Da rileggere per la prima volta: Lasciami andare, madre

La let­te­ra­tu­ra che rac­con­ta l’orrore dei cam­pi di con­cen­tra­men­to è soli­ta­men­te com­po­sta dal­le ope­re-testi­mo­nian­za di chi ne è sta­to vit­ti­ma. Abbia­mo così innu­me­re­vo­li sto­rie di dolo­re e resi­lien­za qua­li Se que­sto è un uomoLa not­te o In nome dei miei, giu­sto per citar­ne alcune.

Ten­do­no inve­ce a pas­sa­re in sor­di­na quel­le ope­re che rac­con­ta­no gli stes­si cri­mi­ni da una pro­spet­ti­va diver­sa e intrin­se­ca­men­te ambi­gua: quel­la di un’intera gene­ra­zio­ne di tede­schi, figli di gerar­chi, medi­ci e aguz­zi­ni del regi­me. Don­ne e uomi­ni che si sono ritro­va­ti a rac­co­glie­re l’eredità del nazi­smo e ne han­no dovu­to ren­de­re con­to, com­bat­tu­ti fra l’amore per i pro­pri fami­lia­ri e il disprez­zo per le azio­ni da loro compiute. 

Tale lot­ta inte­rio­re è per­fet­ta­men­te resa dal­la scrit­tri­ce Hel­ga Sch­nei­der che, in un libro lun­go poco più un cen­ti­na­io di pagi­ne, rie­sce a rac­con­ta­re il dram­ma­ti­co con­fron­to con una madre sco­no­sciu­ta e odia­ta, mem­bro atti­vo del­le SS, ma pur sem­pre una madre.

“Lasciami andare, madre” ci porta infatti nella Vienna di fine anni ’90, di fronte a una donna ormai anziana e affetta da demenza che, tuttavia, resta lucida nella sua ferma apologia del nazismo.

Abban­do­na­ti i figli e il mari­to nel ‘41 per diven­ta­re guar­dia dei cam­pi di con­cen­tra­men­to e ster­mi­nio, la Sig. Sch­nei­der vie­ne stan­zia­ta pri­ma a Sach­se­n­hau­sen e Raven­sbrück, e poi all’agognata Aush­wi­tz. Dopo esse­re sta­ta impri­gio­na­ta nel dopo­guer­ra in ragio­ne dei suoi cri­mi­ni, ora tra­scor­re gli ulti­mi anni in una casa di ripo­so. Ed è pro­prio in que­sti luo­ghi che l’autrice ci con­du­ce, attra­ver­so un dia­lo­go madre-figlia che pren­de pre­sto la for­ma di un inter­ro­ga­to­rio sul passato.

Spin­ta infat­ti come da un demo­ne inte­rio­re, la scrit­tri­ce incal­za la madre, pre­ten­de rispo­ste e addi­rit­tu­ra ricat­ta l’anziana per otte­ner­le, men­tre in secon­do pia­no la cugi­na Eva  ̶  come fos­se la sua stes­sa coscien­za  ̶  ten­ta di fre­nar­la facen­do appel­lo alla fra­gi­li­tà del­la don­na. Ma i pic­co­li atti­mi di vul­ne­ra­bi­li­tà del­la Sig. Sch­nei­der, che l’età e la malat­tia met­to­no in mostra, coz­za­no con­tro l’entusiasmo e il sadi­smo da lei mostra­to nel ricor­da­re i cri­mi­ni compiuti.

Come la figlia pone le doman­de mos­sa dall’esigenza di tro­va­re una giu­sti­fi­ca­zio­ne, un dub­bio, un atti­mo di esi­ta­zio­ne nel­la men­te del­la madre; allo stes­so modo, il let­to­re si ritro­va appe­so alle lab­bra di que­sta anzia­na in atte­sa di un cen­no, un pic­co­lo spi­ra­glio di uma­ni­tà che tut­ta­via ella nega con for­za. Offre inve­ce del­le giu­sti­fi­ca­zio­ni lega­te al cli­ma poli­ti­co del tem­po («Ho solo obbe­di­to agli ordi­ni, come tut­ti»), ma l’autrice vi oppo­ne i ricor­di di un’infanzia infe­li­ce, domi­na­ta dal­la presenza/assenza di una madre che non solo è sta­ta capa­ce di abban­do­nar­la, ma che anche la puni­va con par­ti­co­la­re crudeltà.

