The Handmaid’s Tale, verso la quarta stagione

The Handmaid's Tale, verso la quarta stagione

The Handmaid’s Tale è un roman­zo scrit­to da Mar­ga­ret Atwood nel 1986. Nel 2017 è diven­ta­to una serie di suc­ces­so mon­dia­le. L’opera di Mar­ga­ret Atwood vie­ne descrit­ta come fan­ta­scien­za o disto­pia, gene­ri in voga da anni nel mer­ca­to let­te­ra­rio. La mera defi­ni­zio­ne è però fuor­vian­te; il suo roman­zo — e la serie — han­no infat­ti lega­mi stret­tis­si­mi con l’attua­li­tà, e il mon­do che l’autrice descri­ve non è poi così lon­ta­no dal nostro. 

The Handmaid’s Tale rac­con­ta la sto­ria di June, “ancel­la” a Gilead, sta­to neo­na­to a regi­me teo­cra­ti­co che ha sosti­tui­to gli Sta­ti Uni­ti dopo un col­po di sta­to. Le don­ne a Gilead sono poco più che ogget­ti, esse­ri infe­rio­ri che nel miglio­re dei casi si limi­ta­no a sta­re a casa a lavo­ra­re a maglia e a fare giar­di­nag­gio, e nel peg­gio­re sono solo dei cor­pi fun­zio­na­li alla pro­crea­zio­ne in un mon­do in cui il tas­so di nata­li­tà è dimi­nui­to dra­sti­ca­men­te. Le ancel­le infat­ti sono le poche don­ne anco­ra fer­ti­li. La nar­ra­zio­ne alter­na la vita di June a Gilead ai suoi ricor­di, la vita pri­ma del­lo stra­vol­gi­men­to del­la sua esi­sten­za. Una vita nor­ma­le, come quel­la che vivia­mo noi: pri­ma di Gilead June ave­va un lavo­ro, un mari­to, una figlia, un iPho­ne; pote­va leg­ge­re e scri­ve­re, usci­re con le ami­che, fare quel­lo che voleva.

È inquie­tan­te pen­sa­re che quel­la che cate­go­riz­zia­mo come disto­pia sia real­tà in alcu­ne par­ti del mon­do; basti pen­sa­re alla sto­ria nar­ra­ta da Azar Nafi­si nel suo bestsel­ler Leg­ge­re Loli­ta a Tehe­ran, che rac­con­ta la vita uni­ver­si­ta­ria fem­mi­ni­le nel perio­do del­la rivo­lu­zio­ne in Iran, o al film Non cono­sci Papi­cha, che mostra le dif­fi­col­tà di un grup­po di ragaz­ze nel­la Alge­ri negli anni ’90, dove il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so si fa sem­pre più oppri­men­te e le costrin­ge a diven­ta­re ribel­li per con­ti­nua­re a vive­re come han­no sem­pre fatto.

Mar­ga­ret Atwood ha scrit­to il suo roman­zo 35 anni fa, poco dopo le ele­zio­ni di Rea­gan e That­cher, in un perio­do in cui nei pae­si anglo­sas­so­ni un revi­val reli­gio­so e con­ser­va­to­re era nato in rea­zio­ne alla rivo­lu­zio­ne ses­sua­le e al fem­mi­ni­smo radi­ca­le degli anni ’60 e ’70. Eppu­re quel­lo che ci rac­con­ta è più che mai attua­le, e l’impatto si fa anco­ra sen­ti­re: nel­le recen­ti mani­fe­sta­zio­ni del­le don­ne polac­che con­tro la leg­ge che limi­ta il dirit­to all’aborto, mol­te indos­sa­va­no i vesti­ti ros­si del­le ancel­le, come era già suc­ces­so in mol­te mani­fe­sta­zio­ni in altri pae­si del mondo. 

Il 28 aprile uscirà la quarta stagione della serie, che dal suo debutto nel 2017 ha totalizzato 54 nominations e 15 vincite agli Emmys. 

Oltre ai temi impor­tan­ti ha come pun­to for­te un’estetica e una cura del det­ta­glio note­vo­li — dal­le scel­te musi­ca­li alle ripre­se sim­me­tri­che, dall’uso del­la luce ai colo­ri vibran­ti — che pre­sen­ta­no il dram­ma di June e di un’intera nazio­ne come, para­dos­sal­men­te, un’esperienza visi­va con­si­de­re­vo­le, ric­ca di imma­gi­ni bel­lis­si­me. The Handmaid’s Tale non è una serie da guar­da­re se si è alla ricer­ca di un momen­to di leg­ge­rez­za e di relax; è una serie cru­da, stra­zian­te, che por­ta ine­vi­ta­bil­men­te a una par­te­ci­pa­zio­ne emo­ti­va. Però, se si è dispo­sti a far­si coin­vol­ge­re, resti­tui­sce qual­co­sa di pre­zio­so, il vero moti­vo d’essere dell’arte: la capa­ci­tà di far riflet­te­re, l’impossibilità di rima­ne­re indifferenti.

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Beatrice Ghiringhelli Cavallo
Sono Bea­tri­ce, stu­dio con pas­sio­ne Lin­gue e let­te­ra­tu­re stra­nie­re. Mi pia­ce leg­ge­re, guar­da­re serie tv e film inte­res­san­ti e infor­mar­mi su quel­lo che suc­ce­de nel mondo.

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