Perché a Hong Kong la democrazia è a rischio

Esi­ste un Pae­se in cui le pro­te­ste paci­fi­che ven­go­no repres­se a col­pi di man­ga­nel­lo. Esi­ste un pae­se in cui chi riven­di­ca il dirit­to di eleg­ge­re i pro­pri rap­pre­sen­tan­ti tra­mi­te ele­zio­ni libe­re e com­pe­ti­ti­ve rischia la vita. Esi­ste un pae­se in cui la cen­su­ra è all’ordine del gior­no, in cui i gio­va­ni sono trop­po impe­gna­ti a difen­de­re la demo­cra­zia e il dirit­to all’istruzione per goder­si la spen­sie­ra­tez­za dell’adolescenza. Quel pae­se è Hong Kong, e la sua sto­ria meri­te­reb­be un livel­lo di atten­zio­ne isti­tu­zio­na­le e media­ti­ca che oggi, in pie­na pan­de­mia, non gli è concesso. 

In questo articolo cercheremo di ricostruire le fasi principali delle proteste che hanno bloccato le città per settimane, partendo dal movimento degli ombrelli fino ad arrivare alla legge sulla sicurezza nazionale.

Dal pun­to di vista geo­gra­fi­co, par­la­re di Hong Kong signi­fi­ca par­la­re di un ter­ri­to­rio situa­to nel sud-est del­la Cina, che com­pren­de l’omonima iso­la ma anche la peni­so­la di Kow­loon e altre cen­ti­na­ia di iso­le (cir­ca 236). Dal 1997, cioè da quan­do non è più una colo­nia bri­tan­ni­ca, Hong Kong è una Regio­ne ammi­ni­stra­ti­va spe­cia­le del­la Cina, ma gode di una spe­cia­le indi­pen­den­za gra­zie a un accor­do tra Lon­dra e Pechi­no sigla­to nel 1984: auto­no­mia ammi­ni­stra­ti­va e giu­di­zia­ria, liber­tà di infor­ma­zio­ne e di istru­zio­ne sono solo alcu­ne del­le con­ces­sio­ni che ren­do­no Hong Kong un ter­ri­to­rio del tut­to pecu­lia­re all’interno del regi­me dit­ta­to­ria­le cine­se. In que­sta sor­ta di oasi nel deser­to, tut­ta­via, l’acqua non è ine­sau­ri­bi­le: que­sto par­ti­co­la­re asset­to, a cui il pri­mo mini­stro Cine­se Deng Xiao­ping si rife­rì con la for­mu­la un pae­se, due siste­mi, ha una data di sca­den­za, fis­sa­ta per il 2047. E Xi Jin­ping non sem­bra esse­re inten­zio­na­to ad attendere.

Le pri­me pro­te­ste risal­go­no al 2014 e han­no come prin­ci­pa­le obiet­ti­vo quel­lo di otte­ne­re il suf­fra­gio uni­ver­sa­le: seb­be­ne dal pun­to di vista for­ma­le le ele­zio­ni potreb­be­ro appa­ri­re com­pe­ti­ti­ve in quan­to pos­so­no pre­sen­tar­si mol­ti par­ti­ti, infat­ti, il capo dell’esecutivo è in real­tà scel­to da un ristret­to nume­ro di per­so­ne che rispon­do­no a Pechi­no. Gli accor­di pre­ve­de­va­no che il supe­ra­men­to di que­sto siste­ma di nomi­na sareb­be avve­nu­to entro il 2017, ma nel 2013 il par­ti­to comu­ni­sta cine­se annun­ciò una nuo­va leg­ge elet­to­ra­le anco­ra più anti­de­mo­cra­ti­ca.

In quel momento i cittadini di Hong Kong capirono che il suffragio universale stava diventando una meta sempre più lontana, ma non rinunciarono a combattere per ottenerlo. 

Il nome del­le pro­te­ste deri­va dal­lo stru­men­to usa­to dai mani­fe­stan­ti per pro­teg­ger­si dai gas lacri­mo­ge­ni usa­ti dal­le for­ze dell’ordine: gli ombrel­li, appun­to. Il “vol­to del­la pro­te­sta” è sen­za dub­bio Joshua Wong, un ragaz­zo di 17 anni che, con il suo movi­men­to stu­den­te­sco Scho­la­ri­sm e suc­ces­si­va­men­te con il suo par­ti­to Demo­si­sto, si è bat­tu­to per otte­ne­re ele­zio­ni demo­cra­ti­che e per sabo­ta­re il pro­gram­ma di istru­zio­ne nazio­na­le cine­se: «il siste­ma e la scuo­la ci inse­gna­no che se diven­tia­mo ragio­nie­ri o medi­ci avre­mo un futu­ro di suc­ces­so, eppu­re, inve­ce di chie­de­re alla socie­tà la defi­ni­zio­ne di suc­ces­so, io voglio sape­re per­ché non pos­so sce­glie­re che cosa è impor­tan­te per me e che cosa è impor­tan­te per la socie­tà […] costi quel che costi non pos­sia­mo sca­ri­ca­re que­sto far­del­lo sul­la pros­si­ma gene­ra­zio­ne: que­sta gene­ra­zio­ne deve com­ple­ta­re la sua mis­sio­ne».