Ed è pro­prio attra­ver­so que­sti ricor­di, che a spraz­zi inter­rom­po­no la nar­ra­zio­ne, che l’autrice rie­sce a resti­tuir­ci un qua­dro d’epoca ambien­ta­to nel­la Ber­li­no del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le. Emer­go­no infat­ti imma­gi­ni dei bun­ker sot­ter­ra­nei, di incon­tri con i gerar­chi (per­fi­no con Hitler), di mace­rie, vio­len­ze anti­se­mi­te e lot­te per il pane. In que­sto sce­na­rio, poi, sfi­la­no i sog­get­ti più dispa­ra­ti: dal­la zia acqui­si­ta, segre­ta­ria di Himm­ler, ai non­ni oppo­si­to­ri del regime.

Ne deriva così un prezioso racconto nel racconto che mostra l’altra faccia del nazismo: il dolore del popolo tedesco che, colluso o meno con il regime, soffre la realtà della guerra.

Que­sta real­tà fat­ta di fame e pau­ra  ̶  cui l’autrice ha dato voce anche ne Il rogo di Ber­li­no e che spes­so vie­ne omes­sa nel con­fron­to con le sof­fe­ren­ze del­le vit­ti­me dei cam­pi  ̶  evi­den­zia il con­tra­sto tra la pro­pria espe­rien­za di que­gli anni e quel­la inve­ce vis­su­ta dal­la madre. Di quest’ultima, infat­ti, emer­ge il ritrat­to di una don­na immer­sa in una dimen­sio­ne paral­le­la, da sem­pre incon­sa­pe­vo­le dei trau­mi e del dolo­re impo­sti dal nazi­smo, non solo alle sue vit­ti­me ma ai suoi stes­si figli.

Una man­can­za di con­sa­pe­vo­lez­za che è for­se da impu­tar­si all’assenza di empa­tia, come potreb­be­ro sug­ge­ri­re i ricor­di del­la figlia e il suo atteg­gia­men­to attua­le, dal momen­to ch’ella pre­ten­de pie­tà, maz­zi di fio­ri e gesti d’affetto, ma non mostra nep­pu­re una scin­til­la di com­pas­sio­ne o rimor­so nei con­fron­ti del­le sue vit­ti­me o di sua figlia.

Se è vero, come sostie­ne Simon Baron-Cohen ne La scien­za del male, che la scar­sa empa­tia o la sua assen­za sia una pos­si­bi­le cau­sa del­la mal­va­gi­tà, allo­ra la scrit­tri­ce ci pone di fron­te a una real­tà indi­mo­stra­bi­le, eppu­re vero­si­mi­le. Che i più acca­ni­ti dei nazi­sti non abbia­no solo ese­gui­to degli ordi­ni, che non sia­no sta­ti pla­sma­ti e sog­gio­ga­ti dall’ideologia del Fuh­rer, ma che piut­to­sto abbia­no tro­va­to in essa lo sfo­go a una mal­va­gi­tà già esi­sten­te in loro. Una “fol­lia” che cer­to rive­ste la Sig. Sch­nei­der, al pari del suo abi­to che  ̶  come lei stes­sa tie­ne a spe­ci­fi­ca­re  ̶  è del­lo stes­so colo­re del­la sua divi­sa da SS.

Imma­gi­ne di coper­ti­na trat­ta dall’adattamento cine­ma­to­gra­fi­co “Let me go”.

Con­di­vi­di:
Rossana Merli
Mi affa­sci­na la crea­ti­vi­tà decli­na­ta in ogni sua espres­sio­ne e for­se è per que­sto che non so sce­glier­ne una pre­fe­ri­ta. Uni­ci pun­ti fer­mi nel­la mia vita sono il nuo­to e la scrittura.

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