A Mandalika l’Indonesia calpesta i diritti umani?

Per la veri­tà, non capi­ta spes­so che ci capi­ti­no sot­to gli occhi noti­zie sull’Indonesia. Stia­mo par­lan­do di una nazio­ne del sud-est asia­ti­co for­ma­ta da miglia­ia di iso­le vul­ca­ni­che e abi­ta­ta da nume­ro­si grup­pi etni­ci, for­se addi­rit­tu­ra cen­ti­na­ia, con una gran varie­tà di lin­gue diver­se, e qua­si tre­cen­to milio­ni di abi­tan­ti. I più la cono­sco­no però per le spiag­ge incon­ta­mi­na­te, ampie, fian­cheg­gia­te da pal­me e con alle spal­le mon­ta­gne ver­di, famo­sa come oasi di pace. Ma il pro­get­to di Man­da­li­ka, una nuo­va area turi­sti­ca sull’isola di Lom­bok appe­na a est di Bali, sem­bra svi­lup­par­si in un cli­ma tutt’altro che idilliaco.

Appro­va­to nel 2018, la fine dei lavo­ri è pre­vi­sta per il 30 set­tem­bre 2024. È uno dei pro­get­ti più ambi­zio­si, se non il più ambi­zio­so, dell’Indonesia negli ulti­mi decen­ni, per lo meno in cam­po turi­sti­co, con un inve­sti­men­to com­ples­si­vo pre­vi­sto di tre miliar­di di dol­la­ri e finan­zia­men­ti di rilie­vo come quel­lo del­la Asian Infra­struc­tu­re Invest­ment Bank (AIIB). E il gover­no, gui­da­to da Joko Wido­do, è a cac­cia di poten­zia­li acqui­ren­ti per i com­ples­si e le infra­strut­tu­re in costru­zio­ne. Si par­la dell’interessamento di gigan­ti del turi­smo mon­da­le come la Para­mount e Club Med che sta­reb­be­ro già inta­vo­lan­do trattative.

Alber­ghi, pisci­ne, un ospe­da­le e addi­rit­tu­ra un gran­de auto­dro­mo pen­sa­to per gare moto­ci­cli­sti­che. Così, un’isola gran­de la metà del­la Cor­si­ca ma con più di tre milio­ni di abi­tan­ti, famo­sa per le bar­rie­re coral­li­ne, si è ritro­va­ta sot­to i riflet­to­ri. Ma il pro­get­to non ha solo soste­ni­to­ri. Anzi, alla fine di mar­zo sono sta­te addi­rit­tu­ra le Nazio­ni Uni­te a muo­ver­si, denun­cian­do ves­sa­zio­ni e inti­mi­da­zio­ni nei con­fron­ti del­la popo­la­zio­ne resi­den­te nel trat­to del­la costa sud di Lom­bok inte­res­sa­to dall’intervento. Per­ché tut­ti gli abi­tan­ti che pur viven­do lì da gene­ra­zio­ni non pos­so­no esi­bi­re un cer­ti­fi­ca­to di pro­prie­tà, come suc­ce­de spes­so in Indo­ne­sia, sono sta­ti allon­ta­na­ti dal­le loro ter­re e con­fi­na­ti nel vil­lag­gio di Kuta, e sem­bra che anche su chi inve­ce ha il cer­ti­fi­ca­to sia mol­to, trop­po for­te la pres­sio­ne del­le auto­ri­tà per cede­re tut­to e andarsene.

Le denunce non riguardano peraltro solo le vere e proprie vessazioni cui sarebbero soggetti i proprietari. 

Come ricor­da­no mol­te testa­te inter­na­zio­na­li, non c’è sta­to nes­sun con­fron­to tra le diver­se cen­ti­na­ia di fami­glie di pesca­to­ri e con­ta­di­ni con­vol­te e il gover­no, non solo in fase di defi­ni­zio­ne dei pro­get­ti ma anche nel per­cor­so di rea­liz­za­zio­ne degli stes­si. A par­ti­re dal 2019 sono arri­va­ti dei tec­ni­ci che, dopo una som­ma­ria valu­ta­zio­ne dei vari ter­re­ni e abi­ta­zio­ni, han­no sti­ma­to gli inden­niz­zi per chi è sta­to rico­no­sciu­to come pro­prie­ta­rio e dispo­sto l’allontanamento, in qual­che caso for­za­to.  C’è chi resi­ste, ma vie­ne sostan­zial­men­te cir­con­da­to dal­le gru e dal cemen­to fino alla resa. Un caso che ricor­da il famo­so modus ope­ran­di nel­la que­stio­ne case chio­do che si pone par­ti­co­lar­men­te in Asia in que­sti tem­pi di svi­lup­po edi­li­zio accelerato. 

