Hamlet, “le parole non hanno genitali”

Hamlet, "le parole non hanno genitali"

Per la ter­za vol­ta nel­la sua espe­rien­za arti­sti­ca, il regi­sta Anto­nio Latel­la si inter­fac­cia con la mes­sa in sce­na di Ham­let, capo­la­vo­ro Sha­ke­spea­ria­no. Come affer­ma egli stes­so, «Ham­let mi fa capi­re ogni vol­ta dove mi tro­vo, non solo rispet­to alla regia sha­ke­spea­ria­na, ma alla pro­fes­sio­ne stes­sa di regista». 

Infat­ti, quan­do si affron­ta Ham­let «si è con­sa­pe­vo­li di non poter­lo pos­se­de­re inte­ra­men­te». A par­ti­re da que­sta con­si­de­ra­zio­ne, non sor­pren­de che uno dei temi prin­ci­pa­li che emer­ge dal­la mes­sa in sce­na sia quel­lo del dubbio. 

Nessuna verità è sicura nella drammaturgia dell’Amleto, nessun personaggio è davvero integerrimo.

Ora­zio, testi­mo­ne dei fat­ti e nar­ra­to­re del dram­ma, non può esse­re com­ple­ta­men­te cer­to del­la ragio­ne di Amle­to nel­la vicen­da. Nes­su­no può ras­si­cu­rar­si sul fat­to che i pen­sie­ri tor­men­to­si di Amle­to, lo spet­tro e la sua osti­li­tà non deri­vi­no dal suo tur­ba­men­to piut­to­sto che da una veri­tà reale.

Una del­le scel­te regi­sti­che che va mag­gior­men­te in que­sta dire­zio­ne è la scel­ta di far inter­pre­ta­re Amle­to a una attri­ce, Fede­ri­ca Ros­sel­li­ni. La stes­sa ses­sua­li­tà di Amle­to è mes­sa in dub­bio nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne e come affer­ma il regi­sta «per me l’Ham­let del XXI seco­lo va oltre la ses­sua­li­tà, oltre la distin­zio­ne uomo/donna, per appro­da­re a una con­di­zio­ne altra».

Aver scel­to una don­na con­sen­te al regi­sta di ave­re un diver­so approc­cio col pub­bli­co: «nei clas­si­ci le paro­le non han­no geni­ta­li ma vola­no sopra di tut­to, facen­do la dif­fe­ren­za». E la per­ce­zio­ne del­lo spet­ta­to­re è pro­prio que­sta: un dol­ce avvol­gi­men­to nel­le miglia­ia di imma­gi­ni sca­tu­ren­ti dal­la dram­ma­tur­gia sha­ke­spea­ria­na, che tro­neg­gia subli­ma­ta nel­lo spa­zio antistante.

Gli attori hanno sacrificato la propria identità a favore del movimento continuo e preciso delle parole del genio inglese.

Infat­ti, a par­te il nar­ra­to­re Ora­zio, ogni atto­re è vesti­to con lo stes­so ano­ni­mo e non con­te­stua­liz­za­to abi­to bian­co da uomo. Non è dav­ve­ro impor­tan­te chi stia par­lan­do o chi abbia ragio­ne; ciò che più con­ta è che le paro­le del testo arri­vi­no e voli­no diret­te a “suo­na­re l’anima” degli spet­ta­to­ri ̶ per usa­re dei ter­mi­ni sha­ke­spea­ria­ni ̶ la qua­le «ani­ma è mol­to più dif­fi­ci­le da suo­na­re rispet­to a un flau­to o a uno stru­men­to complicato».

Con­ce­der­si que­sto viag­gio, con­ci­lia­to dal­la sospen­sio­ne del giu­di­zio che la lun­ga dura­ta del­lo spet­ta­co­lo per­met­te, è un’esperienza che cam­bia il pro­prio modo di vede­re il mondo.

Arti­co­lo di Simo­ne Muciaccia.

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