Del: 9 Giugno 2021 Di: Beatrice Balbinot Commenti: 0

Di Tav si discute da almeno da 30 anni. Nel lontano 1991 La Stampa parlava dell’alta velocità come un progetto da eseguire subito, “o sarà tardi”. 30 anni dopo l’avvertimento perentorio del quotidiano, la linea Torino-Lione, grande promessa di innovazione per il collegamento tra l’Italia e i cugini d’Oltralpe, ancora non ha visto la sua inaugurazione, tra dibattiti politici, proteste e analisi costi-benefici che mancano sempre l’obbiettivo di mettere tutti d’accordo. 

Con l’acronimo Tav (“Treno ad Alta Velocità”) la cronaca e la politica hanno descritto il binario ferroviario che dovrebbe unire Torino con la città francese di Lione, permettendo una più comoda e rapida viabilità a merci e passeggeri. In realtà il progetto non rientra propriamente nella definizione di Alta Velocità: tecnicamente l’infrastruttura si definisce come «una linea mista con specifiche tecniche d’interoperabilità», dove con specifiche si intendono precisi parametri stabiliti a livello europeo. Per farla breve: la nuova rete ferroviaria non sarebbe in grado di raggiungere la velocità propria dell’Alta Velocità, ossia 250 km/h per il trasporto dei passeggeri, garantendo invece la viabilità ad un massimo di 220 km/h. 

In barba alle precisioni tecniche, la sigla TAV è entrata nel linguaggio dei media e della politica con il preciso significato di “linea Torino-Lione”, penetrando nell’uso comune e inserendosi anche negli striscioni dei manifestanti a sfavore dell’opera.

I primi movimenti No Tav, appunto, nascono negli anni Novanta in Val di Susa, uno dei territori toccati dalla costruzione della nuova ferrovia, arrivando ad acquistare maggiore importanza e risonanza mediatica nel 2005. In quell’anno partirono infatti manifestazioni molto partecipate per protestare contro gli espropri forzati nella zona della costruzione, alcune delle quali terminarono in scontri piuttosto violenti con la polizia. Dal 2005 il movimento No Tav ha fatto sentire la sua voce in diverse occasioni, con marce e presidi al fine di ostacolare i lavori della tratta: la tensione rimane molto alta ancora oggi. Ma del dibattito sulla Tav, complice certamente la precaria situazione sanitaria dell’ultimo periodo, non si parla quasi più. Ed è un vero peccato. E’ un peccato soprattutto per i manifestanti No Tav, disegnati spesso come una minoranza sovversiva e pericolosa, che combatte contro il progresso e il rinnovamento del nostro Paese. In realtà le posizioni dei No Tav sono un po’ più complesse di così, toccando temi importanti come il rispetto dell’ambiente e lo sperpero di fondi pubblici. Ma al di là della legittimità o meno dei principi che animano le manifestazioni No Tav, il movimento è stato a più riprese oggetto di una criminalizzazione, passata dalle aule dei tribunali e arrivata alla percezione della gente. 

Nel 2013, a seguito del lancio di alcune bombe molotov contro il cantiere di Chiomonte da parte di quattro manifestanti, la procura di Torino insistette molto per classificare l’atto sotto la definizione di terrorismo. Il ricorso della procura fu respinto dalla Corte di Cassazione, ma il tentativo della Procura torinese è l’evidenza dell’accanimento giudiziario di cui il movimento No Tav è caduto vittima. 

Uno dei casi più eclatanti ha riguardato Dana Lauriola, attivista condannata a due anni di carcere con le accuse di violenza privata e interruzione di pubblico servizio (quando per reati di questo genere il Codice Civile prevede una pena minima di 15 giorni) per una manifestazione avvenuta nel 2012. Nello specifico, il 3 marzo di quell’anno circa 300 attivisti No Tav occuparono il tratto dell’autostrada Torino-Bardonecchia, bloccando per circa 20 minuti il casello di Avigliana con dell’adesivo e facendo defluire il traffico senza far pagare il pedaggio. Quel giorno Dana Lauriola parlava al megafono spiegando le ragioni della protesta e indicando la direzione da prendere alle vetture. 