Sono que­ste alcu­ne del­le dichia­ra­zio­ni, pre­sen­ti nel docu­men­ta­rio Net­flix Joshua: Tee­na­ger vs. Super­po­wer, di Wong, un gio­va­ne che non ha esi­ta­to a espor­si in pri­ma per­so­na, arri­van­do allo scio­pe­ro del­la fame e viven­do tra car­ce­re e occu­pa­zio­ni per tut­ta la dura­ta del­le pro­te­ste (il suo non fu l’unico arre­sto: il tota­le si aggi­ra intor­no a quo­ta 1000). I mani­fe­stan­ti con­ti­nua­ro­no ad occu­pa­re stra­de e piaz­ze per 79 gior­ni, ossia fino all’11 dicem­bre 2014, quan­do furo­no costret­ti a riti­rar­si sen­za aver otte­nu­to ciò per cui si battevano. 

Joshua Wong nel­la coper­ti­na di Time di otto­bre 2014

La tensione è riesplosa nel 2019, quando i cittadini di Hong Kong sono tornati in piazza per protestare contro un emendamento alla legge sull’estradizione.

Se que­sta pic­co­la ma signi­fi­ca­ti­va modi­fi­ca fos­se sta­ta appro­va­ta da Pechi­no, gli abi­tan­ti di Hong Kong che si fos­se­ro mac­chia­ti di alcu­ni gra­vi rea­ti come l’omicidio e lo stu­pro sareb­be­ro sta­ti sot­to­po­sti a pro­ces­so in Cina, doven­do dire addio ad un siste­ma giu­di­zia­rio impar­zia­le e non poli­ti­ciz­za­to. Nono­stan­te non fos­se nato per puni­re even­tua­li dis­si­den­ti poli­ti­ci cine­si rifu­gia­ti­si nel­la regio­ne ammi­ni­stra­ti­va spe­cia­le, ben­sì per tra­sfe­ri­re a Tai­wan un cit­ta­di­no di Hong Kong accu­sa­to di aver ucci­so la fidan­za­ta men­tre si tro­va­va in vacan­za sull’isola, fu pro­prio que­sto il rischio a cui gli ex mem­bri del movi­men­to degli ombrel­li si sen­ti­ro­no espo­sti quan­do deci­se­ro di tor­na­re a far­si sentire. 

Dopo mesi di pro­te­ste, i mani­fe­stan­ti han­no otte­nu­to il riti­ro del­la pro­po­sta di leg­ge, ma que­sto non signi­fi­ca che si pos­sa par­la­re di ‘lie­to fine’. Il moti­vo è mol­to sem­pli­ce: da una par­te, il prez­zo da paga­re è sta­to altis­si­mo, 51 feri­ti, 100 arre­sti (tra cui il magna­te dell’editoria Jim­my Lai, pro­prie­ta­rio del tabloid più let­to di Hong Kong) e un diciot­ten­ne col­pi­to al tora­ce da un pro­iet­ti­le spa­ra­to dal­la poli­zia, dall’altra, sol­tan­to una del­le cin­que riven­di­ca­zio­ni è sta­ta accol­ta dal­la gover­na­tri­ce Car­rie Lam, il riti­ro del ter­mi­ne ‘rivol­to­si’ per eti­chet­ta­re i mani­fe­stan­ti, il rila­scio dei pro­te­stan­ti arre­sta­ti, l’istituzione di una com­mis­sio­ne d’inchiesta sul­la con­dot­ta del­la poli­zia e il suf­fra­gio uni­ver­sa­le riman­go­no del­le vane utopie. 

A pochi mesi di distan­za dal riti­ro del­la leg­ge sull’estradizione, il 30 giu­gno 2020, la situa­zio­ne si è aggra­va­ta ulte­rior­men­te a cau­sa dell’imposizione del­la leg­ge sul­la sicu­rez­za nazio­na­le, che puni­sce con l’ergastolo chiun­que com­met­ta atti di «sov­ver­sio­ne, seces­sio­ne, ter­ro­ri­smo e col­lu­sio­ne con for­ze stra­nie­re», rea­ti così vaga­men­te defi­ni­ti da espor­re qua­lun­que mani­fe­stan­te al rischio di fini­re in car­ce­re per il resto del­la sua vita. È impor­tan­te sot­to­li­nea­re che l’iter legi­sla­ti­vo segui­to per l’approvazione di que­sta leg­ge è sta­to ecce­zio­nal­men­te rapi­do e che la gover­na­tri­ce Car­rie Lam ha dichia­ra­to di non esser­ne sta­ta mes­sa al cor­ren­te: tut­te pro­ve dell’urgenza con cui Pechi­no ha agi­to nel ten­ta­ti­vo di ripor­ta­re l’ordine a Hong Kong, anche a costo – e, anzi, pro­ba­bil­men­te pro­prio con l’obiettivo – di can­cel­la­re per sem­pre la for­mu­la “un pae­se, due sistemi”. 

In segui­to all’entrata in vigo­re del­la leg­ge, Joshua Wong e i suoi com­pa­gni di lot­ta Agnes Chow e Ivan Lam sono sta­ti con­dan­na­ti a pene che van­no dai set­te ai tre­di­ci mesi di deten­zio­ne, le ele­zio­ni che avreb­be­ro dovu­to tener­si il 6 set­tem­bre sono sta­te can­cel­la­te e mol­ti librai han­no deci­so di riti­ra­re i volu­mi che avreb­be­ro potu­to espor­li alle san­zio­ni pre­vi­ste dal­la leg­ge sul­la sicu­rez­za nazio­na­le. Se è vero che la Cina sem­bra esse­re riu­sci­ta a schiac­cia­re Hong Kong dopo un lun­go brac­cio di fer­ro, è vero anche che alcu­ni mani­fe­stan­ti come Wong non sono inten­zio­na­ti a fer­mar­si: «que­sta non è la fine del­la bat­ta­glia»,ha dichia­ra­to Joshua. La sua deter­mi­na­zio­ne lascia acce­so un bar­lu­me di spe­ran­za nell’incerto futu­ro di Hong Kong.

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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