Filtrare le notizie come in cerca dell’oro. Un’opinione.

Il nuo­vo fana­ti­smo: quel­lo dell’emancipatissimo social net­work, che spes­so sim­pa­tiz­za con il mot­to «ho sem­pre ragio­ne io». La nobi­le liber­tà di espres­sio­ne ha oggi dupli­ce vol­to, e spes­so tra i due pre­va­ri­ca quel­lo oscu­ro, sep­pur scam­bia­to per illu­mi­nan­te. Nell’ambito del­la comu­ni­ca­zio­ne di mas­sa sareb­be pra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le rife­rir­si ad una fon­te di obiet­ti­vi­tà auten­ti­ca, poi­ché tut­to dipen­de non solo dal cosid­det­to tar­get, ossia la fascia di pub­bli­co che si rag­giun­ge (clas­si­ca dina­mi­ca pub­bli­ci­ta­ria), ma anche dal rap­por­to cri­ti­co che si sta­bi­li­sce con l’oggetto in esa­me; rap­por­to sti­mo­la­to dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che l’origine del con­te­nu­to è sem­pre appe­sa alla per­ples­si­tà di un altro. 

Il capo­vol­gi­men­to di una tale con­sa­pe­vo­lez­za è ciò che più di qual­sia­si altro equi­vo­co può gene­ra­re con­fu­sio­ne nel pen­sie­ro, lascian­do alcu­ni let­to­ri impi­glia­ti nel­le con­si­de­ra­zio­ni – ano­ni­me – fat­te pro­prie, dog­ma­tiz­za­te e osti­li a un qual­sia­si gene­re di con­trat­tac­co pro­ve­nien­te dall’esterno. Si trat­ta di opi­nio­ni incor­ni­cia­te in asso­lu­te veri­tà, come pal­lon­ci­ni ad elio lega­ti a pol­si intor­pi­di­ti da uno spa­go allac­cia­to trop­po stret­to, di modo che il san­gue non cir­co­li più regolarmente.

Ci tro­via­mo dinan­zi a un feno­me­no di can­ni­ba­li­smo per cui, con l’avvento di appros­si­ma­zio­ni sem­pre più discu­ti­bi­li, inge­nue e sbri­ga­ti­ve, la pro­spet­ti­va di un rifa­ci­men­to intel­let­tua­le può dile­guar­si o irro­bu­stir­si, in quest’ultimo caso con­trap­po­nen­do­si ai sot­to­pro­dot­ti abbrac­cia­ti da un pub­bli­co sem­pre più mini­ma­li­sta e desi­de­ro­so di fram­men­ti incon­clu­den­ti, e così mai sazio. Lìin­con­clu­den­za lascia lar­go spa­zio alla libe­ra inter­pre­ta­zio­ne che può dege­ne­ra­re in fan­ta­sti­che­rie dall’agito pre­ci­pi­to­so ed impul­si­vo. Un erro­re, quel­lo dell’eccesso di super­fi­cia­li­tà, che già si sco­va­va quan­do la mag­gio­ran­za del­le noti­zie si incon­tra­va­no su base car­ta­cea, quan­do gli occhi in cor­sa dei let­to­ri rega­la­va­no la loro atten­zio­ne tal­vol­ta sol­tan­to ai tito­li sen­sa­zio­na­li­sti­ci dei perio­di­ci, sen­ten­do­si già appa­ga­ti, e pron­ti al pas­sa­pa­ro­la deleterio. 

Oggi però entra in gio­co un nuo­vo fat­to­re che gio­ca a risi­ko (dal tede­sco: rischio) con le men­ti: l’arti­gia­na­to dei tweet, dei post, dei click che cata­pul­ta­no a risor­se par­zia­li di giu­di­zio, sen­ten­ze debo­li e talo­ra pri­ve di anti­te­si, insi­gni al prin­ci­pio di una­ni­mi­tà più radi­ca­le ad esclu­si­vo nei con­fron­ti chi diverge.

Dove si crea contatto, si crea movimento di opinione, e ciò potrebbe risultare un dinamismo dalle efficaci potenzialità. 

D’altro can­to, lo stes­so feno­me­no, nell’era dell’informazione, fa sì che il dirit­to di paro­la sia con­ces­so a chiun­que: qual­sia­si enti­tà die­tro allo scher­mo ha così licen­za di espo­si­zio­ne, e il gua­da­gno cul­tu­ra­le, ine­vi­ta­bil­men­te, subi­sce una pre­ci­pi­to­sa sva­lu­ta­zio­ne. Le testa­te gior­na­li­sti­che – che avan­za­no per abbo­na­men­ti, non pub­bli­ci­tà – si avval­go­no di mag­gio­re affi­da­bi­li­tà: que­sto per­ché arti­co­li pro­po­sti da reda­zio­ni gior­na­li­sti­che sono obbli­ga­to­ria­men­te sot­to­po­sti a limi­ta­zio­ni, veri­fi­che e auto­ri­tà supe­rio­ri (CNLG) cui uni­for­mar­si, lad­do­ve Inter­net è una fore­sta plu­via­le dal­le sel­vag­ge e bru­tal­men­te infi­ni­te – come anche inde­fi­ni­te – opportunità. 

