Vite e storie di Georges Simenon

Una curio­sa leg­gen­da è cir­co­la­ta a lun­go intor­no alla figu­ra di Geor­ges Sime­non: si dice che alla fine degli anni Ven­ti un gior­na­le gli pro­po­se di scri­ve­re in una gab­bia di vetro di fron­te al Mou­lin Rou­ge, a Pari­gi, in cam­bio di 100 mila fran­chi. L’idea era di met­te­re in mostra la gran­de rapi­di­tà di scrit­tu­ra di Sime­non e di con­sen­ti­re ai pas­san­ti di segui­re il roman­zo attra­ver­so le pagi­ne dat­ti­lo­scrit­te che via via sareb­be­ro sta­te appe­se alla strut­tu­ra di vetro. Una genia­le tro­va­ta pub­bli­ci­ta­ria. In real­tà non se ne fece nul­la, pro­ba­bil­men­te per­ché il gior­na­le fal­lì, ma l’aneddoto ha pre­so pie­de e vie­ne tra­man­da­to nel­le bio­gra­fie e negli arti­co­li di gior­na­le. Anche per que­sto, ma non solo, Sime­non è sta­to a lun­go con­si­de­ra­to uno scrit­to­re poco serio, che dove­va la sua popo­la­ri­tà alla pro­du­zio­ne di roman­zi sem­pli­ci e intri­gan­ti ma di poco valo­re letterario.

Lo stes­so Sime­non, nato a Lie­gi nel 1903, non fece mol­to per scrol­lar­si di dos­so que­sta nomea. Dopo varie espe­rien­ze gior­na­li­sti­che arri­vò a Pari­gi e si tuf­fò in una fre­ne­ti­ca atti­vi­tà di scrit­tu­ra: cen­ti­na­ia di rac­con­ti, deci­ne di roman­zi. Que­sti pri­mi lavo­ri era­no volu­ta­men­te desti­na­ti al pub­bli­co più popo­la­re del­le edi­co­le e del­le sta­zio­ni: sto­rie d’avventura, roman­zi rosa, d’azione e del miste­ro. In quel perio­do Sime­non non dor­mi­va mai: scri­ve­va di gior­no e di sera e poi si immer­ge­va in este­nuan­ti feste not­tur­ne che atti­ra­va­no l’abbacinante bel mon­do pari­gi­no. Quan­do gli invi­ta­ti crol­la­va­no esau­sti sui cusci­ni e sui diva­ni dei salot­ti, lui si riti­ra­va nel suo stan­zi­no e si met­te­va a scri­ve­re, fede­le al rigi­do pro­gram­ma che si era impo­sto. In quel­lo squar­cio d’in­di­men­ti­ca­bi­le età del Jazz face­va cop­pia fis­sa con la bal­le­ri­na afroa­me­ri­ca­na José­phi­ne Baker, star del­la rivi­sta musi­ca­le che ave­va reso cele­bre in tut­ta Euro­pa il charleston. 

La sua unica vera occupazione era e restava la scrittura.

Adot­tò vari pseu­do­ni­mi per con­sen­ti­re agli edi­to­ri e alle rivi­ste illu­stra­te di poter pub­bli­ca­re l’enorme mole di ope­re che anda­va pro­du­cen­do. A metà degli anni Tren­ta inven­tò il com­mis­sa­rio Mai­gret, pro­ta­go­ni­sta nei suc­ces­si­vi decen­ni di 75 roman­zi e un cen­ti­na­io di rac­con­ti. Con la fine degli anni Tren­ta intra­pre­se anche la scrit­tu­ra di romans-durs,roman­zi-roman­zi, carat­te­riz­za­ti da un mag­gio­re gusto let­te­ra­rio. Roman­zi più seri. Dopo la guer­ra, impau­ri­to dal­le accu­se di col­la­bo­ra­zio­ni­smo con gli occu­pan­ti tede­schi, andrà in Ame­ri­ca. Tor­ne­rà poi in Euro­pa, dedi­can­do­si sem­pre più spes­so a viag­gi in bar­ca nel Medi­ter­ra­neo e a escur­sio­ni flu­via­li nell’Europa cen­tra­le su una chiat­ta rino­mi­na­ta Ginet­te. Infi­ne si sta­bi­li­rà in un’immensa e pac­chia­na casa sul­le Alpi sviz­ze­re. Una vita turbinante.

Una cele­bre foto­gra­fia che ritrae Sime­non con José­phi­ne Baker.

