Del: 18 Maggio 2021 Di: Elisa Bragalini Commenti: 0

Le quote di genere possono essere applicate al fine di correggere un precedente squilibrio di genere in aree e a livelli differenti, tra cui le assemblee politiche, le posizioni decisionali nella vita pubblica, politica ed economica (consigli di amministrazione di società), nonché per garantire l’inclusione delle donne e la loro partecipazione in organismi internazionali, oppure come strumento di promozione della parità di accesso a occasioni formative o posti di lavoro. Le quote finalizzate ad aumentare una rappresentanza equilibrata rispetto al genere possono essere imposte dalla costituzione o da leggi elettorali o in materia di lavoro o di parità di genere (quote di genere stabilite per legge, che possono prevedere sanzioni in caso di inadempimento), oppure possono essere applicate su base volontaria (quote di genere stabilite volontariamente dai partiti politici). I tipi di quote si differenziano anche a seconda dell’aspetto del processo di selezione e nomina che la quota persegue.

Inizia a farsi spazio l’idea dell’inserimento di parità di genere all’interno della legge elettorale per le elezioni politiche a partire dalla legge 52 del 2015, il cosiddetto “Italicum”, in cui per la prima volta si fa cenno alla parità tra donne e uomini.

In particolare, afferma che all’elettore è consentito esprimere fino a due preferenze, per candidati di sesso diverso (cd. “doppia preferenza di genere”), tra quelli che non sono capolista: sono quindi proclamati eletti dapprima i capilista, successivamente, i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze. Inoltre, l’Italicum prevede l’introduzione di previsioni volte a promuovere le pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive: in particolare, i candidati devono essere presentati, in ciascuna lista, in ordine alternato per sesso; al contempo, i capolista dello stesso sesso non possono essere più del 60 per cento del totale in ogni circoscrizione; nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista, inoltre, nessun sesso può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento.

Successivamente, la legge elettorale “Italicum” viene dichiarata costituzionalmente illegittima, e nel 2017 viene varata una nuova norma: la legge elettorale 165, cosiddetto “Rosatellum”.  Le misure introdotte nel rispetto della parità di genere prevedono in primo luogo, a pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, sia della Camera sia del Senato, i candidati devono essere collocati secondo un ordine alternato di genere. Al contempo, alla Camera è previsto che nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Inoltre, nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60 per cento.

Nell’attuale legislatura, nel Governo Conte I (dal 1° giugno 2018 al 4 settembre 2019) sono state nominate 6 donne a guida di un ministero, di cui quattro senza portafoglio (Pubblica Amministrazione, Affari regionali e autonomie, Sud, Disabilità e famiglia, Difesa e Salute), su un totale di 19 ministri. Le nomine dei sottosegretari hanno riguardato 5 donne su 47. Nel Governo Conte II le ministre sono state 8 (Interno; Politiche agricole; Infrastrutture e trasporti; Lavoro e politiche sociali; Istruzione; Innovazione tecnologica e digitalizzazione; Pubblica amministrazione; Pari opportunità e famiglia) su un totale di 23 ministri e le sottosegretarie 14 su 42.

Nell’attuale Governo Draghi si registra la partecipazione di 8 donne nella compagine dei 23 ministri (Interno; Giustizia; Università e ricerca; Affari regionali e autonomie; Sud e coesione territoriale; Politiche giovanili; Pari opportunità e famiglia; Disabilità). 

In merito alle recenti riforme, 2015 e 2017, delle leggi elettorali, si è aperto un ampio dibattito pubblico in relazione alle quote di genere. In particolare, questo vede da una parte coloro che ritengono fondamentale garantire la presenza obbligatoria di una quota di donne in Parlamento, così da renderlo una migliore rappresentazione della società ed evitare di penalizzare la parte femminile dell’elettorato, che non trova adeguata rappresentanza parlamentare. Per contro, l’altra parte sostiene che riservare un certo numero di candidature a favore delle donne, implicherebbe la necessità di riservare dei posti per tutte le minoranze presenti all’interno del paese. Riservare un numero di seggi a dei candidati solo per il loro genere diventa una forma di discriminazione e finisce per prescindere dal merito e dalla capacità effettiva dei candidati stessi.

