Del: 12 Maggio 2021 Di: Laura Colombi Commenti: 0

A pochi giorni dall’uscita dell’ultimo lavoro Paesaggio dopo la battaglia, il cantautore Vasco Brondi inaugura in Unimi un ciclo di incontri online che lo vedrà dialogare con antropologi, filosofi, filologi, psicologi e scrittori provenienti da alcune delle più prestigiose università italiane. Il primo incontro ha visto Brondi impegnato in un dialogo con Andrea Borghini, docente di Filosofia e Teoria dei linguaggi in Statale, oltre che con gli studenti Unimi. A fine articolo trovate la testimonianza che Vulcano ha raccolto in esclusiva.

Cover Album: Luigi Ghirri

Paesaggio dopo la battaglia (fuori da venerdì 7 maggio) è il primo risultato del progetto solista di Vasco Brondi, ex frontman de Le Luci della Centrale Elettrica. Dopo due anni di allontanamento dalla scrittura e in seguito agli ultimi avvenimenti, Vasco ha sentito l’esigenza di raccontare le sue battaglie, che poi sono anche le nostre.

Leggi della città, leggi dell’universo

Paesaggio dopo la battaglia è un album che tiene insieme prospettiva cosmica ed individuale, indagando il rapporto tra città e universo. Un paesaggio, dopo la battaglia, è intimo ma anche fatto di relazioni, con se stessi o con un’altra persona. È anche un paesaggio universale. Brondi si riferisce al fatto che leggi dell’universo e leggi della città siano in contrapposizione, come ha dimostrato l’esempio di Carola Rackete: nel momento in cui ubbidisci a una legge dell’universo che ti spinge a prenderti cura di qualcuno che sta per morire, ti trovi paradossalmente a violare una legge della città. Le città, infatti, ad oggi sono luoghi solo per esseri umani, a partire dal fatto che non vi è presenza di altri animali. La città è un gioco di specchi tra esseri umani, una foresta sì, ma fatta delle nostre ambizioni e dei problemi anche minuscoli che ci accecano. Sopra tutti, un certo mito di realizzazione personale.

Il crollo delle illusioni

Forse è necessario arrivare a realizzare un obiettivo per capire che non era quello che stavamo cercando, insomma è necessario un certo crollo delle illusioni, che, dice Brondi, è quello che stiamo vivendo. Non che sia qualcosa di negativo. I Beatles, raggiunto l’apice del successo, si resero conto che non era quello che stavano cercando. Allora andarono a cercare altrove, in India, la strada per la pace interiore che il successo non era riuscito a garantire loro, per esempio attraverso la meditazione, o aprendosi ad altre filosofie. È un fatto che all’epoca colpì molto l’opinione pubblica, perché dimostra come non dobbiamo confondere illusione e felicità. Le illusioni, dice Brondi, possono essere comode ma impedirci di vivere. Un disilluso invece è in grado di ricercare qualcosa di più reale.

Da Cara Catastrofe a Paesaggio dopo la battaglia: la domanda di Vulcano.

Una tua famosa canzone si intitolava Cara catastrofe, oggi hai scelto come title-track Paesaggio dopo la battaglia. Dai call center ai riders, cosa è cambiato dieci anni dopo?

«È fondamentale il fatto che prima si trattasse di una Cara catastrofe. Questo cortocircuito della complessità della realtà c’è anche nel Paesaggio dopo la battaglia quando si parla di un’Italia maledetta Italia benedetta. Prima però ero più positivo, non a caso il mio progetto si chiamava Le luci della centrale elettrica. Le luci erano per me un paesaggio bello, i luoghi dove andavamo a divertirci da ragazzi, non ci vedevamo il fatto che potesse essere considerato una cosa brutta. Per questo mi interessava l’aggettivo «cara»: mi ricordava questa possibilità di vedere, di non essere accecati solo da quello che non va. Perché come specie umana sembriamo programmati così, per essere concentratissimi su quella singola cosa che non va, senza vedere tutte le benedizioni attorno: il corpo che sta bene, il fatto che non ci stiano cadendo mine in testa, che non stia crollando il pianeta, che non siamo morti tutti durante questa pandemia. Tu potresti dire: «Beh, ci mancherebbe!» No, non ci mancherebbe, può succedere tutto di continuo.

Da quando ho iniziato a fare musica sono cambiate un sacco di cose. Forse non è cambiato il mio modo di scrivere le canzoni, nel senso che mi sono sempre posto due prospettive: il guardarmi dentro e il guardarmi attorno, cioè il pensare che le canzoni possano essere dei documenti storici però lirici, insomma che non sia mai un telegiornale. Quando parlo dei rider (in Paesaggio dopo la battaglia) o dei call center (in Cara Catastrofe) tratto sempre vicende che sono anche intime, personali. Sono sempre vite quelle che ci sono lì dentro. 

La società cambia all’interno di un sistema che per ora rimane lo stesso ma che, mi sembra di vedere, si stia incrinando sempre di più da un po’ di anni a questa parte. Penso che questa vicenda abbia dato un duro colpo e che quella che arriverà del riscaldamento globale darà quello definitivo. Il capitalismo, dice Mark Fisher, è un portato recente, che pertiene agli ultimi due secoli: la vita è andata avanti per migliaia di anni senza. Prosegue Fisher: pensiamo di coincidere con il capitalismo al punto tale da immaginarci prima alla fine della vita e alla fine del mondo invece che alla fine di questo sistema. Ecco, questo secondo me comincia ad essere messo in dubbio maggiormente rispetto a quando ho iniziato a suonare. Ultimamente c’è un interesse anche verso ciò che non è considerato funzionale e che, anzi, va apparentemente in controtendenza rispetto all’essere più produttivi, anche solo per il bene del pianeta. Non era così scontato 12 anni fa che qualcosa che non facesse guadagnare più soldi venisse preso in considerazione».

Troverete Vasco prossimamente in numerose università italiane. In particolare, il prossimo appuntamento online è per il 14 maggio con gli studenti dell’Università di Siena.

Laura Colombi
Mi pongo domande e diffondo le mie idee attraverso la scrittura e la musica, che sono le mie passioni.

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