Del: 25 Aprile 2021 Di: Redazione Commenti: 0

Il 25 aprile è una data che diventa importante ogni anno di più, perché purtroppo il tempo che passa porta via i testimoni diretti della barbarie che fu il nazifascismo. Le nuove generazioni hanno perciò un importante compito da portare avanti: mantenere vivo il ricordo.

Noi redattori di Vulcano abbiamo deciso di dedicare a questa giornata i nostri pensieri, richiamando alcune opere culturali che hanno raccontato la Resistenza e la Liberazione.


ANGELA

«Tu non sai le colline / dove si è sparso il sangue»: con queste parole si apre una delle nove poesie composte da Cesare Pavese nel 1945, pubblicate con il titolo complessivo La terra e la morte. Parole plasmate dal rimorso e dallo smarrimento di un uomo che faticò per trovare il proprio posto nel panorama politico dell’epoca. Del suo tormento, derivante dalla mancanza di una convinta adesione alla lotta condotta dai suoi amici, è colmo ogni verso di questa struggente poesia. Egli parla di uomini che fuggono dinanzi al nemico, che gettano l’arma e il nome. Uno solo tra loro decide di fermarsi sulle colline e morire, lo sguardo rivolto al cielo vuoto, divenendo così un cencio di sangue, ma conservando intatto il proprio nome. A chi si rivolge Pavese, quando afferma con tono quasi di rimprovero «Tu non sai le colline»? Probabilmente, alla misteriosa interlocutrice della raccolta. Oggi però vogliamo immaginare che queste parole siano rivolte a noi. Perché è vero, noi non sappiamo le colline: tuttavia, grazie alle parole di Pavese, abbiamo la possibilità di vederle dipinte nella nostra mente, così da comprendere a quale prezzo fu conquistato da chi ci ha preceduto ciò che noi oggi, talvolta, diamo per scontato. Solo ricordando tutto ciò che questi uomini e queste donne dovettero patire possiamo prendere coscienza del valore della nostra libertà, combattere ogni giorno per il rispetto dei diritti e dell’opinione di tutti, per il raggiungimento di un’eguaglianza che, in molti casi, sembra essere ancora lontana. 

CARLO

Torniamo, un anno ancora, a pensare alla Resistenza e alla Liberazione dopo. Dopo anni di celebrazioni e di letture revisioniste. Ci chiediamo che cosa ancora possa essere detto che non sia usurato dal troppo ripetere. E ci ritroviamo scoraggiati, pensando alla Resistenza e alla Liberazione, ad assistere a una crisi drammatica di quella democrazia sogno e dono di quegli anni. Per l’occasione sono andato a rileggere Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. È un autore che personalmente ritengo vittima di una certa usura a causa del suo troppo ricorrere nelle letture scolastiche consigliate, forse, e per uno stile che stranamente ci appare ormai distante. Tuttavia Il sentiero dei nidi di ragno mi ha preso da subito, perché l’ho sentito vicino come non mi era accaduto la prima volta che l’avevo letto. In quel bambino che, muovendo da una vita ingiusta, finisce dentro la lotta partigiana senza capire, senza vedere una meta e vedendo invece il male un po’ ovunque attorno, ho ritrovato tratti essenziali di quello che pare a noi il nostro incerto vivere adesso. Nel suo mantenere, tuttavia, come gli altri della brigata cui si unisce, l’oscura speranza di un qualche riscatto a venire, ho ritrovato un poco il senso possibile del nostro andare, ora, dopo la crisi di quella storia e di altre importanti storie-speranza. «[…]tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.»

