Pillole di economia. La stagflazione

Pillole di economia. La stagflazione

Le tematiche di carattere economico rientrano senza dubbio nel ventaglio di argomenti spesso difficili da comprendere a fondo per chi non ne ha mai approfondito lo studio. Abbiamo deciso di dare vita a questa rubrica nella quale cercheremo di sviscerare, con il linguaggio più semplice e accessibile possibile, vari temi economici legati all’attualità. A questo link trovate le scorse puntate.


L’intervento degli Sta­ti o del­le ban­che cen­tra­li nei mer­ca­ti con misu­re vol­te a sti­mo­la­re l’economia por­ta­no sem­pre con loro il timo­re di un aumen­to trop­po ele­va­to dell’inflazione e quin­di di pos­si­bi­le stagflazione.

Sappiamo cos’è l’inflazione, ma la stagflazione? Come sono correlati i due concetti? Dobbiamo temerla?

Il ter­mi­ne “stag­fla­zio­ne” è costi­tui­to dall’unione di “infla­zio­ne” e “sta­gna­zio­ne”. Il pri­mo con­cet­to riman­da all’aumen­to del livel­lo gene­ra­le dei prez­zi, il secon­do a una con­di­zio­ne di ral­len­ta­men­to del siste­ma eco­no­mi­co.

Fino agli anni ‘70 era impos­si­bi­le con­ce­pi­re una situa­zio­ne in cui si veri­fi­cas­se­ro con­tem­po­ra­nea­men­te. Il rife­ri­men­to era infat­ti la teo­ria eco­no­mi­ca key­ne­sia­na, secon­do la qua­le l’inflazione appar­te­ne­va a un perio­do di cre­sci­ta eco­no­mi­ca, men­tre la sta­gna­zio­ne era appun­to un perio­do di cri­si. L’in­fla­zio­ne veni­va con­ce­pi­ta come lega­ta a un aumen­to di doman­da deri­van­te dal­la pos­si­bi­li­tà di spen­de­re del dena­ro frut­to di un’occupazione effi­cien­te, in pra­ti­ca prez­zi e red­di­ti varia­no nel­lo stes­so sen­so. La diret­ta con­se­guen­za è che una dimi­nu­zio­ne dei red­di­ti in una situa­zio­ne di sta­gna­zio­ne por­ta a una dimi­nu­zio­ne dei prez­zi quin­di alla defla­zio­ne. La con­ce­zio­ne del­l’in­fla­zio­ne come col­le­ga­ta a perio­di di espan­sio­ne eco­no­mi­ca tro­va ulte­rio­re con­fer­ma nel­la cur­va di Phil­lips che con­ce­pi­sce tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne e tas­so di infla­zio­ne in rela­zio­ne negativa.

Nel 1973 la cri­si ener­ge­ti­ca cam­biò le car­te in tavo­la. Gli Sta­ti dell’OPEC (Orga­niz­za­zio­ne dei Pae­si espor­ta­to­ri di petro­lio) deci­se­ro di taglia­re le espor­ta­zio­ni ver­so i pae­si occi­den­ta­li per mani­fe­sta­re la loro con­tra­rie­tà all’appoggio che que­sti ave­va­no for­ni­to a Israe­le duran­te la guer­ra del Kip­pur. All’epoca l’economia di Euro­pa e Sta­ti Uni­ti era for­te­men­te lega­ta al petro­lio, fon­da­men­ta­le per la pro­du­zio­ne ener­ge­ti­ca e indu­stria­le, per cui un simi­le bloc­co pote­va ave­re sola­men­te con­se­guen­ze disa­stro­se. E così fu: il prez­zo del petro­lio aumen­tò in manie­ra spro­po­si­ta­ta a cau­sa del­la dimi­nu­zio­ne di offer­ta, l’inflazione fu quin­di pro­vo­ca­ta da uno shock ester­no. Si tro­va­ro­no così a con­vi­ve­re il con­cet­to di infla­zio­ne e quel­lo di sta­gna­zio­ne dato che la disoc­cu­pa­zio­ne era dif­fu­sa, men­tre l’attività pro­dut­ti­va non sta­va crescendo.

Da allo­ra si è sem­pre avu­to un cer­to timo­re per le misu­re pre­se dagli Sta­ti per incen­ti­va­re la cir­co­la­zio­ne di dena­ro in momen­ti di usci­ta da gran­di cri­si per­ché si teme­va appun­to un aumen­to dell’inflazione fuo­ri con­trol­lo. Timo­re che a vol­te si è rive­la­to infon­da­to (come ad esem­pio per il quan­ti­ta­ti­ve easing euro­peo), altre vol­te è sta­to incre­men­ta­to dall’esempio pra­ti­co di alcu­ni Sta­ti che han­no pro­po­sto poli­ti­che di bilan­cio fin trop­po espan­si­ve, le qua­li han­no con­dot­to a un’inflazione esa­ge­ra­ta (come in Vene­zue­la).

