Del: 15 Maggio 2021 Di: Redazione Commenti: 0

Il teatro riparte e Carmelo Rifici, regista e coautore insieme ad Angela Demattè di Macbeth, le cose nascoste, decide di spogliarlo da ogni tipo di sovrastruttura o forma superflua per arrivare a mettere in scena l’urgenza che lega indissolubilmente l’artista con la propria arte. Nel caso specifico, quella che lega gli attori, i drammaturghi e il regista al Macbeth, capolavoro shakespeariano.

Macbeth, le cose nascoste è una riscrittura dell’omonima opera shakespeariana e sarà in scena al Piccolo Teatro Strehler fino al 23 maggio. Le “cose nascoste” a cui si allude nel titolo non sarebbero novità scovate da un’attenta analisi dell’opera ma piuttosto corrispondono a tutti i segreti e le paure più profonde che la lettura di Macbeth ha suggestionato in tutti i professionisti coinvolti nella scrittura e nell’allestimento dello spettacolo.

Per queste ragioni la psicoanalisi è la protagonista del progetto teatrale: parte integrante del progetto sono state le sedute di psicoterapia che gli attori hanno tenuto con due prestigiosi psicoterapeuti, Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, le quali sono state inserite nello spettacolo sia all’interno del copione sia a livello multimediale.

La narrazione è costituita così da due livelli: quella reale dell’attore e delle sue paure e quella propriamente legata alle vicende del Macbeth, il tutto alternato in un montaggio impeccabile.

La scena è quasi spoglia, nera e solo il fondale è interessato da imponenti cambi di luce durante la rappresentazione. Due sedie dominano lo spazio e vengono usate dagli attori quando riproducono le loro sedute di psicoterapia. Infine, un meccanismo scenico fa scorre su tutto il palco, in alcuni momenti, un fiume d’acqua che, come sangue sgorgante da ferite aperte, percorre il palco dal fondale al proscenio.

Ed è in questo ambiente scarno ma sacro, inconscio, che si sono addensate immagini fortemente evocative e che, attraverso la potenza delle parole, colpiscono lo spettatore con precise frecce avvelenate.

La grande sfida degli autori è stata rendere il più fisico e tangibile possibile il linguaggio di Shakespeare. Questa sfida risulta particolarmente interessante se si considera che la psicoanalisi, utilizzata come strumento artistico, si è rivelata di grande efficacia scenica vista la sua carica di verità. Questa verità, sempre ricercata e ambita nel miglior teatro, ha reso molto più viscerali le numerose immagini scaturenti dal testo di Shakespeare, figlie del suo genio, rendendo il pubblico molto più vulnerabile alla loro potenza.

Improvvisamente ogni persona del pubblico diventa Macbeth, uomo molto più simile a tutti noi di quanto si possa pensare: si è Macbeth quando non si riesce a comunicare al proprio padre, o quando ci si trova a uccidere un sistema di valori a cui non si crede più.

Si è Macbeth quando non si ha contatto con la propria malvagità, seppur nella contraddizione di un linguaggio comune avvolto dalla volgarità. Oppure non si è Macbeth quando annulliamo completamente lo spazio tra il desiderio e l’azione: «Nella società di oggi nessuno è più disposto ad amare o a uccidere per amore», dice uno degli attori allo psicoterapeuta.

È presente una scena di nudo integrale, molto forte ma quasi pleonastica: tutto lo spettacolo si configura infatti come un denudamento, metaforico, degli attori che si mostrano nella loro completa fragilità. Ed è proprio in questo dono degli artisti e nella misteriosa sapienza del testo del Macbeth che consiste la grandezza della presente rappresentazione, forse un po’ statica, ma indubbiamente vera e viscerale.

Articolo di Simone Muciaccia.

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