Jane Goodall: una vita dedicata agli scimpanzé

“Solo com­pren­den­do ce ne inte­res­se­re­mo.
Solo inte­res­san­do­ce­ne aiu­te­re­mo.
Solo aiu­tan­do tut­to potrà sal­var­si.”
Jane Goodall

La vita di Jane Goo­dall è una sto­ria impor­tan­te e avven­tu­ro­sa che vale la pena esse­re rac­con­ta­ta. Una scien­zia­ta straor­di­na­ria che non si è mai arre­sa e che con la sua tena­cia ha rivo­lu­zio­na­to il cam­po dell’antropologia e dell’etologia gra­zie alla lun­ga atti­vi­tà di ricer­ca sugli scim­pan­zé. Oggi, a distan­za di sessant’anni, il suo è lo stu­dio più dura­tu­ro mai con­dot­to sugli scim­pan­zé selvatici.

Jane Goo­dall nasce il 3 apri­le 1934 e fin da pic­co­la mostra una gran­de pas­sio­ne ver­so gli ani­ma­li. All’età di un anno, suo padre le rega­la uno scim­pan­zé pelu­che: gli ami­ci dei geni­to­ri dico­no che quel gio­cat­to­lo le farà veni­re gli incu­bi, ma Jane dimo­stra subi­to di che stof­fa è fat­ta. Il rega­lo le pia­ce mol­tis­si­mo e si por­ta il suo scim­pan­zé Jubi­lee ovunque.

Jane Goo­dall da piccola

Goo­dall sogna di vive­re in Afri­ca per guar­da­re e scri­ve­re del com­por­ta­men­to degli ani­ma­li ma si scon­tra pre­sto con la real­tà. La sua fami­glia non può soste­ne­re i costi dell’università e tro­va lavo­ro a Lon­dra come segre­ta­ria. Ma nel 1956, il col­po di for­tu­na. L’amica Clo Man­ge la invi­ta a tra­scor­re­re qual­che tem­po pres­so la fat­to­ria di fami­glia in Afri­ca e così l’anno dopo, all’età di 23 anni, Jane Goo­dall navi­ga fino in Kenya. Qui cono­sce il famo­so antro­po­lo­go e paleon­to­lo­go Louis Lea­key, un incon­tro che cam­bie­rà la sua vita. 

Insie­me ini­zia­no uno stu­dio sugli scim­pan­zé con l’intenzione di con­dur­lo sul­le spon­de del lago Tan­ga­ny­i­ka, in Tan­za­nia. Tut­ta­via, le auto­ri­tà ingle­si non sono dell’idea di lascia­re una gio­va­ne don­na a vive­re in Afri­ca tra ani­ma­li sel­va­ti­ci e accon­sen­to­no solo dopo che la madre di Jane si offre di accom­pa­gnar­la per tre mesi. Ini­zia così l’avventura di Jane nel Par­co Nazio­na­le di Gom­be: l’obiettivo è quel­lo di stu­dia­re le scim­mie attra­ver­so un approc­cio non con­ven­zio­na­le, entran­do in rela­zio­ne diret­ta con loro per stu­diar­li da vici­no e sul campo.

Goodall si accorge subito che le scimmie sono più simili agli uomini di quanto si credesse al tempo. 

Sco­pre che tra di loro si for­ma­no rela­zio­ni di natu­ra socia­le mol­to simi­li a quel­le uma­ne. Ognu­no è dota­to di una sen­si­bi­li­tà, un’intelligenza e una per­so­na­li­tà che lo distin­guo­no dagli altri, tan­to che la scien­zia­ta attri­bui­sce nomi pro­pri ai pri­ma­ti. Avvi­ci­nar­si agli scim­pan­zé però non è faci­le. Le scim­mie han­no pau­ra e non si fida­no, ma la pazien­za dell’etologa paga e dopo alcu­ne set­ti­ma­ne lo scim­pan­zé David Grey­beard le per­met­te di avvi­ci­nar­si, aumen­tan­do la fidu­cia dei com­pa­gni nei con­fron­ti dell’intrusa.