Rac­con­tò più vol­te, anche nel­le let­te­re all’amico Fede­ri­co Fel­li­ni – pub­bli­ca­te da Adel­phi in Caris­si­mo Sime­non. Mon Cher Fel­li­ni – di aver avu­to rap­por­ti ses­sua­li occa­sio­na­li con miglia­ia di don­ne, for­se die­ci­mi­la, a testi­mo­nian­za di una rela­zio­ne com­pli­ca­ta, ano­ma­la e distor­ta con la ses­sua­li­tà. Accan­to a que­sta esi­sten­za ric­ca di diver­si­vi, avven­tu­re e tor­men­ti non si può tra­la­scia­re, come su un’ideale piat­to del­la bilan­cia in gra­do di com­pen­sa­re tan­ta esu­be­ran­te vita­li­tà, l’estrema rigi­dez­za del­la sua rou­ti­ne di scrit­to­re. Mania­ca­le e pre­ci­so, orga­niz­za­va ses­sio­ni di scrit­tu­ra di die­ci gior­ni, segui­ti da pochi altri per rive­de­re il dat­ti­lo­scrit­to del testo. In cir­ca ven­ti gior­ni un roman­zo era così com­ple­ta­to: que­sto ritua­le, con poche ecce­zio­ni, si è ripe­tu­to cen­ti­na­ia di volte.

Non era però un ritua­le uti­li­ta­ri­sti­co. Entran­do in quel­lo che lui stes­so chia­ma­va état du Roman, un vero e pro­prio “sta­to di roman­zo”, sen­ti­va l’esigenza di iso­lar­si e chiu­der­si nel suo stu­dio, per scri­ve­re e depo­si­ta­re su car­ta la sto­ria che ave­va ini­zia­to a osses­sio­nar­lo, tan­to da pro­va­re sul­la pel­le e sul cor­po il disa­gio e i males­se­ri dei per­so­nag­gi. Diven­ta­va intrat­ta­bi­le, a sten­to man­gia­va. Pote­va reg­ge­re un tale rit­mo solo per qual­che gior­no, pri­ma che diven­tas­se inso­ste­ni­bi­le. Dopo alcu­ni accor­gi­men­ti pre­pa­ra­to­ri – i nomi dei per­so­nag­gi trat­ti dal­la gui­da del tele­fo­no, le loro bio­gra­fia anno­ta­te su una busta gial­la – in bre­ve tem­po com­ple­ta­va la pri­ma ste­su­ra del libro. Que­sta rapi­di­tà giu­sti­fi­ca­va anche la neces­si­tà dei suoi edi­to­ri di dila­zio­na­re e sud­di­vi­de­re in col­la­ne le varie ope­re, in modo da evi­ta­re di ingol­fa­re con i tito­li di Sime­non i pro­pri cataloghi.

La riscoperta di Simenon ha le sue radici negli anni Ottanta, quando Adelphi ha cominciato la pubblicazione di tutte le opere, che continua tuttora. 

Rober­to Calas­so, scrit­to­re e pre­si­den­te di Adel­phi, rac­con­tan­do nel libro L’im­pron­ta dell’editore (2013) le moda­li­tà con cui Sime­non ven­ne pre­sen­ta­to al pub­bli­co ita­lia­no, dopo decen­ni in cui Mon­da­do­ri ave­va pub­bli­ca­to qua­si esclu­si­va­men­te i roman­zi di Mai­gret, ha spie­ga­to la deci­sio­ne di «pre­sen­ta­re Sime­non come uno dei gran­di scrit­to­ri del Nove­cen­to, ma dan­do­lo per sot­tin­te­so». Dopo un incon­tro pre­pa­ra­to­rio e vari ten­ta­ti­vi pro­pi­zia­ti anche da Fel­li­ni – Sime­non, ormai anzia­no, si era riti­ra­to a Losan­na – lo scrit­to­re bel­ga, da sem­pre mol­to esi­gen­te con gli edi­to­ri, finì per con­vin­cer­si. Rac­con­ta Calasso:

Il pri­mo Sime­non che pub­bli­cam­mo, nell’aprile 1985, fu “Let­te­ra a mia madre”, nel­la Pic­co­la Biblio­te­ca. Non solo per­ché è un testo bru­cian­te, di altis­si­ma inten­si­tà, ma per un moti­vo che riguar­da­va l’autore. Sime­non infat­ti era rima­sto offe­so per­ché Mon­da­do­ri ave­va sem­pre evi­ta­to di pub­bli­ca­re quel pic­co­lo libro, soste­nen­do che era «trop­po corto».

Dopo la ripre­sa dei roman­zi del com­mis­sa­rio Mai­gret, Adel­phi si con­cen­trò sui cosid­det­ti roman­zi-duri. Aggiun­ge Calas­so: «Sape­va­mo benis­si­mo che la riu­sci­ta dell’esperimento Sime­non si sareb­be potu­ta giu­di­ca­re sol­tan­to sull’esito dei roman­zi “non-Mai­gret”». Negli anni suc­ces­si­vi la risco­per­ta si dif­fu­se anche in Fran­cia, tan­to che nel 2003 lo scrit­to­re bel­ga fu infi­ne inse­ri­to dall’editore Gal­li­mard nel­la pre­sti­gio­sa col­la­na del­la Pléia­de, che pub­bli­ca i più gran­di auto­ri francesi.

