Del: 25 Aprile 2021 Di: Redazione Commenti: 0

Nello spazio cibernetico e tutto appiattito sul presente che è il mondo di oggi, non sorprende sentir dire che l’antifascismo sia inattuale. Oppure che essere antifascisti è un dovere di attuale urgenza, perché gli squadristi che inneggiano al duce esistono ancora, e a noi italiani brava gente tocca tagliare le erbacce. 

L’autoassoluzione non conosce solo la via dell’oblio.

L’amnistia, le epurazioni mancate e più in generale la presentazione di un regime mai feroce quanto il nazismo sono state la direttrice scelta da un’Italia sconfitta e attenta a ricucire gli squarci della guerra civile. Ma è pur vero che, nella ricostruzione della sua identità, il nostro paese ha fatto della Resistenza un mito di fondazione: un mito genesico con un prima e un dopo, con una malattia ventennale, il fascismo, e gli eroi che l’hanno estirpata. Così le piazze intitolate ai gerarchi cambiano nome e la toponomastica urbana ridisegna i contorni della neonata repubblica, senza soffermarsi troppo su questioni scomode come le leggi razziali o i campi di concentramento. Questo peculiare intreccio di condono e damnatio memoriae ha portato a un unico risultato: la definitiva Liberazione del paese. Mica dal fascismo, s’intende. Piuttosto, dal peso della propria connivenza.   

Di fatti anche oggi, accanto a narrazioni minimizzanti e vuoti di memoria, i discorsi antifascisti si concentrano soprattutto attorno a due polarità: noi, resistenti del tempo presente, e la robaccia ancora lì a infestare la penisola. Difficile che spuntino questioni di contaminazione: perché la robaccia abbia attecchito, se serva una predisposizione particolare del soggetto e noi invece siamo immuni dal contagio. Ne parliamo come di qualcosa che non ci riguarda da vicino, tracciando uno spartiacque netto tra quello che siamo e il fascismo degli altri. Il fascista è diverso da noi uomini: i fascisti sono bestie e la loro violenza ci disgusta, c’è da tirar su un muro e prendere le distanze. Lo ripetiamo con un furore che sembra quasi paura: paura che in fondo, una linea d’ombra, non esista.

I discorsi antifascisti tradiscono spesso la fretta di eludere un passato mai elaborato, di sottrarsi a una domanda tremenda: e se non fossimo immuni?

D’altronde, a cercar bene tra le testimonianze, perfino il personale di Auschwitz pareva non avesse chissà quale aspetto mostruoso: «gente come noi», li definiva Primo Levi in un’intervista, persone incanalate su una strada che perverte, nati uomini eppure autori di una violenza tanto profonda quanto fatta di gesti banali – uno sputo, la negazione della parola. Come ha potuto, gente come noi, farsi complice dell’inferno concentrazionario? Come ha potuto accettare il regime?

Forse è proprio questa la natura attuale dell’antifascismo: gli orrori della Shoah sono esistiti, il fascismo è esistito e l’indifferenza pure, inverosimile quanto indigesta proprio perché umana, perché ha sporcato ogni prospettiva futura. Ciò che è accaduto può accadere ancora, senza garanzie. E magari è già qui. Nel razzismo sottile che innerva i discorsi pubblici su un’accoglienza mai preoccupata di diventare integrazione paritaria, nelle riflessioni sull’ineguaglianza che parlano di rimedi senza scomodare le cause. Nell’influenzabilità presupposta di ogni utente dei social network, tempio di predicazione del diverso in cui però tocca predicarlo nel formato predefinito, portando avanti una superstizione democratica per cui esistono persone-modello e persone di serie B, e se vuoi parlare devi diventare un calco dei primi. Tanto rumore per le bestialità dei totalitarismi, e poi il regime di ieri ci si ripresenta a tradimento nelle storture del presente. 

Sarebbe una consapevolezza angosciosa, sapere di non essere immuni dal contagio: roba da lavar via ogni presunzione di estremismo e gettarci in una zona grigia in cui siamo tutti umani a metà, tutti responsabili, e il male non si può eliminarlo e circoscriverlo neppure, ma lo si deve tenere a bada. Una purga al giorno di fronte allo specchio, a tu per tu con un’umanità precaria e il bisogno di aggrapparvisi con ogni forza. Un rito antifascista, individuale prima ancora che collettivo, per attraversare il dolore di essere fragili. Certo sarebbe una rinascita tanto faticosa quanto irrinunciabile, se fosse sempre il 25 di aprile. 

Articolo e foto di Alessandra Pogliani

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