EliSIR. Gli scontri in Israele e le nuove forme della guerra

EliSIR è la rubrica di geopolitica e relazioni internazionali curata su Vulcano da SIR – Students for International Relations, associazione studentesca della Statale.


Lo scor­so 20 mag­gio, gra­zie alla media­zio­ne egi­zia­na, è sta­to rag­giun­to il ces­sa­te il fuo­co tra Israe­le e Hamas, ponen­do fine a qua­si due set­ti­ma­ne di bom­bar­da­men­ti. Pur­trop­po si trat­ta sola­men­te di una tre­gua tem­po­ra­nea poi­ché, come 73 anni di esi­sten­za del­lo Sta­to di Israe­le ci dimo­stra­no, la vio­len­za in que­sti luo­ghi può esse­re con­si­de­ra­ta endemica.

I recen­ti scon­tri però mostra­no alcu­ni trat­ti di novi­tà: oltre al con­te­sto regio­na­le in cam­bia­men­to e al nuo­vo approc­cio con cui gli atto­ri ester­ni – Sta­ti Uni­ti, Tur­chia, Egit­to, Iran – guar­da­no la que­stio­ne pale­sti­ne­se, l’elemento più rile­van­te è la vio­len­za scop­pia­ta all’interno del­lo sta­to di Israe­le, tra la mag­gio­ran­za ebrea e la mino­ran­za ara­ba. Infat­ti, piut­to­sto che affron­ta­re mili­tar­men­te un altro sta­to – o, come in que­sto caso, un’organizzazione che pre­ten­de di rap­pre­sen­ta­re la popo­la­zio­ne di Gaza – Israe­le si è ritro­va­ta a fron­teg­gia­re un nemi­co inter­no, par­te del­la sua stes­sa popo­la­zio­ne, per quan­to con­si­de­ra­ta di secon­da clas­se e costret­ta ad affron­ta­re un’apartheid uffi­cio­sa. Nono­stan­te que­sti epi­so­di si sia­no già veri­fi­ca­ti in pas­sa­to, rag­giun­go­no ora dimen­sio­ni ben più note­vo­li e, piut­to­sto che esse­re un caso iso­la­to, sono para­dig­ma­ti­ci del­le nuo­ve for­me che la guer­ra sta assu­men­do – anzi, che ha già assun­to da tem­po – non solo in Israe­le ma in tut­to il resto del mondo. 

Lo spar­tiac­que tra le vec­chie e le nuo­ve for­me bel­li­che fu la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le: i bom­bar­da­men­ti stra­te­gi­ci – pri­ma da par­te dei nazi­sti sul­le cit­tà ingle­si, poi, anco­ra più mas­sic­cia­men­te, degli Allea­ti sul­le cit­tà tede­sche – e i movi­men­ti di resi­sten­za par­ti­gia­na fece­ro vacil­la­re la distin­zio­ne tra civi­li e com­bat­ten­ti alla base del dirit­to uma­ni­ta­rio, quel­la bran­ca del dirit­to inter­na­zio­na­le che si occu­pa del­la con­dot­ta del­la guer­ra. Nel cor­so del­la cosid­det­ta Guer­ra Fred­da, men­tre l’Europa osser­va­va con timo­re le minac­ce reci­pro­che di un attac­co nuclea­re da par­te del­le due super­po­ten­ze, il resto del mon­do veni­va scos­so da que­ste nuo­ve for­me di vio­len­za, decli­na­te nei movi­men­ti di libe­ra­zio­ne nazio­na­le del­le colo­nie euro­pee in Afri­ca e in Asia. Con il crol­lo del bloc­co socia­li­sta tali vio­len­ze han­no assun­to for­me anco­ra più spre­giu­di­ca­te, come il ter­ro­ri­smo reli­gio­so e i con­flit­ti etnici. 

In par­ti­co­la­re, il caso più rap­pre­sen­ta­ti­vo fu quel­lo del­la guer­ra in Bosnia Erze­go­vi­na dei pri­mi anni ‘90. Il trat­to distin­ti­vo di que­sta guer­ra, nata con il col­las­so del­la Repub­bli­ca Socia­li­sta Fede­ra­le di Jugo­sla­via, fu il fat­to che la vio­len­za non coin­vol­se diret­ta­men­te una Repub­bli­ca con­tro l’altra, ma le stes­se con­tro la popo­la­zio­ne civi­le – in par­ti­co­la­re la Ser­bia con­tro croa­ti e bosnia­ci, ma anche la Croa­zia con­tro ser­bi e bosnia­ci – con l’intento di crea­re del­le zone etni­ca­men­te omo­ge­nee tra­mi­te ope­ra­zio­ni di puli­zia etni­ca per la spar­ti­zio­ne del pote­re fede­ra­le. Le clas­si diri­gen­ti del­le neo­na­te repub­bli­che ampli­fi­ca­ro­no abil­men­te le divi­sio­ni etni­che in una socie­tà che, alme­no fino alla mor­te di Tito (1982) e soprat­tut­to nel­la varie­ga­ta Bosnia, era rima­sta seco­la­re e multietnica.

