Del: 21 Maggio 2021 Di: Alessandra Pogliani Commenti: 0

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. Oggi ripercorreremo la storia di Guglielmo Giannini e del Fronte dell’Uomo Qualunque, un’esperienza breve ma significativa per la politica italiana. A questo link trovate gli articoli precedenti della rubrica.

Roma, 27 dicembre 1944. Nella capitale da poco liberata, la tipografia di via del Grottino stampa le prime copie del periodico “L’Uomo Qualunque”, un giornale per chi è stufo di tutti, per chi ha il solo ardente desiderio che nessuno gli rompa le scatole. Fondatore, direttore e autore della maggior parte degli articoli è Guglielmo Giannini. Nativo di Pozzuoli, Giannini è un uomo di spettacolo: commediografo, regista, scrittore di canzonette, con una personalità istrionica e dentro il dolore di un figlio caduto in guerra. Il suo è un settimanale satirico, pieno di sberleffi e ritratti caricaturali che prendono di mira la classe dirigente antifascista: Calamandrei si ritrova appioppato il nome di Caccamandrei, De Gasperi è il primo dei Demofradici-cristiani, non esistono Comitati di Liberazione ma Comitati di Diffamazione.

Parlando un linguaggio popolare che non risparmia insulti e volgarità, il settimanale ritrae una vita politica insozzata da malcostume e corruzione, fatta di compromessi, clientele e “partiti-biscia” incapaci di fare il bene del Paese. La critica non tiene conto delle fratture verticali di schieramento; che si stia a destra o a sinistra non fa differenza, perché esiste un’unica, enorme spaccatura orizzontale: quella che separa gli uomini politici di professione, élite dedita ai propri interessi, dagli uomini qualunque, la società civile vittima di continui inganni e mistificazioni – per dirla col linguaggio di oggi, la distanza incolmabile tra paese legale e paese reale. 

Il successo del periodico è enorme, tanto che da pubblicistica l’avventura di Giannini diventa politica: a Roma, nel febbraio 1946, si tiene il primo congresso del neonato Fronte dell’Uomo Qualunque. Lo stesso anno, il Fronte riesce a eleggere ben trenta deputati alle elezioni per la Costituente, e alle amministrative si afferma in molti centri del Meridione.

Ma qual è di preciso la proposta di Giannini? E soprattutto: perché questa proposta sembra piacere a una buona fetta dello Stivale?

Una risposta la si può trovare nel discorso che Giannini pronuncia il 7 novembre 1946 a Roma, tra gli applausi di una folla radunata nella Basilica di Massenzio in vista delle elezioni comunali:«Noi non facciamo storie su chi ci debba dare l’acqua, il gas, il tram, la luce; non vogliamo sapere se queste cose ce le debba dare gente che pensa in un modo piuttosto che in un altro, gente di Destra, di Sinistra o del Centro. Noi vogliamo i pubblici servizi. Che essi ci siano dati. […] Qui non si tratta o non si dovrebbe trattare di fare politica, ma solo di permettere a una popolazione di quasi due milioni d’individui di poter vivere nel migliore modo possibile, senza battersi per simboli, simulacri, ideologie che ormai hanno per loro campo il mondo e non la ristretta cerchia di una città, dove la gente ha diritto di vivere senza essere seccata». 

L’alternativa del Fronte all’élite antifascista e corrotta è quindi una soluzione tecnica: solo uno stato amministrativo guidato da un buon ragioniere, presente il meno possibile nella vita dei cittadini, potrà ricomporre la spaccatura tra paese legale e società civile. Una politica dell’anti-politica tanto radicale che, a voler mettere in pratica quella che suona come una contraddizione in termini, sorgono subito parecchie difficoltà; specie se gli anni sono quelli della Guerra Fredda, e in Europa sta calando una cortina di ferro a rendere impossibile chiamarsi fuori dalla scelta tra Est e Ovest. Di fatti, quello del Fronte qualunquista è un successo immediato quanto effimero: mentre la Democrazia Cristiana si afferma come partito egemone, il Fronte naufraga alle elezioni del 1948, dopo aver tentato invano una politica di sponda, e si scioglie poco dopo. A posteriori, il fondatore lo definirà come il più grave errore della propria vita. 

Logo del Fronte dell’Uomo Qualunque

Pur nella sua brevità, la parabola di Giannini si fa tuttavia spia della presenza di un fenomeno che accompagnerà l’opinione pubblica italiana nei decenni successivi, irrobustendosi all’ombra della Prima Repubblica: l’anti-antifascismo, categoria in cui confluisce un po’ tutto il variegato elettorato qualunquista: conservatori, liberali convinti che gli ipertrofici partiti di massa siano un fascismo al contrario e preoccupati dell’inefficienza dello stato; oppure, più semplicemente, chi è stanco della mobilitazione politica e ideologica, diffidente verso ogni progetto di riforma o ricostruzione che sia – Prezzolini, anni prima e con una certa lungimiranza, aveva parlato della cosiddetta “congregazione degli apoti”, coloro che non si bevevano la politica e le sue promesse.

Uno scetticismo nei confronti delle istituzioni, quest’ultimo, che risaliva tutta la storia dell’Italia Unita fino allo spinoso compito delle classi dirigenti risorgimentali: fare di tutto per modernizzare il paese, accentrando il potere per andar di fretta, e poi ritrovarsi con tempi più lunghi del previsto, con una società civile ormai distante, spettatrice sarcastica del degenero di una classe politica sempre più incattivita e chiusa in se stessa a ogni fallimento. 

Visto in questa luce, il qualunquismo appare un vizio tutto italiano, più che un’eredità del Fronte.

Abitudine remota e pure piuttosto vischiosa, a giudicare dalla tentazione, diffusa a livello endemico anche tra i più ottimisti di oggi, che viene quando ci si imbatte nel discorso di un parlamentare alla tivù: quella di vedervi non un serio rappresentante del paese, ma un ciarlatano che blatera a vanvera su riforme a lungo termine dall’alto della sua placida situazione patrimoniale.

Ma c’è dell’altro: Giannini, uomo di spettacolo prima ancora che politico, ha fatto anche una comparsa in un varietà, “Il musichiere” di Studio Uno. Sfiducia nelle istituzioni, apparizioni televisive, satira e utopie dell’immediato contro gli intorpidimenti dell’establishment e i cambiamenti che non arrivano mai: tutti pezzetti di un mosaico che richiama un tempo ben più recente. Il tempo dei movimenti e non più dei partiti, delle discese in campo di comici e cantanti che cavalcano dal basso l’onda di quel che pensa la gente – figli e nipoti di chi, con un sorriso sornione e un impero mediatico ad aprirgli la via, di Guglielmo Giannini è stato il primo erede, e del qualunquismo forse il più astuto Cavaliere. 

Bibliografia:
Sandro Setta, Italiani contro gli uomini politici: il qualunquismo
Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia

Alessandra Pogliani
Ostile al disordine e col cruccio di venire a capo dell’anarchia del mondo, per contrappasso nella vita studio storia.

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