Per i fatti del 2012 Lauriola fu prelevata dalla Digos nel settembre del 2020 presso la sua abitazione a Bussoleno e condotta in carcere per scontare la pena di due anni. La Procura le aveva negato l’accesso a misure alternative alla detenzione, nonostante Dana fosse incensurata. 

L’associazione Giuristi Democratici ha commentato il caso definendo “inaccettabile ed inspiegabile” la condanna del tribunale di Torino, che ha giustificato la decisione di confermare il carcere per la 39enne della Val di Susa con delle motivazioni, a detta dei Giuristi Democratici, poco solide. Secondo la sentenza Lauriola sarebbe un soggetto pericoloso in quanto non pentita delle sue posizioni No Tav, nonché abitante della Val di Susa, luogo in cui la partecipazione al movimento contro la Torino-Lione è particolarmente attiva. A ben vedere le giustificazioni della Procura sono intrise di quel pregiudizio criminalizzante che colpisce i No Tav: il solo simpatizzare per posizioni sfavorevoli all’infrastruttura o addirittura il solo abitare presso le zone in cui agisce il movimento sarebbero trattati come comprovati elementi di pericolosità. Inoltre la presunta temibilità che la procura ha voluto ravvedere in Dana Lauriola cozza non poco con la fattualità di una donna perfettamente inserita nella comunità, con una casa e un lavoro presso una cooperativa del Comune di Torino che si occupa di soccorso a persone senza fissa dimora. 

Anche Amnesty International aveva alzato la voce rispetto al caso Lauriola, affermando, tramite il portavoce italiano Riccardo Noury, che «esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana Lauriola è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali». 

Lo scorso aprile Dana Lauriola è stata scarcerata e condannata ai domiciliari (in una nuova casa fuori dalla Val di Susa, come fa sapere la stessa Dana durante un’intervista a Propaganda Live). Si tratta comunque di una giustizia a metà: Lauriola ha ottenuto una forma particolarmente restrittiva di arresti domiciliari, che la espone a misure di limitazione piuttosto arbitrarie. Infatti per Lauriola vige ancora il divieto di frequentare la Val di Susa e di avere contatti con qualsiasi soggetto coinvolto nel movimento No Tav. Il problema sta nel fatto che l’adesione al movimento non prevede un tesseramento o un metodo di schedatura oggettiva dei partecipanti: in questo modo la polizia sarebbe legittimata a ricondurre Dana in carcere nel caso fosse sorpresa a frequentare un soggetto che, anche solo potenzialmente, condivida con lei le posizioni a sfavore della linea Torino-Lione. 

Sulla Tav possono esistere posizioni diverse, tutte legittime. Ma la giustizia dovrebbe essere una sola e uguale per tutti: il caso di Dana Lauriola dimostra come il dibattito civile che insiste sulla linea Torino-Lione si stia trasformando in un problema di democrazia.

In questi anni hanno sbagliato in molti. Hanno sbagliato i No Tav, che nel luglio del 2020 hanno lasciato dei chiodi sull’A32 per bloccare i mezzi della polizia; hanno sbagliato le Forze dell’Ordine, che ad aprile 2021 hanno lanciato dei lacrimogeni contro i manifestanti, colpendo al volto e ferendo gravemente Giovanna Saraceno, poi ricoverata. È giusto che gli atti violenti vengano puniti. È ingiusta la stigmatizzazione di un legittimo movimento cittadino e la generalizzazione tesa a scovare atteggiamenti pericolosi anche laddove non ci sono, anche laddove la protesta è stata pacifica. Chi sbaglia paga. Chi non sbaglia deve restare libero, anche se è No Tav.

Beatrice Balbinot
Mi chiamo Beatrice, ma preferisco Bea. Amo scrivere, dire la mia, avere ragione e mangiare tanti macarons.

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