di grasso corporeo. In un’epoca in cui il cibo veniva da fonti ben più incerte di uno scaffale del supermercato, trovare lo zucchero piacevole (e volerne ancora) era un vantaggio e come tale ci è stato trasmesso. Ma l’ominide del Paleolitico se era fortunato aveva accesso al miele, non alle barrette dolcificate, che possono contenere anche 200-300 calorie non nutrizionali a porzione.

L’innata attrazione per lo zucchero e la quantità senza precedenti in cui esso è stato reso disponibile ha portato a un consumo esagerato di saccarosio e, di conseguenza, alla serie di problematiche che ben conosciamo (carie, obesità, diabete, cardiopatie, gotta…), serie a cui si è aggiunto anche il deficit di memoria e apprendimento.

Uno studio condotto dalla University of Georgia insieme alla University of Southern California e apparso su Translational Psychiatry il 31 Marzo ha infatti dimostrato come nei roditori l’elevato consumo di zucchero durante la giovinezza provochi una disfunzionalità nell’ippocampo, un’area del cervello fondamentale per numerosi processi (come l’apprendimento, la memoria e la contestualizzazione) e che è ancora in evoluzione durante l’adolescenza.

Secondo la professoressa Emily Noble, autrice principale dello studio, è stato osservato durante gli esperimenti come i ratti adulti nutriti con dieta ricca di zuccheri durante l’adolescenza non riuscissero a capire se un oggetto fosse nuovo al loro ambiente oppure no, cosa che invece i ratti nutriti con dieta normale erano in grado di fare. Ciò è dovuto al fatto che l’elevata quantità di zucchero favorisce la proliferazione della popolazione di Parabacteroides nella flora intestinale, batteri che si è dimostrato avere effetti deleteri sullo sviluppo dell’ippocampo (altre funzioni non ippocampali restavano invece inalterate anche dopo un alto consumo di zucchero) ma il cui meccanismo di azione deve ancora essere approfonditamente studiato.

Ciò che invece è già da ora evidente è come le conseguenze del consumo sregolato di zucchero siano ancora meno dolci di quanto già sapevamo, un prezzo che attualmente sono le fasce più deboli della popolazione a pagare maggiormente.

Dopo aver intervistato famiglie americane e basso reddito, la sociologa Sarah Bowen arrivò ad ipotizzare nel 2012 come le bevande zuccherine fossero una sorta di economico “riempitivo” per le famiglie non in grado di permettersi tre pasti al giorno. Inutile dire che le categorie più colpite sono le minoranze etniche, economicamente in media più deboli dei bianchi: al 2019, negli USA solo in uno Stato più del 35% dei bianchi adulti è obeso. Per quanto riguarda la popolazione nera, l’obesità (dovuta anche al consumo eccessivo di zucchero) colpisce più del 35% degli adulti in ben 32 tra stati e distretti.

Una comunità la cui condizione economica favorisce una dieta iper-zuccherina è destinata a sobbarcarsi il costo di malattie come diabete e obesità, o dei vari deficit neurologici trattati dallo studio di Noble, entrando in un circolo vizioso che le preclude o limita enormemente il raggiungimento del benessere e l’affrancamento sociale.  Secoli fa, milioni di schiavi furono strappati all’Africa per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero americane, spesso in condizioni disumane, per alimentare un mercato lucrosissimo. Ora, i loro discendenti rischiano ancora di essere i primi a pagare il prezzo amaro dello zucchero.

Simone Santini
Nato nel 1999 e studente di Biotecnologia, scrivo racconti per entusiasmare e articoli quando la scienza è il racconto più entusiasmante.

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