Del: 12 Giugno 2021 Di: Rossana Merli Commenti: 0

La letteratura che racconta l’orrore dei campi di concentramento è solitamente composta dalle opere-testimonianza di chi ne è stato vittima. Abbiamo così innumerevoli storie di dolore e resilienza quali Se questo è un uomoLa notte o In nome dei miei, giusto per citarne alcune.

Tendono invece a passare in sordina quelle opere che raccontano gli stessi crimini da una prospettiva diversa e intrinsecamente ambigua: quella di un’intera generazione di tedeschi, figli di gerarchi, medici e aguzzini del regime. Donne e uomini che si sono ritrovati a raccogliere l’eredità del nazismo e ne hanno dovuto rendere conto, combattuti fra l’amore per i propri familiari e il disprezzo per le azioni da loro compiute. 

Tale lotta interiore è perfettamente resa dalla scrittrice Helga Schneider che, in un libro lungo poco più un centinaio di pagine, riesce a raccontare il drammatico confronto con una madre sconosciuta e odiata, membro attivo delle SS, ma pur sempre una madre.

“Lasciami andare, madre” ci porta infatti nella Vienna di fine anni ’90, di fronte a una donna ormai anziana e affetta da demenza che, tuttavia, resta lucida nella sua ferma apologia del nazismo.

Abbandonati i figli e il marito nel ‘41 per diventare guardia dei campi di concentramento e sterminio, la Sig. Schneider viene stanziata prima a Sachsenhausen e Ravensbrück, e poi all’agognata Aushwitz. Dopo essere stata imprigionata nel dopoguerra in ragione dei suoi crimini, ora trascorre gli ultimi anni in una casa di riposo. Ed è proprio in questi luoghi che l’autrice ci conduce, attraverso un dialogo madre-figlia che prende presto la forma di un interrogatorio sul passato.

Spinta infatti come da un demone interiore, la scrittrice incalza la madre, pretende risposte e addirittura ricatta l’anziana per ottenerle, mentre in secondo piano la cugina Eva  ̶  come fosse la sua stessa coscienza  ̶  tenta di frenarla facendo appello alla fragilità della donna. Ma i piccoli attimi di vulnerabilità della Sig. Schneider, che l’età e la malattia mettono in mostra, cozzano contro l’entusiasmo e il sadismo da lei mostrato nel ricordare i crimini compiuti.

Come la figlia pone le domande mossa dall’esigenza di trovare una giustificazione, un dubbio, un attimo di esitazione nella mente della madre; allo stesso modo, il lettore si ritrova appeso alle labbra di questa anziana in attesa di un cenno, un piccolo spiraglio di umanità che tuttavia ella nega con forza. Offre invece delle giustificazioni legate al clima politico del tempo («Ho solo obbedito agli ordini, come tutti»), ma l’autrice vi oppone i ricordi di un’infanzia infelice, dominata dalla presenza/assenza di una madre che non solo è stata capace di abbandonarla, ma che anche la puniva con particolare crudeltà.

Ed è proprio attraverso questi ricordi, che a sprazzi interrompono la narrazione, che l’autrice riesce a restituirci un quadro d’epoca ambientato nella Berlino della Seconda guerra mondiale. Emergono infatti immagini dei bunker sotterranei, di incontri con i gerarchi (perfino con Hitler), di macerie, violenze antisemite e lotte per il pane. In questo scenario, poi, sfilano i soggetti più disparati: dalla zia acquisita, segretaria di Himmler, ai nonni oppositori del regime.

Ne deriva così un prezioso racconto nel racconto che mostra l’altra faccia del nazismo: il dolore del popolo tedesco che, colluso o meno con il regime, soffre la realtà della guerra.

Questa realtà fatta di fame e paura  ̶  cui l’autrice ha dato voce anche ne Il rogo di Berlino e che spesso viene omessa nel confronto con le sofferenze delle vittime dei campi  ̶  evidenzia il contrasto tra la propria esperienza di quegli anni e quella invece vissuta dalla madre. Di quest’ultima, infatti, emerge il ritratto di una donna immersa in una dimensione parallela, da sempre inconsapevole dei traumi e del dolore imposti dal nazismo, non solo alle sue vittime ma ai suoi stessi figli.

Una mancanza di consapevolezza che è forse da imputarsi all’assenza di empatia, come potrebbero suggerire i ricordi della figlia e il suo atteggiamento attuale, dal momento ch’ella pretende pietà, mazzi di fiori e gesti d’affetto, ma non mostra neppure una scintilla di compassione o rimorso nei confronti delle sue vittime o di sua figlia.

Se è vero, come sostiene Simon Baron-Cohen ne La scienza del male, che la scarsa empatia o la sua assenza sia una possibile causa della malvagità, allora la scrittrice ci pone di fronte a una realtà indimostrabile, eppure verosimile. Che i più accaniti dei nazisti non abbiano solo eseguito degli ordini, che non siano stati plasmati e soggiogati dall’ideologia del Fuhrer, ma che piuttosto abbiano trovato in essa lo sfogo a una malvagità già esistente in loro. Una “follia” che certo riveste la Sig. Schneider, al pari del suo abito che  ̶  come lei stessa tiene a specificare  ̶  è dello stesso colore della sua divisa da SS.

Immagine di copertina tratta dall’adattamento cinematografico “Let me go”.

Rossana Merli
Mi affascina la creatività declinata in ogni sua espressione e forse è per questo che non so sceglierne una preferita. Unici punti fermi nella mia vita sono il nuoto e la scrittura.

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