Libano, «il Titanic senza orchestra»

Libano, «il Titanic senza orchestra»

Il 4 ago­sto 2020 il mon­do inte­ro ha assi­sti­to sgo­men­to all’esplo­sio­ne nel por­to di Bei­rut, che ha pro­vo­ca­to più di 200 mor­ti, lascian­do 300 000 per­so­ne sen­za casa, in pie­na pan­de­mia mon­dia­le. Per set­ti­ma­ne si è par­la­to del disa­stro, poi silenzio.

Cosa è successo dopo l’esplosione?

Oggi scon­tri tra popo­la­zio­ne e for­ze mili­ta­ri sono all’ordine del gior­no, così come i licen­zia­men­ti, le dif­fi­col­tà per pro­cu­rar­si cibo e ben­zi­na, e pre­sto anche l’elettricità, già limi­ta­ta dal­la Socie­tà Elet­tri­ca Liba­ne­se a cau­sa dell’assenza di combustibile. 

Ben pri­ma del­la pan­de­mia il Liba­no era in cri­si eco­no­mi­ca: la lira liba­ne­se ha infat­ti per­so cir­ca il 90% del suo valo­re nell’arco di tem­po da otto­bre 2019 (con le dimis­sio­ni del gover­no Hara­ri) a oggi. In pra­ti­ca occor­ro­no 15 mila lire per com­pra­re un dol­la­ro, men­tre nel 2019 ne basta­va­no 1 500. Ine­vi­ta­bil­men­te que­sto ha com­por­ta­to un aumen­to dei prez­zi rag­guar­de­vo­le, soprat­tut­to del­le mer­ci impor­ta­te da Pae­si uti­liz­zan­ti i dol­la­ri e gli euro. 

Il ten­ta­ti­vo di con­trol­lo del­la più gran­de cri­si degli ulti­mi trent’anni da par­te del­le ban­che liba­ne­si è sta­to inu­ti­le, anzi ha peg­gio­ra­to la situa­zio­ne. La dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca ha infat­ti pro­vo­ca­to il licen­zia­men­to di una gran­de por­zio­ne del com­par­to impie­ga­ti­zio del­le ban­che, cir­ca il 20% di un set­to­re che con­ta­va 25mila per­so­ne. Tut­to que­sto men­tre il Pre­si­den­te del­la Ban­ca Cen­tra­le liba­ne­se Riad Sala­meh vie­ne accu­sa­to di rici­clag­gio e cor­ru­zio­ne da un grup­po di avvo­ca­ti londinesi.

A que­sto si aggiun­ge il fat­to che l’aumento dei prez­zi dei car­bu­ran­ti e in gene­ra­le di tut­ti quei beni neces­sa­ri a eser­ci­ta­re la pro­fes­sio­ne, dovu­to alla sva­lu­ta­zio­ne del­la lira, ha pro­vo­ca­to pro­prio in que­sti gior­ni uno scio­pe­ro dei tra­spor­ta­to­ri e degli auti­sti di mez­zi pub­bli­ci. Come se non bastas­se, secon­do l’ONU ormai più del­la metà dei liba­ne­si vive sot­to la soglia di pover­tà.

Alla situa­zio­ne già di per sé disa­stro­sa si aggiun­go­no le ten­sio­ni pro­vo­ca­te dall’elevata pre­sen­za di pro­fu­ghi. Tro­van­do­si tra Israe­le e Siria, il Liba­no rico­pre da anni un ruo­lo cen­tra­le nell’accoglienza di pale­sti­ne­si e siria­ni, ma soprat­tut­to quest’ultimi sono spes­so pro­ta­go­ni­sti di scon­tri e vio­len­ze.

Que­sto è dovu­to al fat­to che per quan­to riguar­da la guer­ra civi­le siria­na la popo­la­zio­ne liba­ne­se è divi­sa: da un lato i sun­ni­ti che sosten­go­no i ribel­li, dall’altro gli scii­ti che appog­gia­no il gover­no siria­no. Dal 2014 poi, in segui­to all’attacco alle for­ze arma­te liba­ne­si ad Arsal, la popo­la­zio­ne siria­na non è ben vista in Liba­no. I rifu­gia­ti sono costret­ti a vive­re in con­di­zio­ni di gran­de sof­fe­ren­za, e ben l’83% vive in sta­to di estre­ma povertà.

Il Libano è chiaramente al centro di un’infinità di crisi: economica, sociale, sanitaria e politica. Chi se ne sta occupando? Nessuno.

Men­tre le far­ma­cie sono costret­te a chiu­de­re e gli scon­tri vio­len­ti mie­to­no quo­ti­dia­na­men­te vit­ti­me, non c’è un gover­no che si pre­oc­cu­pi. Il capo di gover­no Saad Hari­ri si è dimes­so nel 2019, dopo set­ti­ma­ne di pro­te­ste dovu­te a una serie di misu­re restrit­ti­ve tra cui una tas­sa sul­le chia­ma­te Wha­tsapp. Dopo di lui l’incarico è sta­to affi­da­to a Has­san Diab, che tut­ta­via si è dimes­so a sua vol­ta in segui­to all’esplosione nel por­to di Bei­rut per il qua­le il gover­no è sta­to accu­sa­to di negli­gen­za e scar­sa tra­spa­ren­za. Per un bre­vis­si­mo perio­do l’incarico è sta­to rico­per­to da Musta­pha Adib, appog­gia­to dal­lo stes­so Hari­ri, per poi dimet­ter­si a sua volta. 