Ma tra un mezzo di comunicazione a pagamento – editoria giornalistica –, e uno gratuito –innumerevoli blog e siti web di dubbia sorgente –, l’utenza non esita a prediligere, per apparente convenienza, la seconda delle due opzioni. Quindi, come fare?

Il rifiu­to cate­go­ri­co del­le nuo­ve for­mu­le divul­ga­ti­ve non è la chia­ve per far fron­te al peri­co­lo che esse com­por­ta­no; lo è inve­ce la capa­ci­tà di vaglia­re i con­te­nu­ti, per poter così “attra­ver­sar­li”, fluir­ci den­tro, traen­do­ne distil­la­ti di signi­fi­ca­ti. La “fame di bufa­le” è da con­si­de­rar­si come una mal­for­ma­zio­ne non di carat­te­re con­ge­ni­to, nem­me­no come una malat­tia cro­ni­ca, ma al con­tra­rio come un sin­to­mo dal qua­le è pos­si­bi­le gua­ri­re: il segre­to sta nel­la pazien­te for­ma­zio­ne e con­se­guen­te con­ser­va­zio­ne di un’attitudine selet­ti­va che assi­cu­ri la pos­si­bi­li­tà, nell’interminabile mol­ti­tu­di­ne dispo­ni­bi­le, di valu­ta­re l’attendibilità di vol­ta in volta. 

Paral­le­la­men­te a ciò, ulte­rio­re rischio in cui si pos­sa incor­re­re è senz’altro quel­lo del­la sin­dro­me di scet­ti­ci­smo radi­ca­le, risul­ta­to di una real­tà che cele­bra l’as­so­lu­ta (e per que­sto sini­stra) liber­tà di espres­sio­ne, faci­lis­si­ma e rapi­dis­si­ma. Navi­ga­re costan­te­men­te in un ocea­no di infor­ma­zio­ni che mesco­la­no pre­sun­ta auto­re­vo­lez­za con il cari­sma da influen­cer indu­ce indu­bi­ta­bil­men­te a dif­fi­da­re dal muc­chio, per­ché il mine­stro­ne mime­ti­co che ne risul­ta non si mani­fe­sta come garan­zia di seria e rigo­ro­sa obiet­ti­vi­tà o di ido­nea per­ti­nen­za. Così l’entusiasmo di un pri­mo momen­to vie­ne suc­ces­si­va­men­te scon­fes­sa­to dal­la rea­liz­za­zio­ne del­la fon­te: Inter­net. Un isti­tu­to pos­sen­te e varie­ga­to, e allo stes­so tem­po auto­ri­ta­rio e irresoluto.

E allo­ra che le scuo­le di pri­mo gra­do, i licei e le fami­glie inse­gni­no ai gio­va­ni pro­mes­si del web l’arte dell’indagine. Che i baga­gli cul­tu­ra­li del futu­ro si man­ten­ga­no mede­si­mi a quel­li del pas­sa­to; oppor­tu­no sareb­be fre­na­re inol­tre il discre­di­to del­la cul­tu­ra uma­ni­sti­ca, idea­le sareb­be che quest’ultima viag­gias­se di pari pas­so con quel­la scien­ti­fi­ca. Ma occor­re un’ag­giun­ta, neces­sa­ria a pla­sma­re i mec­ca­ni­smi del nuo­vo mil­len­nio: l’alfabeto del­la rete che, se sco­no­sciu­to, non per­met­te di com­pren­der­ne il lin­guag­gio, pro­vo­can­do solo la nasci­ta di inset­ti che, come avvie­ne nel­le ragna­te­le, si  inca­stra­no nel­la tela col­lo­sa sen­za alcu­na via di scam­po. Il risul­ta­to? Anal­fa­be­ti­smo fun­zio­na­le, basti pen­sa­re agli epi­so­di più recen­ti, da Capi­tol Hill al moto anti-vax.

Un inse­gnan­te non dovreb­be impe­di­re ai suoi stu­den­ti di effet­tua­re ricer­che su Inter­net qua­lo­ra neces­sa­rio, ma dovreb­be scon­si­glia­re loro di affi­dar­si a un’unica fon­te, sti­mo­lan­do la matu­ra­zio­ne di quell’indispensabile abi­li­tà di con­fron­to e con­se­guen­te sele­zio­ne, è que­sta una ricet­ta per costrui­re la bus­so­la uti­le a orien­ta­re la navi­ga­zio­ne nel deli­rio pul­lu­lan­te sul­le nuo­ve piat­ta­for­me. In un mon­do orien­ta­to ver­so il con­su­mo, sareb­be oppor­tu­no per­met­te­re per­lo­me­no al gior­na­li­smo di soprav­vi­ve­re come atti­vi­tà che valo­riz­zi il con­te­nu­to del prodotto.

Con­di­vi­di:
Alice Sebastiano
Di Mila­no. Stu­dio inter­na­tio­nal poli­tics, law and eco­no­mics, nasco nel 2001 e ho il cal­lo sull’anulare per la pres­sio­ne del­la biro sin dal­la pri­ma ele­men­ta­re. Elo­gio la nobi­le vir­tù dell’ascolto reci­pro­co. Scri­vo per legit­ti­ma dife­sa, il pia­ce­re per­so­na­le è poi accessorio.

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