COSTANZA

«E arriverà la primavera e sarà più bella delle altre, perché saremo liberi. […] Noi lottiamo per una cosa che deve venire, che non può non venire. Forse la strada sarà un po’ lunga e difficile, ma arriveremo e lo vedremo un mondo migliore e soprattutto lo vedranno i nostri figli». Queste le parole di Francesco, uno dei protagonisti di Roma Città Aperta, realizzato da Roberto Rossellini subito dopo la Liberazione di Roma: si iniziò a girare in un contesto precario, con l’impossibilità di servirsi degli studi di Cinecittà, adibiti a rifugio per gli sfollati, e con pellicole di seconda mano; inoltre, recitarono attori non professionisti. Questo esprime l’esigenza di veridicità e l’urgenza di raccontare ciò che stava accadendo, come il processo di Liberazione sia stato il risultato di un mosaico di sforzi, storie e persone comuni, quanto fosse forte il senso di vivere un momento unificante. Con il 25 aprile 1945 è arrivata davvero la primavera ed è stata più bella delle altre. Nel film, i bambini sono il simbolo del futuro che si apre con la Liberazione, e mi riempie di orgoglio pensare che simbolicamente questi bambini sono tutti gli italiani, che devono fare sì che la primavera del 1945 non rimanga un evento cristallizzato nel tempo, ma che acquisti rinnovata importanza ogni anno, ogni giorno. Se il 25 aprile è un fiore, tutti e tutte abbiamo il dovere individuale e collettivo di coltivarlo, esporlo al sole e farlo crescere. 

LAURA

«Partigiano: Chi fa parte di formazioni irregolari armate che agiscono sul territorio invaso dal nemico esercitando azioni di disturbo e di guerriglia». Il 25 aprile non è la festa di una parte politica, non è proprio una festa di parte. È la festa della Liberazione da una guerra e da un regime che seminò fame e violenza in ogni parte del paese e non solo. È il giorno in cui ringraziare i partigiani. Quei ragazzi che ottant’anni fa si unirono per costruire un futuro migliore. Sono le nostre radici.
Beppe Fenoglio, nel romanzo Una questione privata (1963) racconta gli ultimi anni della guerra partigiana. Calvino, che come Fenoglio fu partigiano, scrisse di questo romanzo: «c’è la Resistenza proprio com’era […] vera come mai era stata scritta». Attraverso il protagonista Milton, partigiano badogliano alle prese con la sua “questione privata”, è infatti possibile immergersi completamente nell’esperienza partigiana, così come irrompeva nella vita di un ventenne. Fenoglio non ne descrive solo gli intenti, la fatica. Mette in primo piano il costo morale di una guerra che non si sarebbe voluta, e che era l’unico modo per liberare il paese dalla dittatura. Ed è costata delle vite sulla coscienza. 
Sullo sfondo della narrazione, una popolazione civile allo stremo delle forze. Madri, sorelle aspettano il ritorno di un soldato dalla tragica campagna di Russia. Tanta fame, bombardamenti, in una parola tanta disperazione. E voglia del sangue fascista. L’immagine del sangue torna a più riprese: perché la violenza semina vendetta, e dopo bisogna farci i conti.

ELISA

Anche quest’anno viviamo il 25 aprile nelle nostre case, ma ciò non rende la ricorrenza dell’Anniversario della Liberazione d’Italia trascurabile. Questo giorno porta con sé lo spirito di una nazione vittima di vent’anni di un’avvilente dittatura fascista e cinque anni d’una sanguinosa guerra, ma d’altra parte rappresenta anche la vittoria della Resistenza e la riconquista della libertà dei cittadini. Voglio commemorare il 76° Anniversario della Liberazione con la maestria del grande scrittore italiano Andrea Camilleri. Lui si definisce un racconta-storie e di storie sulla guerra, sul fascismo e sulla resistenza ne ha raccontate molte, perché le ha in parte vissute sulla sua pelle. Il suo romanzo Privo di titolo è una dettagliata riproduzione della vita in Italia negli anni ’40, della propaganda fascista, delle adunate oceaniche e delle celebrazioni ostentate. I protagonisti sono un giovane fascista, accidentalmente ucciso da un suo compagno e successivamente consacrato a martire fascista, e un giovane comunista ingiustamente accusato. Dopo la liberazione, del martire fascista rimane soltanto un martire generico privo di nome, mentre dell’altro rimane solo un giovane ridotto alla solitudine, alla sofferenza e all’umiliazione a causa di una falsa accusa. Alla fine, l’autore non vede che due vittime, non c’è un fascista assassinato e un comunista ingiustamente accusato, ma ci sono due giovani ragazzi vittime di una realtà ipocrita e violenta.  

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