La sco­per­ta più impor­ta­te arri­va però nel novem­bre del 1960. Jane sta osser­van­do David Grey­beard e nota che uti­liz­za uno ste­lo d’erba per man­gia­re: lo infi­la in un nido di ter­mi­ti e lo usa per estrar­re gli inset­ti. Pochi gior­ni dopo acca­de una cosa anco­ra più sor­pren­den­te: il pri­ma­te sce­glie lo ste­lo più adat­to alla sua cac­cia e lo puli­sce del­le foglie, per ren­der­lo più effi­ca­ce nel­la rac­col­ta del­le ter­mi­ti. Non solo lo scim­pan­zé ave­va uti­liz­za­to un uten­si­le, ma lo ave­va pure rea­liz­za­to con le sue stes­se mani. Fino a quel momen­to l’uomo era sta­to rite­nu­to l’unico ani­ma­le in gra­do di crea­re e uti­liz­za­re attrez­zi. L’a­spet­to più sor­pren­den­te del com­por­ta­men­to era la tran­quil­li­tà e la con­cen­tra­zio­ne degli scim­pan­zé, in net­to con­tra­sto con il com­por­ta­men­to abi­tua­le del­l’a­ni­ma­le, viva­ce e rumoroso.

Da lì in poi emer­go­no altre sco­per­te, da cui si rica­va che in real­tà sono tan­ti gli ani­ma­li in gra­do di crea­re e uti­liz­za­re uten­si­li di vario gene­re e natu­ra. Alla fine degli anni Set­tan­ta, alcu­ni ricer­ca­to­ri sco­pro­no che le capa­ci­tà degli scim­pan­zé del­la Costa d’A­vo­rio di usa­re gli uten­si­li è alta­men­te spe­cia­liz­za­ta. Cer­ca­no siste­ma­ti­ca­men­te il tipo di super­fi­cie più ade­gua­to e una pie­tra per spac­ca­re par­ti­co­la­ri varie­tà di noci. Da una ricer­ca del 2003 emer­ge che le cor­nac­chie del­la Nuo­va Cale­do­nia sono abi­li nel fab­bri­ca­re, sele­zio­na­re e uti­liz­za­re sem­pli­ci uten­si­li, tra cui basto­ni che pos­so­no ser­vi­re da pala per cat­tu­ra­re ali­men­ti inaccessibili. 

Insom­ma, la sco­per­ta di Jane Goo­dall è uno dei momen­ti in cui l’uomo è obbli­ga­to a ricon­si­de­ra­re la sua uni­ci­tà e supe­rio­ri­tà, in favo­re di un atteg­gia­men­to di mag­gio­re rispet­to e con­vi­ven­za con le altre spe­cie ani­ma­li. L’uomo non è che que­sto: un ani­ma­le tra tan­ti animali. 

Può anche sopraffare il mondo animale e vegetale, può far estinguere le specie e distruggere l’ambiente, in nome della sua superiorità. Ma alla fine di questo percorso rimarrà ben poco.

All’inizio, ven­go­no mos­se mol­te cri­ti­che al lavo­ro di Jane Goo­dall, gio­va­ne e don­na. Ma le sco­per­te suc­ces­si­ve non fan­no altro che con­fer­ma­re i suoi stu­di. Nel 1962 Goo­dall ha la pos­si­bi­li­tà di fre­quen­ta­re i cor­si di eto­lo­gia dell’università di Cam­brid­ge, dove nel 1965 con­se­gui­rà il dot­to­ra­to, per poi pro­se­gui­re la sua atti­vi­tà di ricer­ca. Nel 1977, fon­da il Jane Goo­dall Insti­tu­te per soste­ne­re la ricer­ca a Gom­be e per pro­teg­ge­re gli scim­pan­zé nei loro habi­tat. Oggi Jane Goo­dall ha ottan­ta­set­te anni, è Mes­sag­ge­ro di Pace del­le Nazio­ni Uni­te ed è anco­ra mol­to attiva. 

Non solo si bat­te per sen­si­bi­liz­za­re l’opinione pub­bli­ca sul decli­no del­le popo­la­zio­ni di scim­pan­zé ma anche sui temi a esso con­nes­si, come la dra­sti­ca ridu­zio­ne del­le fore­ste e l’importanza del­le popo­la­zio­ni che le abi­ta­no. Sul sito janegoodall.it si leg­ge: «Sapen­do che le comu­ni­tà loca­li sono fon­da­men­ta­li per pro­teg­ge­re gli scim­pan­zé, Jane Goo­dall ha ride­fi­ni­to il con­cet­to tra­di­zio­na­le di con­ser­va­zio­ne, secon­do un approc­cio che rico­no­sce il ruo­lo cen­tra­le che le per­so­ne svol­go­no per il benes­se­re degli ani­ma­li e dell’habitat». 

Con­di­vi­di:
Letizia Bonetti
Sono Leti­zia e stu­dio giu­ri­spru­den­za a Mila­no, anche se dal­l’ac­cen­to ber­ga­ma­sco non si direb­be. Nel tem­po libe­ro mi pia­ce nuo­ta­re, man­gia­re gela­ti e scri­ve­re per Vul­ca­no Statale.

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