Coloro che sostengono le tesi favorevoli alle quote affermano che, grazie a questo meccanismo, ponendo in questo modo le donne all’interno del Parlamento è possibile avere delle visioni più ampie sostenendo anche il loro punto di vista, e non puntando sempre ad argomentare un punto di vista prettamente maschile. Le donne, in questo modo, avrebbero la possibilità di sostenere soprattutto proposte di legge che le riguardano direttamente, avendo una conoscenza diretta dei problemi in questione. I sostenitori delle tesi favorevoli affermano che la figura femminile è una figura positiva e importante negli ambiti politici, pubblici proprio perché porta allo sviluppo di un vero e proprio cambiamento. La donna, grazie alle sue conoscenze, competenze e qualificazioni nell’ambito pubblico appare come una figura rilevante, poiché potrebbe introdurre maggiore concretezza sui temi in questione, potrebbe sostenere l’affermazione di nuovi modi di pensare ed agire, e questo anche nell’ambito lavorativo che comporta una maggiore competitività.

Inoltre, i sostenitori delle quote affermano che, in assenza di queste, il panorama politico e privato sarebbe ancora dominato dagli uomini: in particolare le donne non riuscirebbero a raggiungere posizioni apicali (glass ceiling), nonostante siano, in alcuni casi, più competenti e più adatte al ruolo degli uomini.

Essi sostengono che provvedimenti di questo tipo sono necessari, altrimenti il raggiungimento della parità di genere sarebbe un processo ancor più lungo e difficile di quello attuale; significherebbe attendere che la società, la cultura e le istituzioni raggiungano la parità di genere senza alcun tipo di politica e questo potrebbe richiedere molti anni ancora di discriminazione. Infine, l’idea di coloro che sostengono le quote è quella di pensarle in un’ottica di maggiore inclusione, per raggiungere l’obiettivo di una parità più velocemente, in modo da ridurre le discriminazioni in una società, quella italiana, ancora relativamente indietro in tema. Lo strumento delle quote è (o dovrebbe essere) uno strumento temporaneo, ma se la situazione attuale persiste, si prevede che rimanga nell’impianto delle future riforme elettorali.

Se si sposta lo sguardo sulla controparte del dibattito, l’approccio è completamente opposto: le quote di genere comportano ancor maggiore discriminazione. La prima tesi sostenuta da coloro che si oppongono alle quote di genere, parla di ostacolo alla meritocrazia: non sarà la persona più preparata o quella più adatta ad accedere ad una carica, ma quella nei fatti più discriminata. Se un uomo merita una posizione più di una donna, questi potrebbe essere ostacolato dal suo genere di nascita. 

Un secondo tema proposto è la questione delle minoranze, cioè come si quantificato le quote da assegnare? Coloro mossi dall’idea che le quote contribuiscono e alimentano discriminazione si sposta, soprattutto, sul fatto che ci potrebbero essere altre categorie per cui sarebbe necessario parlare di quote, non solo in base al genere: si potrebbe parlare di quote per includere altre categorie sociali, come la comunità LGBTQI+. Questa riflessione è stata sostenuta da Federico Rampini in un recente articolo pubblicato su Repubblica, nel quale racconta che gli studenti cinesi della University of California si sono sentiti discriminati da un provvedimento dell’università che istituiva delle quote riservate alle minoranze. Ciò accade perché gli studenti asiatici sono di solito sovra-rappresentati nelle ammissioni universitarie (per via delle loro performance scolastiche elevate) e l’introduzione di quote per le minoranze andrebbe paradossalmente a danneggiare una delle minoranze oggetto del provvedimento, con gli studenti asiatici che vedrebbero ridursi i posti a loro assegnati.

Inoltre, l’ultima tesi che si evince dal dibattito pubblico, afferma che questo provvedimento finisce per sortire il risultato opposto: ponendo l’accento sul genere, sull’etnia o sul gruppo sociale di una persona, contribuisce a mantenere in vita le discriminazioni basate su tali aspetti.

