Del: 1 Maggio 2021 Di: Laura Cecchetto Commenti: 0
Fashion Revolution, per una moda sostenibile

Fashion Revolution è un movimento globale legato alla moda sostenibile nato in seguito alla strage del Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013 in Bangladesh, causata dal crollo di un edificio tessile nel quale venivano prodotti, in condizioni proibitive, collezioni per noti brand della fast fashion.

Ogni anno, in occasione dell’anniversario, vengono organizzate delle manifestazioni di solidarietà e di attivismo per coinvolgere e mobilitare la popolazione.

L’intento, sintetizzato nello slogan Who Made my Clothes?, è in primis quello di sensibilizzare nell’acquisto di capi di abbigliamento, sviluppando una coscienza etica e sostenibile che rispetti le persone che li realizzano e l’ambiente, lottando contro lo sfruttamento umano e ambientale, impegnandosi nella tutela dei lavoratori affinché percepiscano un salario minimo e possano operare in condizioni soddisfacenti, dando voce a chi troppo a lungo è rimasto invisibile. A ciò si aggiunge l’attenzione e la salvaguardia del pianeta dall’inquinamento e dallo sfruttamento delle risorse, ridimensionando gli enormi sprechi prodotti dall’industria e dai consumatori stessi.

Conoscendo l’universo che c’è dietro l’acquisto di un indumento, ciascuno di noi può acquisire le giuste competenze per poter acquistare in modo poi consapevole e responsabile, impegnandosi in acquisti più sostenibili che strizzino l’occhio al portafoglio, all’ambiente e a chi li produce.

L’attuale industria della moda è tra le più tossiche e inquinanti, seconda solamente a quella petrolifera.

Ha un fortissimo impatto sulla natura perché danneggia oceani e corsi d’acqua, terreni, alberi e foreste, inquina l’aria che respiriamo, causando danni irreparabili alla biodiversità e accentuando sempre di più il cambiamento climatico. La scarsa sostenibilità della filiera è evidente già dalla lavorazione delle materie prime, provenienti da ogni angolo del pianeta, che avviene in paesi come Cina, Bangladesh, Cambogia e India e che impiega manodopera a bassissimo costo facendola lavorare in condizioni proibitive, spesso soggetta di abusi fisici e mentali, intimidazioni, ledendone i diritti umani e dei lavoratori.

A ciò si aggiunge l’utilizzo di materie prime di bassa qualità economicamente vantaggiosa per chi compra ma sicuramente non per l’ambiente. Le fibre naturali, infatti, sono prodotte in coltivazioni intensive che necessitano di grandissime quantità di acqua e che impiegano pesticidi e OGM, mentre le fibre sintetiche, derivanti dalla plastica e non biodegradabili, diventano difficili da riciclare e smaltire. Anche il trasporto degli abiti è costoso e dannoso: provenendo da molte parti del mondo, i vestiti devono essere spediti pressoché ovunque, con grande dispendio di carburanti. 

Inoltre, la sovrapproduzione di abiti porta troppo spesso a soluzioni drastiche come l’incenerimento degli stessi, con emissioni deleterie per salute umana e del pianeta a causa del rilascio di microplastiche nell’atmosfera, determinando uno spreco enorme di materie prime e di risorse riciclabili e riutilizzabili con altri scopi.

L’unico beneficio della fast fashion per il cliente medio è quello di poter comprare a poco prezzo molti vestiti. Ma è davvero questa l’unica cosa che conta?

Proprio l’alta accessibilità di questi prodotti porta spesso all’acquisto compulsivo, che riempie l’armadio di vestiti spesso superflui o poco utilizzati, acquistati sostenendo di “non aver nulla da mettere”, innescando il circolo vizioso della “moda usa e getta” per cui una collezione diventa subito obsoleta perché sostituita in breve da un’altra collezione, oppure indossata e velocemente sostituita perché a causa della bassa qualità del prodotto nella maggior parte dei casi diventa inservibile in breve tempo.

Cosa possiamo fare per agire in maniera responsabile e allungare la vita dei nostri vestiti? Un primo passo è quello di preferire la qualità alla quantità, prediligendo la slow fashion, imparando a leggere le etichette, conoscere i brand sostenibili e le certificazioni sociali e ambientali, domandandosi se sia o meno necessario l’acquisto di un determinato capo. In secondo luogo, è necessario prendersi cura di ciò che indossiamo, cucire e riparare gli abiti danneggiati e non buttarli via subito; qualora ciò non fosse possibile, pensare a come riciclarlo in maniera originale e utile. Infine, vendere, donare e scambiare gli abiti che non si indossano più (mai pensato al negozio dell’usato?) può essere un ottimo modo di rinnovare il guardaroba in maniera eco-friendly.

Laura Cecchetto
Scopro il mondo e me stessa con il naso dentro a un libro, rifletto su ciò che mi circonda e prendo appunti. Narro ciò che leggo, e di conseguenza ciò che provo, per relazionarmi con ciò che mi sta attorno, possibilmente con una tazza di tè sulla scrivania.

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