Hari­ri a que­sto pun­to diven­ta un emble­ma­ti­co esem­pio di “usci­re dal­la por­ta e rien­tra­re dal­la fine­stra” rice­ven­do nuo­va­men­te l’incarico di for­ma­re il gover­no. Con la nomi­na è comin­cia­to il brac­cio di fer­ro tra lui e il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Michel Aoun. Un gio­co di pote­re che Karim Émi­le Bitar (diret­to­re dell’Istituto di Scien­ze Poli­ti­che all’Università Saint — Jose­ph di Bei­rut e ricer­ca­to­re pres­so il French Insti­tu­te for Inter­na­tio­nal and Stra­te­gic Affairs) ha defi­ni­to una «que­stio­ne di ego», in quan­to nes­su­no dei due vuo­le esse­re il pri­mo ad accet­ta­re un compromesso. 

Il Presidente Aoun e il Capo di Governo Hariri in uno dei loro innumerevoli incontri.
Il Pre­si­den­te Aoun e il Capo di Gover­no Hari­ri in uno dei loro innu­me­re­vo­li incontri.

Il disac­cor­do tra i due è lega­to alla com­po­si­zio­ne del gover­no stes­so, che Hari­ri vor­reb­be for­ma­to da tec­ni­ci non appar­te­nen­ti alla clas­se poli­ti­ca, men­tre Aoun pre­fe­ri­reb­be un gover­no poli­ti­co con un nume­ro abba­stan­za ampio di rap­pre­sen­tan­ti del suo par­ti­to e orien­ta­men­to religioso. 

La que­stio­ne con­fes­sio­na­le in Liba­no è infat­ti fon­da­men­ta­le per l’ordinamento del­lo Sta­to. In segui­to al “Pat­to Nazio­na­le”(al-mīthāq al-wata­nī) del 1943, le cari­che sta­ta­li sono sta­bi­li­te su base reli­gio­sa. In par­ti­co­la­re il Pre­si­den­te del­la repub­bli­ca è cri­stia­no maro­ni­ta, il Pri­mo mini­stro è sun­ni­ta e il Pre­si­den­te del Par­la­men­to deve esse­re scii­ta. I diciot­to incon­tri tra i due non han­no sbloc­ca­to la situa­zio­ne, per­ché i nume­ri richie­sti da Aoun cor­ri­spon­de­reb­be­ro a un ter­zo del gover­no che Hari­ri è chia­ma­to a for­ma­re, un nume­ro suf­fi­cien­te per impor­re il veto e impe­dir­gli in pra­ti­ca di governare.

In questo scenario sembrerebbe che a preoccuparsi delle sorti del Libano siano solamente i francesi.

Il rap­por­to tra i due Pae­si è di lun­ga data: il Liba­no è rima­sto sot­to il con­trol­lo fran­ce­se dal­la fine del­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le fino al 1945, e la Fran­cia ha per­pe­tra­to un soli­do rap­por­to negli anni, inter­ve­nen­do in caso di biso­gno (come nel 2008 nell’Accor­do di Doha).

Oggi il Liba­no neces­si­ta più che mai di un inter­ven­to ester­no dato che le for­ze poli­ti­che inter­ne sem­bra­no esse­re la cau­sa dei pro­ble­mi più che la solu­zio­ne. Fino a que­sto momen­to non sono ser­vi­ti a nul­la gli ulti­ma­tum del Pre­si­den­te Macron (che già in set­tem­bre spin­ge­va per una rapi­da for­ma­zio­ne del gover­no), il qua­le si è reca­to più vol­te in ter­ri­to­rio liba­ne­se per ten­ta­re una con­ci­lia­zio­ne, e ormai il pun­to di col­las­so dell’intero Sta­to sem­bra sem­pre più vici­no.

Il Mini­stro degli este­ri fran­ce­se Jean-Yves Le Drian ha defi­ni­to il Liba­no come «il Tita­nic ma sen­za l’orchestra», è un Pae­se che «sta affon­dan­do, e non c’è nem­me­no la musi­ca», e la col­pa è in gran par­te impu­ta­bi­le ai suoi stes­si politici. 

Imma­gi­ne di coper­ti­na: por­to di Bei­rut, foto­gra­fia di Jo Kas­sis via Pexels.

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Martina Di Paolantonio
Dal 1999 fac­cio con­cor­ren­za all’a­gen­zia di pro­mo­zio­ne turi­sti­ca abruz­ze­se, nel tem­po libe­ro mi lamen­to per qual­sia­si cosa.

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