Ciò avviene perché l’azione positiva sottolinea fortemente categorie (uomo/donna) che dovrebbero invece essere superate. La domanda fondamentale che viene posta in questo caso è: i torti subiti da alcuni gruppi etnici o sociali sono ancora così radicati da giustificare un’ingiustizia per sanarli? Una risposta assoluta, purtroppo, non c’è ancora.

Diverse sono poi le questioni riferite al fatto che il concetto di rappresentanza politica comporta di rappresentare le idee e gli interessi, e non le questioni di genere o la rappresentatività di gruppi sociali, pertanto viene messo in luce che le quote contrastano con il principio delle pari opportunità per tutti e con il principio di uguale trattamento, poiché si concede maggiore spazio a un gruppo rispetto all’altro. Il riferimento alle quote come trattamento preferenziale potrebbe produrre serie implicazioni negative, in quanto rischia non solo di stigmatizzare chi è l’obiettivo delle misure, ma anche di minare l’efficacia delle misure stesse. Il riferimento al trattamento preferenziale potrebbe dare l’impressione che alcune persone, per migliorare la propria posizione, hanno bisogno di un “aiuto speciale”, quindi rappresentano queste persone come individui in difficoltà.

Si potrebbe erroneamente pensare che, in queste due fazioni, si schierino da una parte, quella favorevole, le donne; mentre dall’altra, quella contraria, si schiererebbero unicamente uomini. La realtà è ben diversa, infatti, diverse attiviste e giornaliste ritengono che le quote siano uno strumento di ulteriore discriminazione, come afferma, ad esempio, la giornalista Flaminia Festuccia, la quale nel suo libro L’altra metà del CdA afferma: «Le quote rosa sono contrarie alla parità e tradiscono il principio delle pari opportunità svantaggiando, paradossalmente, gli uomini. Esse implicano che una percentuale dei posti di responsabilità non viene scelta per il merito, ma per il genere di appartenenza mettendo da parte candidati magari più qualificati, solo perché di un altro sesso».

In Italia soprattutto bisogna lavorare ancora duramente, perché secondo il Global Gender Gap Report del 2021, elaborato dal World Economic Forum, attualmente, l’Italia si colloca al 63° posto su 156 Paesi. La spinta maggiore al miglioramento è venuta dalla politica, dove risultiamo il 41° Paese nella classifica. Il governo Conte II, che è quello tenuto in considerazione dalla rilevazione, aveva raggiunto un record storico con una percentuale del 34% fra ministre, viceministre e sottosegretarie. L’altra faccia della medaglia, però, è la partecipazione economica, che ci vede posizionati al 114° posto: persistono le disparità di reddito e le donne in posizioni manageriali sono ancora poche.

Il dibattito pubblico è vivo nella società odierna; l’ambivalenza dello strumento delle quote rende difficile uscirne e non pone delle basi efficaci per un concreto miglioramento della società. Guardando al contesto italiano in un’ottica europea, nonostante ci siano stati dei miglioramenti rispetto al passato, sia grazie alle riforme elettorali, sia grazie alla legge Golfo-Mosca per le società non quotate, ci inseriamo in posizioni basse secondo l’indice sulla parità di genere creato dall’European Institute of Gender Equality, per cui l’Italia ha un indice, ai dati del 2020, pari al 63.5 su 100 punti totali e si posiziona in quattordicesima posizione in Europa. Purtroppo, la società odierna, retta ancora su tendenze e tradizioni arretrate in merito al tema della parità di genere, non è ancora pronta per un cambiamento radicale, che deve partire proprio dai singoli cittadini. Data questa situazione, lo strumento delle quote è ancora forse necessario temporaneamente, al fine di raggiungere l’obiettivo della parità e attendendo un cambiamento e apertura nella società. 

Elisa Bragalini
Ho vent'anni e la passione per le relazioni internazionali. Non sto mai ferma, disordinata patologica, scrivo per passione, ma alle volte sono anche tranquilla.

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