La poli­zia indo­ne­sia­na nega che vi sia­no sta­ti abu­si e il gover­no e gli inve­sti­to­ri sosten­go­no che il pro­get­to rispet­ta cor­ret­te linee gui­da in mate­ria ambien­ta­le e sociale. 

Ma l’intervento Onu, oltre alle accuse di cui si è detto propone più in generale un grande tema: quello dell’utilità dell’intero complesso in chiave di un modello di sviluppo che aiuti la popolazione. 

L’epidemia di Coro­na­vi­rus ha por­ta­to 1,63 milio­ni di indo­ne­sia­ni in pover­tà con una cre­sci­ta del tas­so dal 9,2% al 9,8%. E que­sti sono solo i dati a luglio dell’anno scor­so. Ed è vero, la rea­liz­za­zio­ne del com­ples­so di Man­da­li­ka dovreb­be dare lavo­ro a miglia­ia di per­so­ne, pri­ma nel­la costru­zio­ne e poi del­la gestio­ne di un siste­ma di acco­glien­za e intrat­te­ni­men­to tale da atti­ra­re mol­ti turi­sti e pro­ba­bil­men­te anche nume­ro­si super ric­chi. Ma a che prez­zo? Se anche sono sta­te pre­se cau­te­le, un inter­ven­to così su lar­ga sca­la non può non ave­re un impat­to stra­vol­gen­te su mol­ti equi­li­bri. L’ecosistema dell’intera area, se non dell’intera iso­la ne risen­ti­reb­be enor­me­men­te con una pre­ve­di­bi­le cre­sci­ta espo­nen­zia­le, tra l’altro, di rifiu­ti e di altre for­me di inqui­na­men­to. Il rischio, come paven­ta­no mol­ti, potreb­be esse­re quel­lo di dire addio per sem­pre all’area tro­pi­ca­le e incon­ta­mi­na­ta di una fet­ta impor­tan­te dell’isola.

Insom­ma, anche sen­za con­si­de­ra­re, ma è dove­ro­so inve­ce far­lo, la que­stio­ne dei dirit­ti uma­ni in sen­so stret­to, è ogget­ti­vo che se il pro­get­to andrà avan­ti dopo che l’ultimo abi­tan­te lasce­rà la zona arri­ve­ran­no sì ingen­ti quan­ti­tà di dena­ro ma i cam­bia­men­ti saran­no dram­ma­ti­ci. Ci saran­no anche gran­di pro­fit­ti, come segna­la del resto la dimen­sio­ne dell’investimento pri­va­to, ma per lo più fini­ran­no nel­le mani di pochi. Una con­si­de­ra­zio­ne que­sta dal sapo­re for­se bana­le ma che è quan­to mai attua­le e umana. 

È vero, quei con­ta­di­ni e pesca­to­ri ai qua­li si dice di andar­se­ne pos­so­no appa­ri­re una goc­cia nell’oceano del­la pro­du­zio­ne e del gua­da­gno, un “costo” che può sem­bra­re pic­co­lo in nome del pro­gres­so glo­ba­le. Ma for­se, come auspi­ca anche l’Onu, la pan­de­mia dovreb­be far riflet­te­re i gover­ni di tut­to il mon­do sul­la fra­gi­li­tà del­le popo­la­zio­ni e l’esigenza di ripar­ti­re pro­prio dal­la con­di­vi­sio­ne dei pro­get­ti, da una loro com­mi­su­ra­zio­ne al con­te­sto ambien­ta­le e uma­no nel qua­le van­no a col­lo­car­si. Gli inve­sti­men­ti mag­gio­ri sono spes­so col­le­ga­ti a beni e infra­strut­tu­re di lus­so in un set­to­re come quel­lo turi­sti­co mol­to red­di­ti­zio in Indo­ne­sia. Ma resta la denun­cia degli “sfrat­ta­ti” che lamen­ta­no l’inadeguatezza del­le nuo­ve abi­ta­zio­ni, lo scar­so inte­res­sa­men­to del gover­no e l’irrimediabile per­di­ta di un ter­ri­to­rio che è poi in fon­do un pez­zo incan­cel­la­bi­le del­la loro sto­ria e del­la loro vita.

Con­di­vi­di:
Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

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