Del: 10 Giugno 2021 Di: Redazione Commenti: 0
Hamlet, "le parole non hanno genitali"

Per la terza volta nella sua esperienza artistica, il regista Antonio Latella si interfaccia con la messa in scena di Hamlet, capolavoro Shakespeariano. Come afferma egli stesso, «Hamlet mi fa capire ogni volta dove mi trovo, non solo rispetto alla regia shakespeariana, ma alla professione stessa di regista».

Infatti, quando si affronta Hamlet «si è consapevoli di non poterlo possedere interamente». A partire da questa considerazione, non sorprende che uno dei temi principali che emerge dalla messa in scena sia quello del dubbio.

Nessuna verità è sicura nella drammaturgia dell’Amleto, nessun personaggio è davvero integerrimo.

Orazio, testimone dei fatti e narratore del dramma, non può essere completamente certo della ragione di Amleto nella vicenda. Nessuno può rassicurarsi sul fatto che i pensieri tormentosi di Amleto, lo spettro e la sua ostilità non derivino dal suo turbamento piuttosto che da una verità reale.

Una delle scelte registiche che va maggiormente in questa direzione è la scelta di far interpretare Amleto a una attrice, Federica Rossellini. La stessa sessualità di Amleto è messa in dubbio nella rappresentazione e come afferma il regista «per me l’Hamlet del XXI secolo va oltre la sessualità, oltre la distinzione uomo/donna, per approdare a una condizione altra».

Aver scelto una donna consente al regista di avere un diverso approccio col pubblico: «nei classici le parole non hanno genitali ma volano sopra di tutto, facendo la differenza». E la percezione dello spettatore è proprio questa: un dolce avvolgimento nelle migliaia di immagini scaturenti dalla drammaturgia shakespeariana, che troneggia sublimata nello spazio antistante.

Gli attori hanno sacrificato la propria identità a favore del movimento continuo e preciso delle parole del genio inglese.

Infatti, a parte il narratore Orazio, ogni attore è vestito con lo stesso anonimo e non contestualizzato abito bianco da uomo. Non è davvero importante chi stia parlando o chi abbia ragione; ciò che più conta è che le parole del testo arrivino e volino dirette a “suonare l’anima” degli spettatori ̶ per usare dei termini shakespeariani ̶ la quale «anima è molto più difficile da suonare rispetto a un flauto o a uno strumento complicato».

Concedersi questo viaggio, conciliato dalla sospensione del giudizio che la lunga durata dello spettacolo permette, è un’esperienza che cambia il proprio modo di vedere il mondo.

Articolo di Simone Muciaccia.

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