E il fat­to che più di tut­ti gli altri con­tri­buì alla per­pe­tra­zio­ne del­la vio­len­za fu che la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le, inte­sta­ta­si la riso­lu­zio­ne del con­flit­to, inter­pre­tò gli avve­ni­men­ti come una guer­ra con­ven­zio­na­le: non essen­do pre­pa­ra­ti né dispo­sti ad affron­ta­re que­ste nuo­ve minac­ce, NATO e Nazio­ni Uni­te, piut­to­sto che difen­de­re atti­va­men­te i civi­li, si con­cen­tra­ro­no sul­la scon­fit­ta mili­ta­re del­le parti.

Queste guerre vengono definite con nomi diversi, come low-intensity conflict, hybrid warfare o nuove guerree hanno assunto, nel corso del secondo dopoguerra e oltre, diverse forme, tra cui terrorismo, guerre di liberazione nazionale, conflitti etnici, guerriglia. 

Nono­stan­te la loro ete­ro­ge­nei­tà, pre­sen­ta­no alcu­ni trat­ti comu­ni: nasco­no soli­ta­men­te in con­te­sti di scar­sa pre­sen­za sta­tua­le; alme­no un bel­li­ge­ran­te non è un eser­ci­to rego­la­re ma un grup­po para­mi­li­ta­re, un’organizzazione ter­ro­ri­sti­ca, un fron­te di libe­ra­zio­ne nazio­na­le; ven­go­no con­dot­te con arma­men­ti poco costo­si e com­ples­si; han­no poco riguar­do per gli attri­bu­ti clas­si­ci del­la sta­tua­li­tà, in par­ti­co­la­re i con­fi­ni ter­ri­to­ria­li; esa­ge­ra­no le divi­sio­ni etni­che, reli­gio­se, poli­ti­che inter­ne alla socie­tà tra­mi­te del­le eti­chet­te crea­te ad hoc; nel­le for­me più recen­ti, sfrut­ta­no le reti trans­na­zio­na­li tipi­che del­la glo­ba­liz­za­zio­ne per otte­ne­re sup­por­to poli­ti­co, eco­no­mi­co e mili­ta­re; sta­bi­li­sco­no un’economia di guer­ra mol­to pro­fit­te­vo­le che con­tri­bui­sce alla per­pe­tua­zio­ne del­la violenza.

Nono­stan­te quel­lo che si pen­si, que­ste nuo­ve guer­re non sono pre­sen­ti solo in ango­li remo­ti del pia­ne­ta ma anche nel cosid­det­to mon­do civi­liz­za­to, in for­me più o meno ori­gi­na­li. Si pen­si ad esem­pio al ter­ro­ri­smo in Ita­lia negli anni ‘70, nato dal­la cre­scen­te insod­di­sfa­zio­ne di fran­ge estre­mi­ste rispet­to all’establishment poli­ti­co, o i trou­bles in Irlan­da del Nord, dura­ti trent’anni e non anco­ra sopi­ti, poi­ché figli di una divi­sio­ne etni­ca – e non tan­to reli­gio­sa – con radi­ci profonde.

Se guar­dia­mo inve­ce al pano­ra­ma attua­le, due casi sono di par­ti­co­la­re interesse.

Per pri­mo, in Fran­cia, la let­te­ra che alcu­ni gene­ra­li e altri mili­ta­ri dell’eser­ci­to fran­ce­se han­no indi­riz­za­to a Macron tra­mi­te il gior­na­le con­ser­va­to­re Valeurs Actuel­les, in cui met­to­no in guar­dia il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca dal peri­co­lo isla­mi­sta, in rispo­sta al qua­le, di fron­te all’inattivismo del­la clas­se diri­gen­te, potreb­be­ro veder­si costret­ti a com­bat­te­re una «guer­ra raz­zia­le». Lascian­do da par­te il radi­ca­li­smo dei mili­ta­ri tran­sal­pi­ni, ciò che è degno di nota è il fat­to che ven­ga uti­liz­za­to pro­prio il ter­mi­ne guer­re per defi­ni­re l’imminente lot­ta che secon­do loro biso­gne­rà com­bat­te­re con­tro la «disin­te­gra­zio­ne del­la socie­tà», con­tro «l’estremismo e le orde del­le banlieu». 

