Del: 29 Maggio 2021 Di: Michele Pinto Commenti: 0

È vero, il dibattito sulla cosiddetta cancel culture – una locuzione in grado di inaridire qualsiasi entusiasmo – spesso in Italia si eleva al livello dell’assurdo, se non del ridicolo. Non solo perché i giornali si affannano a costruire questo dibattito intorno a Pio e Amedeo e a quel che hanno detto durante la loro trasmissione televisiva, ma perché, e più seriamente, gli automatismi dell’importazione dagli Stati Uniti spesso sembrano in grado di generare mostri.

Quella piccola o gigante vicenda – la dimensione dipende da quali giornali si frequentano – del principe e di Biancaneve, che secondo un commento di due opinioniste su un sito di San Francisco rappresenterebbe l’esempio di un bacio non consenziente, permette in effetti di mettere in luce la furbizia e la malafede di alcuni commentatori e di alcuni politici. Perché si tratta davvero di malafede. In Italia si è parlato di questa opinione, apparsa quasi incidentalmente su un sito americano, come di un immenso movimento di massa pronto a rimuovere il principe dal cartone animato e a chissà cos’altro. Luca Sofri ha parlato di “sovreccitazioni sbrigative” e l’espressione rende bene l’idea. Insomma, il triste risultato è che il parere di due opinioniste di San Francisco trova spazio, a livello globale, tanto sui peggiori tabloid anglosassoni quanto sui principali mezzi d’informazione italiani.

Ma se vogliamo davvero parlare di questo fenomeno, più che agli sbandamenti del dibattito italiano dovremmo prestare attenzione a quello che accade in America.

Naturalmente la cosiddetta cancel culture va tenuta distinta dal politicamente corretto, perché la cancellazione riguarda esclusivamente i casi in cui gruppi di persone anche non organizzate si muovono con richieste e petizioni nei confronti di un datore di lavoro perché assuma provvedimenti anche drastici nei confronti di un collaboratore o di un dipendente a causa dei suoi comportamenti o delle sue opinioni. Questo tipo di fenomeno si è diffuso principalmente negli Stati Uniti.

La recente vicenda della biografia di Philip Roth è emblematica. Il libro, uscito nei primi mesi di quest’anno, era stato recensito in tono entusiastico, soprattutto perché l’autore Blake Bailey aveva conosciuto Roth in modo intimo e ravvicinato negli ultimi anni di vita dello scrittore. Il New York Times aveva parlato di «capolavoro narrativo» in grado di far rivivere il romanzo ottocentesco. Poi sono emerse varie accuse più o meno antiche di molestie e abusi sessuali nei confronti di Bailey e l’editore W.W. Norton ha deciso di ritirare il libro dal mercato «a causa della serietà delle accuse». La biografia verrà invece pubblicata in Italia da Einaudi. Il problema resta lo stesso di sempre: il valore del libro merita di essere annullato dai comportamenti e dalle colpe dell’autore?

Naturalmente l’editore aveva investito sul libro come qualunque editore: una decisione estrema come il ritiro dalle librerie sembra implicare, più che la certezza della fondatezza delle accuse, la volontà di sottrarsi preventivamente a campagne di boicottaggio. L’editore sembra così ritenere migliore per i suoi affari liberarsi dell’autore e del libro piuttosto che invischiarsi in una controversia che si potrebbe rivelare disastrosa.

Ancora prima era avvenuto con Woody Allen. Almeno dagli anni Novanta trovano periodicamente risalto le accuse di molestie alla figlia che l’ex moglie Mia Farrow gli aveva mosso. Negli ultimi due anni, improvvisamente risorte dopo che la vicenda si era in qualche modo conclusa anche giudiziariamente, le accuse hanno condotto Amazon a interrompere un contratto di distribuzione (che riguardava tra gli altri film anche A Rainy Day in New York) e la casa editrice Hachette a non pubblicare la biografia di Allen A proposito di niente, uscita in Italia per la Nave di Teseo.

Il punto, sulla cultura della cancellazione, non è tanto il chiacchiericcio intorno al politicamente corretto e a come quest’arma venga usata da alcuni politici per accusare i propri avversari di voler limitare la libertà d’opinione, come sta avvenendo ad esempio con la contestata legge Zan sul contrasto all’omofobia. Qui il punto è che le pressioni di una parte della società può indurre un editore o un distributore a non pubblicare un’opera culturale a prescindere da qualsiasi valutazione di valore. Gli editori e i distributori badano agli affari e preferiscono rinunciare al proprio prodotto se questo può comportare un danno d’immagine: l’autore dell’opera deve trovarsi un altro editore o pubblicare in autonomia, altrimenti quel prodotto non vedrà la luce. Se questa regola fosse stata applicata rigorosamente anche nel passato, moltissime opere di grande valore non sarebbero arrivate fino a noi. E il fenomeno, negli Stati Uniti, sta trovando larga diffusione anche nel mondo accademico e della ricerca scientifica.

Certo, è cambiata la società. Ma allora dobbiamo sapere che se questo meccanismo soddisfa la società, allora continuerà a riprodursi. In questo modo quante opere finiremo per perdere?

Il discorso potrebbe essere ancora più ampio e investire le ragioni per le quali debbano o non debbano avere peso, nelle scelte di distribuzione culturale, le opinioni, le scelte di vita o i crimini degli autori. Fino a ieri la regola era quasi sempre la stessa: l’editore pubblica se ritiene l’opera, sulla base di vari criteri, meritevole di arrivare al pubblico (senza prescindere ovviamente da ragioni economiche, poiché l’editore è anche un imprenditore); il lettore sceglie cosa leggere e cosa guardare. Invece oggi la diffusione del fenomeno della cancellazione, ben oltre le normali valutazioni che da sempre gli editori sono portati a compiere, è sotto gli occhi di tutti. E questo probabilmente è un problema.


Questo articolo segue quello di Luca D’Andrea dedicato al dibattito sul politicamente corretto in Italia, pubblicato su Vulcano martedì 26 maggio, che potete trovare a questo link.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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