Milano, un albero per ogni Giusto nello Sport

Milano, un albero per ogni Giusto nello Sport

Giran­do per Mila­no ci si può imbat­te­re in un giar­di­no spe­cia­le. Gli albe­ri, in que­sto spa­zio ver­de distac­ca­to dal­la fre­ne­ti­ca cit­tà metro­po­li­ta­na, non sono pian­ta­ti a caso: ognu­no ha la sua sto­ria, il suo moti­vo, espri­me da solo valo­ri di cam­bia­men­to, bene, giu­sti­zia. Si trat­ta, appun­to, del Giar­di­no dei Giu­sti.

Quan­do si pen­sa ai Giu­sti tor­na­no imme­dia­ta­men­te in men­te gli eroi che rischian­do la pro­pria vita han­no sal­va­to ebrei dal geno­ci­dio nazi­sta, eppu­re al Giar­di­no dei Giu­sti di tut­to il mondo di Mila­no non si tro­va­no solo quel­li. Cam­mi­nan­do per il par­co si incon­tra­no anche i dis­si­den­ti dell’est Euro­pa, i testi­mo­ni di veri­tà, colo­ro che han­no lot­ta­to con­tro la mafia o con­tro il fon­da­men­ta­li­smo, e così via: come dice lo stes­so slo­gan del Giar­di­no, “un albe­ro per ogni uomo che ha scel­to il Bene”.

Ed è lì, tra le tante categorie e battaglie, tra i tanti nomi, che saltano all’occhio anche loro: i Giusti nello sport.

A pri­ma vista potreb­be sem­bra­re stra­no, qua­si for­za­to, acco­sta­re la sen­si­bi­le tema­ti­ca dei dirit­ti uma­ni a un ambi­to così com­mer­cia­le come lo sport, ma nel­la real­tà que­sto bino­mio è tutt’altro che astru­so. L’attività spor­ti­va, anche gra­zie alla sua alta popo­la­ri­tà e capa­ci­tà di uni­re tut­te le Nazio­ni, si ritro­va soprat­tut­to in tem­pi come que­sti a esse­re un poten­te mez­zo di denun­cia di vio­la­zio­ni di dirit­ti fon­da­men­ta­li in tut­to il mondo.

Tra i tan­ti albe­ri che cre­sco­no in quel­la che diven­te­rà una vera e pro­pria fore­sta dei Giu­sti vi è per esem­pio quel­lo di Věra Čásla­v­ská, atle­ta ceca costret­ta a fug­gi­re e vive­re nasco­sta a cau­sa del­la sua ade­sio­ne al Mani­fe­sto del­le Due­mi­la paro­le, dichia­ra­zio­ne di dis­sen­so nei con­fron­ti del Par­ti­to socia­li­sta. Věra pose fine alla fuga sola­men­te per par­te­ci­pa­re alle Olim­pia­di di Cit­tà del Mes­si­co del 1968 dove, per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria dei gio­chi olim­pi­ci, vin­se l’oro in tut­te le spe­cia­li­tà individuali. 

I giu­di­ci però, sot­to la pres­sio­ne dei rus­si, modi­fi­ca­ro­no il voto dell’atleta rus­sa secon­da clas­si­fi­ca­ta, la qua­le ven­ne posta a pari meri­to con Věra. Quest’ultima non accet­tò l’ingiustizia e al momen­to dell’inno nazio­na­le rus­so abbas­sò la testa, rifiu­tan­do­si di guar­da­re la ban­die­ra del­lo Sta­to che sta­va siste­ma­ti­ca­men­te vio­lan­do i dirit­ti di un’intera nazio­ne, del­la sua nazione. 

Věra Čásla­v­ská (a sini­stra) duran­te la premiazione.

Una vol­ta a Pra­ga, aven­do rifiu­ta­to di scu­sar­si per il suo gesto, ven­ne ban­di­ta da tut­te le com­pe­ti­zio­ni e alle­na­men­ti, finen­do a puli­re le sca­le per gua­da­gnar­si da vivere.

Van­no ricor­da­ti inol­tre, tra i tan­ti atle­ti Giu­sti, Tom­mie Smith e John Car­los, due velo­ci­sti sta­tu­ni­ten­si di colo­re che sali­ro­no sul podio del­le Olim­pia­di di Cit­tà del Mes­si­co del 1968 a testa bas­sa, scal­zi, per ricor­da­re le con­di­zio­ni di pover­tà in cui vivo­no nume­ro­si afroa­me­ri­ca­ni, con al pet­to la spil­la dell’Olym­pic Pro­ject for Human Rights e con il pugno chiu­so alza­to, sim­bo­lo del­la bat­ta­glia per i dirit­ti degli afroamericani.

Al pri­mo gra­di­no del podio Tom­mie Smith, al ter­zo John Carlos.

Ci sono sto­rie di aper­ta bat­ta­glia così come anche sto­rie di pura e sem­pli­ce soli­da­rie­tà tra popo­li: è que­sto il valo­re che incar­na Lud­wig “Luz” Long, il qua­le duran­te le Olim­pia­di di Ber­li­no del 1936, volu­te da Hitler per dimo­stra­re la supre­ma­zia del­la “raz­za aria­na”, sug­ge­rì all’avversario afroa­me­ri­ca­no Jes­se Owen di anti­ci­pa­re lo stac­co nel sal­to in lun­go, per­met­ten­do­gli di bat­ter­lo e di vin­ce­re la sua quar­ta meda­glia d’oro ai Gio­chi di quell’anno. Pro­prio per tale gesto nel 1943 ven­ne invia­to da Hitler al fron­te in Sici­lia, dove morì.

Lud­wig Long e Jes­sie Owens.

Quest’importante tra­di­zio­ne è tutt’ora por­ta­ta avan­ti da spor­ti­vi dei gior­ni d’oggi che, seguen­do le orme dei gran­di del pas­sa­to, com­bat­to­no per ren­de­re il mon­do un posto miglio­re, che sia con gesti pub­bli­ci ecla­tan­ti, con rac­col­te bene­fi­che o gra­zie al pote­re dei social media. Si trat­ta ad esem­pio di Roger Fede­rer e del­la sua Fon­da­zio­ne, oppu­re di Andres Inie­sta, che ha dona­to la sua maglia per far­la ven­de­re a un’asta il cui rica­va­to è sta­to uti­liz­za­to per acqui­sta­re pan­nel­li sola­ri per i cam­pi pro­fu­ghi del popo­lo Saharawi.

È questa la forza, il vero valore della fama: il poter sfruttare la propria visibilità per rendere visibile qualcos’altro.

Arti­co­lo di Sofia Carra.

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