Il peri­co­lo di una cre­scen­te spac­ca­tu­ra all’interno del­la socie­tà fran­ce­se si era già pale­sa­to con gli attac­chi ter­ro­ri­sti­ci degli scor­si anni, come quel­lo alla sede del gior­na­le sati­ri­co Char­lie Heb­do nel 2015. La Fran­cia con­ti­nua inol­tre a con­dur­re ope­ra­zio­ni di coun­ter-ter­ro­ri­sm nel Sahel, per evi­ta­re che altri grup­pi fon­da­men­ta­li­sti si avvi­ci­ni­no all’Esagono, ma la radi­ca­liz­za­zio­ne di cer­te fran­ge del­la socie­tà – soprat­tut­to immi­gra­ti di secon­da gene­ra­zio­ne – nasce soprat­tut­to da pover­tà ed emar­gi­na­zio­ne socia­le, dal fal­li­men­to del­le poli­ti­che di integrazione. 

Combattere una vera e propria guerra contro parte della propria popolazione – come ci dimostra la storia delle nuove guerre – non è certamente una soluzione adeguata, tanto che i militari saranno processati di fronte ad un tribunale militare.

Anche dagli Sta­ti Uni­ti arri­va­no segna­li di desta­bi­liz­za­zio­ne, esplo­si ad ini­zio anno con l’assaltoCapi­tol Hill, sede del Con­gres­so ame­ri­ca­no. Fomen­ta­ti dall’ex Pre­si­den­te Donald Trump e da vari grup­pi cospi­ra­zio­ni­sti come QAnon, una buo­na par­te di colo­ro che si inte­sta­no la rap­pre­sen­tan­za del­la vera Ame­ri­ca, pro­ve­nien­ti dal Sud e dal Mid­we­st, si sono rivol­ta­ti con­tro il risul­ta­to del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, secon­do loro truc­ca­te. Ma evi­den­zia­no un males­se­re dif­fu­so nel­la socie­tà sta­tu­ni­ten­se: il cuo­re degli Sta­ti Uni­ti WASP – whi­te anglo-saxon pro­te­stant – si sen­te tra­scu­ra­to, pove­ro, emar­gi­na­to di fron­te al pri­vi­le­gio del­le coste. E non è da esclu­de­re che, se le loro istan­ze non ver­ran­no ascol­ta­te, pos­sa­no ini­zia­re una vera e pro­pria guer­ra civi­le, o per lo meno por­ta­re la vio­len­za nel­le strade. 

D’altra par­te, anche la popo­la­zio­ne nera, riu­ni­ta attor­no allo slo­gan “black lives mat­ter”, sem­bra non riu­sci­re più a con­te­ne­re il pro­prio males­se­re, frut­to di oltre due­cen­to anni di schia­vi­smo, segre­ga­zio­ne, pre­giu­di­zi e omi­ci­di, per ulti­mo quel­lo di Geor­ge Floyd.

In entram­bi i casi una rispo­sta vio­len­ta da par­te del­le for­ze dell’ordine sareb­be di cor­to respi­ro e potreb­be anzi pola­riz­za­re anco­ra di più la socie­tà. E se gli Sta­ti Uni­ti han­no la pos­si­bi­li­tà di sfo­ga­re all’estero il males­se­re inter­no per com­pat­ta­re la popo­la­zio­ne attor­no alla ban­die­ra (ral­ly around the flag), il resto del mon­do non ha que­sto privilegio.

Insom­ma, la guer­ra ha cam­bia­to for­ma. Que­sto non vuol dire, come sosten­go­no i detrat­to­ri del­lo sta­to o i teo­ri­ci del­la “fine del­la sto­ria”, che stia­mo andan­do ver­so un nuo­vo siste­ma inter­na­zio­na­le, in cui i popo­li non affe­ri­sco­no più ad uno sta­to nazio­na­le ma a iden­ti­tà par­ti­co­la­ri­sti­che o glo­ba­li. Stia­mo però affron­tan­do un perio­do di pro­fon­da cri­si, che pre­sup­po­ne pro­fon­di cam­bia­men­ti: pri­ma di tut­to una nuo­va men­ta­li­tà, un nuo­vo modo di affron­ta­re la guer­ra. Para­dos­sal­men­te, ciò com­por­ta una for­te rispo­sta sta­tua­le, da par­te di que­gli sta­ti che se lo pos­so­no per­met­te­re. Gli altri sono desti­na­ti a soccombere.

Arti­co­lo di Andrea Stuc­chi.


Biblio­gra­fia:

Kal­dor, Mary, New & Old Wars: Orga­ni­zed Vio­len­ce in a Glo­bal Era, Stan­ford Uni­ver­si­ty Press, Red­wood City CA, 2012

Con­di­vi­di:
SIR on FacebookSIR on Instagram
SIR
SIR, Stu­den­ts for Inter­na­tio­nal Rela­tions, è un’as­so­cia­zio­ne stu­den­te­sca atti­va in Uni­mi. Ope­ra nel cam­po del­la geo­po­li­ti­ca e del­le rela­zio­ni internazionali.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.