Del: 12 Aprile 2021 Di: Martina Di Paolantonio Commenti: 0
Libano, «il Titanic senza orchestra»

Il 4 agosto 2020 il mondo intero ha assistito sgomento all’esplosione nel porto di Beirut, che ha provocato più di 200 morti, lasciando 300 000 persone senza casa, in piena pandemia mondiale. Per settimane si è parlato del disastro, poi silenzio.

Cosa è successo dopo l’esplosione?

Oggi scontri tra popolazione e forze militari sono all’ordine del giorno, così come i licenziamenti, le difficoltà per procurarsi cibo e benzina, e presto anche l’elettricità, già limitata dalla Società Elettrica Libanese a causa dell’assenza di combustibile.

Ben prima della pandemia il Libano era in crisi economica: la lira libanese ha infatti perso circa il 90% del suo valore nell’arco di tempo da ottobre 2019 (con le dimissioni del governo Harari) a oggi. In pratica occorrono 15 mila lire per comprare un dollaro, mentre nel 2019 ne bastavano 1 500. Inevitabilmente questo ha comportato un aumento dei prezzi ragguardevole, soprattutto delle merci importate da Paesi utilizzanti i dollari e gli euro.

Il tentativo di controllo della più grande crisi degli ultimi trent’anni da parte delle banche libanesi è stato inutile, anzi ha peggiorato la situazione. La difficoltà economica ha infatti provocato il licenziamento di una grande porzione del comparto impiegatizio delle banche, circa il 20% di un settore che contava 25mila persone. Tutto questo mentre il Presidente della Banca Centrale libanese Riad Salameh viene accusato di riciclaggio e corruzione da un gruppo di avvocati londinesi.

A questo si aggiunge il fatto che l’aumento dei prezzi dei carburanti e in generale di tutti quei beni necessari a esercitare la professione, dovuto alla svalutazione della lira, ha provocato proprio in questi giorni uno sciopero dei trasportatori e degli autisti di mezzi pubblici. Come se non bastasse, secondo l’ONU ormai più della metà dei libanesi vive sotto la soglia di povertà.

Alla situazione già di per sé disastrosa si aggiungono le tensioni provocate dall’elevata presenza di profughi. Trovandosi tra Israele e Siria, il Libano ricopre da anni un ruolo centrale nell’accoglienza di palestinesi e siriani, ma soprattutto quest’ultimi sono spesso protagonisti di scontri e violenze.

Questo è dovuto al fatto che per quanto riguarda la guerra civile siriana la popolazione libanese è divisa: da un lato i sunniti che sostengono i ribelli, dall’altro gli sciiti che appoggiano il governo siriano. Dal 2014 poi, in seguito all’attacco alle forze armate libanesi ad Arsal, la popolazione siriana non è ben vista in Libano. I rifugiati sono costretti a vivere in condizioni di grande sofferenza, e ben l’83% vive in stato di estrema povertà.

Il Libano è chiaramente al centro di un’infinità di crisi: economica, sociale, sanitaria e politica. Chi se ne sta occupando? Nessuno.

Mentre le farmacie sono costrette a chiudere e gli scontri violenti mietono quotidianamente vittime, non c’è un governo che si preoccupi. Il capo di governo Saad Hariri si è dimesso nel 2019, dopo settimane di proteste dovute a una serie di misure restrittive tra cui una tassa sulle chiamate Whatsapp. Dopo di lui l’incarico è stato affidato a Hassan Diab, che tuttavia si è dimesso a sua volta in seguito all’esplosione nel porto di Beirut per il quale il governo è stato accusato di negligenza e scarsa trasparenza. Per un brevissimo periodo l’incarico è stato ricoperto da Mustapha Adib, appoggiato dallo stesso Hariri, per poi dimettersi a sua volta.

Hariri a questo punto diventa un emblematico esempio di “uscire dalla porta e rientrare dalla finestra” ricevendo nuovamente l’incarico di formare il governo. Con la nomina è cominciato il braccio di ferro tra lui e il Presidente della Repubblica Michel Aoun. Un gioco di potere che Karim Émile Bitar (direttore dell’Istituto di Scienze Politiche all’Università Saint – Joseph di Beirut e ricercatore presso il French Institute for International and Strategic Affairs) ha definito una «questione di ego», in quanto nessuno dei due vuole essere il primo ad accettare un compromesso.

Il Presidente Aoun e il Capo di Governo Hariri in uno dei loro innumerevoli incontri.
Il Presidente Aoun e il Capo di Governo Hariri in uno dei loro innumerevoli incontri.

Il disaccordo tra i due è legato alla composizione del governo stesso, che Hariri vorrebbe formato da tecnici non appartenenti alla classe politica, mentre Aoun preferirebbe un governo politico con un numero abbastanza ampio di rappresentanti del suo partito e orientamento religioso.

La questione confessionale in Libano è infatti fondamentale per l’ordinamento dello Stato. In seguito al “Patto Nazionale”(al-mīthāq al-watanī) del 1943, le cariche statali sono stabilite su base religiosa. In particolare il Presidente della repubblica è cristiano maronita, il Primo ministro è sunnita e il Presidente del Parlamento deve essere sciita. I diciotto incontri tra i due non hanno sbloccato la situazione, perché i numeri richiesti da Aoun corrisponderebbero a un terzo del governo che Hariri è chiamato a formare, un numero sufficiente per imporre il veto e impedirgli in pratica di governare.

In questo scenario sembrerebbe che a preoccuparsi delle sorti del Libano siano solamente i francesi.

Il rapporto tra i due Paesi è di lunga data: il Libano è rimasto sotto il controllo francese dalla fine della Prima guerra mondiale fino al 1945, e la Francia ha perpetrato un solido rapporto negli anni, intervenendo in caso di bisogno (come nel 2008 nell’Accordo di Doha).

Oggi il Libano necessita più che mai di un intervento esterno dato che le forze politiche interne sembrano essere la causa dei problemi più che la soluzione. Fino a questo momento non sono serviti a nulla gli ultimatum del Presidente Macron (che già in settembre spingeva per una rapida formazione del governo), il quale si è recato più volte in territorio libanese per tentare una conciliazione, e ormai il punto di collasso dell’intero Stato sembra sempre più vicino.

Il Ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian ha definito il Libano come «il Titanic ma senza l’orchestra», è un Paese che «sta affondando, e non c’è nemmeno la musica», e la colpa è in gran parte imputabile ai suoi stessi politici.

Immagine di copertina: porto di Beirut, fotografia di Jo Kassis via Pexels.

Martina Di Paolantonio
Dal 1999 faccio concorrenza all'agenzia di promozione turistica abruzzese, nel tempo libero mi lamento per qualsiasi cosa.

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