Men­tre Adel­phi con­ti­nua a ripub­bli­ca­re i tito­li di Sime­non – l’ultimo, a ini­zio 2021, è La fat­to­ria del Coup de Vague (1938) – non cala l’interesse e l’attenzione per le ope­re del­lo scrit­to­re bel­ga. Rima­nen­do sui roman­zi-duri, è impos­si­bi­le non nota­re come il filo ros­so che lega que­sta mol­ti­tu­di­ne di vicen­de sia il rac­con­to di sto­rie minu­te: tra­me costrui­te intor­no a per­so­nag­gi del­la pic­co­la bor­ghe­sia cit­ta­di­na (spes­so pic­co­la solo nei sen­ti­men­ti), abi­tan­ti del­la pro­vin­cia, pic­co­li com­mer­cian­ti e bot­te­gai. In que­sti roman­zi il dram­ma matu­ra qua­si sem­pre all’interno dei pro­ta­go­ni­sti, che a cau­sa di un even­to ester­no o di una nuo­va con­sa­pe­vo­lez­za sono costret­ti a fare i con­ti con un dra­sti­co cam­bia­men­to, con la neces­si­tà di cam­bia­re vita, di adat­tar­si alle cir­co­stan­ze muta­te. Ne Il gat­to (1966), ad esem­pio, c’è la sto­ria di due coniu­gi, Émi­le e Mar­gue­ri­te, che abi­ta­no in un’oscura via late­ra­le nel­la peri­fe­ria di Pari­gi e si odia­no di un odio sor­do, inde­ci­fra­bi­le. Non si rivol­go­no la paro­la da anni. La loro vita gira intor­no a pochi ele­men­ti: i bigliet­ti­ni che si scam­bia­no, il gat­to, le pol­tro­ne del salot­to, le cene fru­ga­li a base di pata­te les­se, cipol­le e vitel­lo fred­do. Fin­ché qual­co­sa accade. 

Tutto ovattato, ma carico di una tensione narrativa palpabile. È questa la cifra dei romanzi di Simenon.

Al cen­tro del­la nar­ra­zio­ne c’è spes­so la pro­vin­cia fran­ce­se con i suoi mise­ri risen­ti­men­ti, i suoi odii e le sue intri­ca­te dina­mi­che di comu­ni­tà. Anche dopo il tra­sfe­ri­men­to negli Sta­ti Uni­ti, al ter­mi­ne del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, Sime­non con­ti­nuò sor­pren­den­te­men­te a pro­dur­re roman­zi euro­pei e fran­ce­si, tan­to accu­ra­ti da sem­bra­re scrit­ti in Europa. 

Sime­non con l’a­mi­co Fede­ri­co Fellini.

Non è faci­le intui­re la com­ples­si­tà dei temi che lo scrit­to­re bel­ga ha esplo­ra­to nel cor­so dei decen­ni, pro­prio a cau­sa del vasto nume­ro di ope­re. Come tan­te por­te aper­te, i vari roman­zi rischia­no di fuor­via­re e con­fon­de­re: solo osser­van­do l’opera nel­la sua inte­rez­za è pos­si­bi­le com­pren­de­re le linee fon­da­men­ta­li del­lo scrit­to­re bel­ga. Ci sono il tra­di­men­to, la ven­det­ta, l’ipocrisia, l’ossessione. Ma c’è anche, in modo per­va­si­vo, il tema del­la rot­tu­ra dei lega­mi fami­lia­ri e dei vin­co­li del­la socie­tà, come nei due cele­bri roman­zi L’uomo che guar­da­va pas­sa­re i tre­ni (1938) e La neve era spor­ca (1948). In quest’ultimo un gio­va­ne, immer­so nell’atmosfera cupa e oppres­si­va di una cit­tà occu­pa­ta da un eser­ci­to stra­nie­ro, si con­vin­ce di dover com­pie­re un delit­to per diven­ta­re vera­men­te, e final­men­te, un uomo. Spes­so la sen­sa­zio­ne è che que­sti sen­ti­men­ti for­ti e con­tur­ban­ti deri­vi­no dall’esperienza per­so­na­le di Sime­non e dai mol­ti tor­men­ti del­la sua vita.

Un’altro ele­men­to, for­se anco­ra più deci­si­vo, è l’utilizzo di paro­le che lo stes­so Sime­non ha defi­ni­to “mate­ri­che”, in gra­do di far per­ce­pi­re gli odo­ri, i sapo­ri, i suo­ni. Intor­no a que­ste paro­le, tro­va­no spa­zio pochis­si­mi agget­ti­vi. Ger­mo­glia così una scrit­tu­ra essen­zia­le, for­se figlia del­la fasci­na­zio­ne di Sime­non per gli elen­chi del tele­fo­no e i dizio­na­ri. Ma sem­pre in gra­do, in ogni roman­zo, di far sen­ti­re, insie­me alla sto­ria e ai carat­te­ri dei per­so­nag­gi, il cli­ma e l’atmosfera di una piaz­za, di un appar­ta­men­to di peri­fe­ria, di un loca­le nei pres­si del por­to, di un tre­no affol­la­to di pen­do­la­ri. Atmo­sfe­re e cli­mi che si sono sus­se­gui­ti e ripe­tu­ti, con scon­vol­gen­te rego­la­ri­tà, in deci­ne di romanzi.

Con­di­vi­di:
Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.