Oggi que­sta è una pau­ra par­ti­co­lar­men­te attua­le: i gover­ni stan­no stu­dian­do e comin­cian­do ad appli­ca­re pro­gram­mi per rilan­cia­re l’economia, le ban­che cen­tra­li stan­no immet­ten­do dena­ro per tam­po­na­re gli effet­ti del­la cri­si pan­de­mi­ca, tut­te misu­re che potreb­be­ro cau­sa­re un aumen­to dell’inflazione.

Ci sono dei fattori che potrebbero far sembrare la stagflazione come un evento in avvicinamento inesorabile.

Fino a que­sto momen­to uno dei fat­to­ri che ha con­tri­bui­to a man­te­ne­re bas­sa l’inflazione è sta­ta la glo­ba­liz­za­zio­ne. Infat­ti, la dimi­nu­zio­ne dei costi del lavo­ro tra­mi­te la delo­ca­liz­za­zio­ne in Pae­si con costo del­la mano­do­pe­ra più bas­so ha cer­ta­men­te gio­ca­to la sua par­te nel dimi­nui­re i costi di pro­du­zio­ne e quin­di il prez­zo fina­le. Que­sta situa­zio­ne però potreb­be pre­sto cam­bia­re a cau­sa di pro­ces­si di delo­ca­liz­za­zio­ne lega­ti alla pan­de­mia, e poi col­le­gar­si a una dimi­nu­zio­ne dell’attività pro­dut­ti­va, con­se­guen­za neces­sa­ria dell’interruzione nei perio­di di lockdown.

A que­sto biso­gna aggiun­ge­re il fat­to che all’orizzonte potreb­be­ro pro­spet­tar­si diver­si tipi di shock dell’offerta, lega­ti al fat­to che la cri­si potreb­be por­ta­re a richie­ste di aumen­ti sala­ria­li o a un aumen­to dei prez­zi per sop­pe­ri­re ai costi soste­nu­ti dal­le azien­de per ade­guar­si alle nuo­ve nor­me sul luo­go di lavo­ro. D’altronde, l’inflazione potreb­be aumen­ta­re anche per­ché le per­so­ne potreb­be­ro voler anti­ci­pa­re le spe­se rite­nen­do pro­prio che in futu­ro ci sarà infla­zio­ne, quin­di pre­fe­ri­sco­no acqui­sta­re ora pri­ma che i prez­zi aumentino.

La situazione sembrerebbe quantomeno grigia considerando queste prospettive. In realtà ci sono altri fattori che bisogna considerare, i quali potrebbero rendere la stagflazione un pericolo meno imminente.

Osser­van­do degli aumen­ti di infla­zio­ne biso­gna infat­ti fare una distin­zio­ne: da un lato c’è l’aumento dei prez­zi di beni, dall’altro l’aumento del prez­zo del lavo­ro. I cam­bia­men­ti che riguar­da­no i beni, come per esem­pio quel­li ali­men­ta­ri, sono mol­to rapi­di, aumen­ti e dimi­nu­zio­ni del prez­zo sono mol­to fre­quen­ti. I cam­bia­men­ti nei sala­ri, inve­ce, cam­bia­no meno spes­so, cir­ca una vol­ta l’anno.

Quin­di se le azien­de pro­pon­go­no un deter­mi­na­to prez­zo per­ché pre­ve­do­no un aumen­to gene­ra­le, l’inflazione diven­ta cer­ta­men­te più pro­ba­bi­le, ma que­sta varia­zio­ne dei prez­zi in real­tà di per sé non con­du­ce auto­ma­ti­ca­men­te alla stag­fla­zio­ne, per cui sono più rile­van­ti le varia­zio­ni nel costo del lavo­ro, essen­do stret­ta­men­te col­le­ga­ta al con­cet­to di occupazione.

Insom­ma, è sicu­ra­men­te trop­po pre­sto per deter­mi­na­re con cer­tez­za se le misu­re in atto con­dur­ran­no a una com­bi­na­zio­ne di infla­zio­ne e sta­gna­zio­ne. I dati sull’aumento di infla­zio­ne nel pros­si­mo futu­ro sono da inter­pre­ta­re con cau­te­la e tenen­do sot­to con­trol­lo l’andamento dei sala­ri, in quan­to non neces­sa­ria­men­te que­sti aumen­ti con­dur­ran­no agli effet­ti spe­ri­men­ta­ti negli anni Set­tan­ta, potreb­be­ro inve­ce trat­tar­si di un allar­me che si tra­du­ce in un nul­la di fat­to, come già avve­nu­to dopo la cri­si del 2008.

Con­di­vi­di:
Martina Di Paolantonio
Dal 1999 fac­cio con­cor­ren­za all’a­gen­zia di pro­mo­zio­ne turi­sti­ca abruz­ze­se, nel tem­po libe­ro mi lamen­to per qual­sia­si cosa.

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