Del: 17 Maggio 2021 Di: Beatrice Ghiringhelli Cavallo Commenti: 0

Uno schermo bianco che non tarda a rivelarsi una tela, mani diverse che tracciano con un carboncino i primi tratti di un’immagine – così si apre Ritratto della giovane in fiamme. Ci troviamo in un atelier, dove un gruppo di studentesse d’arte ritraggono la loro insegnante, ascoltando le sue indicazioni, fino a che lei non nota, appoggiato a un cavalletto, un suo dipinto, portato senza permesso nella stanza da una studentessa. Il rumore del vento si fa forte mentre la telecamera ci trascina sempre più vicino al quadro e poi al viso della pittrice, che dopo aver detto di averlo dipinto “molto tempo fa”, ne annuncia il titolo: Portrait de la Jeune Fille en Feu – Ritratto della giovane in fiamme

Francia, diciottesimo secolo. La pittrice Marianne (Noémie Merlant) si reca in una località remota della Bretagna per dipingere un ritratto dell’aristocratica Héloïse (Adèle Haenel) da spedire al promesso sposo. 

Héloïse non vuole sposarsi e ha rifiutato di posare per un altro pittore, quindi Marianne è costretta a fingersi dama di compagnia per osservarla di giorno e dipingere in segreto di notte. Tra le due inizia a stabilirsi un rapporto di complicità, che si tramuta presto in desiderio; il centro del film è infatti il lento ardere del sentimento tra la pittrice e il soggetto del dipinto che le viene commissionato. A questo, romanticamente, fanno da sfondo le onde tumultuose che si infrangono sulle scogliere a picco sull’oceano, specchio della potenza della passione.

Céline Sciamma, regista e sceneggiatrice, ha dichiarato in un’intervista che il suo obiettivo era di osservare con occhio paziente la nascita e lo sbocciare del desiderio, ma anche il ricordo di esso, ciò che resta dopo che una storia finisce, in un’ottica luminosa: l’amore non è mai qualcosa che perdiamo, anche se è nel passato; è qualcosa che abbiamo vinto per la vita. La pittura si intreccia con questa visione: l’atto di trasferire per sempre qualcosa su una tela, rendendola eterna, è assimilabile agli intensi attimi dell’amore che si fissano indelebili nella nostra mente. 

Un fotogramma del film

L’arte in senso lato ricopre un ruolo cruciale; ciò che ora viene dato per scontato era in passato concepito in modo totalmente diverso; le immagini erano poche, e i dipinti assumono quindi un significato quasi magico. Lo stesso vale per i suoni; Héloïse non ha mai sentito un’orchestra, solo l’organo del convento, e chiede a Marianne di raccontarle la musica. 

Grazie alle tonalità pittoriche delle immagini, ogni inquadratura della pellicola potrebbe essere un quadro di cui ci sentiamo parte per via della tecnica cinematografica che fa da ponte con lo spettatore: l’utilizzo massivo della soggettiva, tecnica in cui la telecamera è posizionata come se stessimo guardando dagli occhi di Marianne – così vediamo le sue mani dipingere sulla tela come se lo stessimo facendo noi, e inseguiamo con lei il capo coperto di Héloïse, bramando di vedere il suo volto; lo sguardo, inizialmente furtivo e poi sempre più manifesto, è infatti ciò che domina il rapporto tra le due protagoniste e a esso si rifà anche il leitmotiv del mito di Orfeo e Euridice, che conferisce al film una dimensione tragica e eterea.

Nonostante la coppia femminile, Ritratto della giovane in fiamme non viene percepito dallo spettatore come un film politico; la relazione tra Marianne e Héloïse non va a sfidare le regole della società, non si confronta con il mondo esterno; il cuore della narrazione sta nella poesia che fa da universale alla purezza dell’amore.

Beatrice Ghiringhelli Cavallo
Sono Beatrice, studio con passione Lingue e letterature straniere. Mi piace leggere, guardare serie tv e film interessanti e informarmi su quello che succede nel mondo.

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