25 aprile, uomini e no

Nel­lo spa­zio ciber­ne­ti­co e tut­to appiat­ti­to sul pre­sen­te che è il mon­do di oggi, non sor­pren­de sen­tir dire che l’anti­fa­sci­smo sia inat­tua­le. Oppu­re che esse­re anti­fa­sci­sti è un dove­re di attua­le urgen­za, per­ché gli squa­dri­sti che inneg­gia­no al duce esi­sto­no anco­ra, e a noi ita­lia­ni bra­va gen­te toc­ca taglia­re le erbacce. 

L’autoassoluzione non conosce solo la via dell’oblio.

L’amnistia, le epu­ra­zio­ni man­ca­te e più in gene­ra­le la pre­sen­ta­zio­ne di un regi­me mai fero­ce quan­to il nazi­smo sono sta­te la diret­tri­ce scel­ta da un’Italia scon­fit­ta e atten­ta a ricu­ci­re gli squar­ci del­la guer­ra civi­le. Ma è pur vero che, nel­la rico­stru­zio­ne del­la sua iden­ti­tà, il nostro pae­se ha fat­to del­la Resi­sten­za un mito di fon­da­zio­ne: un mito gene­si­co con un pri­ma e un dopo, con una malat­tia ven­ten­na­le, il fasci­smo, e gli eroi che l’hanno estir­pa­ta. Così le piaz­ze inti­to­la­te ai gerar­chi cam­bia­no nome e la topo­no­ma­sti­ca urba­na ridi­se­gna i con­tor­ni del­la neo­na­ta repub­bli­ca, sen­za sof­fer­mar­si trop­po su que­stio­ni sco­mo­de come le leg­gi raz­zia­li o i cam­pi di con­cen­tra­men­to. Que­sto pecu­lia­re intrec­cio di con­do­no e dam­na­tio memo­riae ha por­ta­to a un uni­co risul­ta­to: la defi­ni­ti­va Libe­ra­zio­ne del pae­se. Mica dal fasci­smo, s’intende. Piut­to­sto, dal peso del­la pro­pria con­ni­venza.   

Di fat­ti anche oggi, accan­to a nar­ra­zio­ni mini­miz­zan­ti e vuo­ti di memo­ria, i discor­si anti­fa­sci­sti si con­cen­tra­no soprat­tut­to attor­no a due pola­ri­tà: noi, resi­sten­ti del tem­po pre­sen­te, e la robac­cia anco­ra lì a infe­sta­re la peni­so­la. Dif­fi­ci­le che spun­ti­no que­stio­ni di con­ta­mi­na­zio­ne: per­ché la robac­cia abbia attec­chi­to, se ser­va una pre­di­spo­si­zio­ne par­ti­co­la­re del sog­get­to e noi inve­ce sia­mo immu­ni dal con­ta­gio. Ne par­lia­mo come di qual­co­sa che non ci riguar­da da vici­no, trac­cian­do uno spar­tiac­que net­to tra quel­lo che sia­mo e il fasci­smo degli altri. Il fasci­sta è diver­so da noi uomi­ni: i fasci­sti sono bestie e la loro vio­len­za ci disgu­sta, c’è da tirar su un muro e pren­de­re le distan­ze. Lo ripe­tia­mo con un furo­re che sem­bra qua­si pau­ra: pau­ra che in fon­do, una linea d’ombra, non esista. 

I discorsi antifascisti tradiscono spesso la fretta di eludere un passato mai elaborato, di sottrarsi a una domanda tremenda: e se non fossimo immuni?

D’altronde, a cer­car bene tra le testi­mo­nian­ze, per­fi­no il per­so­na­le di Ausch­wi­tz pare­va non aves­se chis­sà qua­le aspet­to mostruo­so: «gen­te come noi», li defi­ni­va Pri­mo Levi in un’intervista, per­so­ne inca­na­la­te su una stra­da che per­ver­te, nati uomi­ni eppu­re auto­ri di una vio­len­za tan­to pro­fon­da quan­to fat­ta di gesti bana­li – uno spu­to, la nega­zio­ne del­la paro­la. Come ha potu­to, gen­te come noi, far­si com­pli­ce dell’inferno con­cen­tra­zio­na­rio? Come ha potu­to accet­ta­re il regime? 

For­se è pro­prio que­sta la natu­ra attua­le dell’antifascismo: gli orro­ri del­la Shoah sono esi­sti­ti, il fasci­smo è esi­sti­to e l’indifferenza pure, inve­ro­si­mi­le quan­to indi­ge­sta pro­prio per­ché uma­na, per­ché ha spor­ca­to ogni pro­spet­ti­va futu­ra. Ciò che è acca­du­to può acca­de­re anco­ra, sen­za garan­zie. E maga­ri è già qui. Nel raz­zi­smo sot­ti­le che inner­va i discor­si pub­bli­ci su un’accoglienza mai pre­oc­cu­pa­ta di diven­ta­re inte­gra­zio­ne pari­ta­ria, nel­le rifles­sio­ni sull’ineguaglianza che par­la­no di rime­di sen­za sco­mo­da­re le cau­se. Nell’influenzabilità pre­sup­po­sta di ogni uten­te dei social net­work, tem­pio di pre­di­ca­zio­ne del diver­so in cui però toc­ca pre­di­car­lo nel for­ma­to pre­de­fi­ni­to, por­tan­do avan­ti una super­sti­zio­ne demo­cra­ti­ca per cui esi­sto­no per­so­ne-model­lo e per­so­ne di serie B, e se vuoi par­la­re devi diven­ta­re un cal­co dei pri­mi. Tan­to rumo­re per le bestia­li­tà dei tota­li­ta­ri­smi, e poi il regi­me di ieri ci si ripre­sen­ta a tra­di­men­to nel­le stor­tu­re del presente. 

Sareb­be una con­sa­pe­vo­lez­za ango­scio­sa, sape­re di non esse­re immu­ni dal con­ta­gio: roba da lavar via ogni pre­sun­zio­ne di estre­mi­smo e get­tar­ci in una zona gri­gia in cui sia­mo tut­ti uma­ni a metà, tut­ti respon­sa­bi­li, e il male non si può eli­mi­nar­lo e cir­co­scri­ver­lo nep­pu­re, ma lo si deve tene­re a bada. Una pur­ga al gior­no di fron­te allo spec­chio, a tu per tu con un’umanità pre­ca­ria e il biso­gno di aggrap­par­vi­si con ogni for­za. Un rito anti­fa­sci­sta, indi­vi­dua­le pri­ma anco­ra che col­let­ti­vo, per attra­ver­sa­re il dolo­re di esse­re fra­gi­li. Cer­to sareb­be una rina­sci­ta tan­to fati­co­sa quan­to irri­nun­cia­bi­le, se fos­se sem­pre il 25 di aprile. 

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Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

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