NFT e opere d’arte all’epoca dell’(ir)riproducibilità tecnica

NFT, l’opera d’arte nell’epoca della sua (ir)riproducibilità tecnica

In un mon­do che avan­za sem­pre più in una dire­zio­ne di sim­bio­si con la tec­no­lo­gia, anche il siste­ma dell’arte e il suo mer­ca­to si tro­va­no a fare i con­ti con nume­ro­se inno­va­zio­ni, cor­re­la­te soprat­tut­to allo svi­lup­po del­le crip­to­va­lu­te, mone­te vir­tua­li che si gene­ra­no e si scam­bia­no sol­tan­to in via tele­ma­ti­ca e tra cui rien­tra­no anche i noti Bitcoin.

Uno sviluppo significativo è quello della Crypto Art, opere d’arte materiali o digitali alle quali è associato un processo crittografico per dimostrarne l’autenticità.

È qual­co­sa di rile­van­te soprat­tut­to per le ope­re d’arte digi­ta­li, rispet­to alle qua­li gli auto­ri devo­no far fron­te alla ripro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne in sca­la espo­nen­zia­le, cer­can­do di far rispet­ta­re sem­pre i dirit­ti di pro­prie­tà e l’autenticità.

Già nel 2013 si è ini­zia­to a par­la­re di NFT, acro­ni­mo di Non Fun­gi­ble Tokens, fra­zio­ni di crip­to­va­lu­ta uni­che, non repli­ca­bi­li, ma scam­bia­bi­li: all’interno dell’articolato uni­ver­so del­la Cryp­to Art sono con­si­de­ra­ti un cer­ti­fi­ca­to elet­tro­ni­co di auten­ti­ci­tà e pro­prie­tà di un’opera. In que­sto modo, con gli NFT vie­ne crea­ta una copia uni­ca, uffi­cia­le e ori­gi­na­le di dati digi­ta­li. Gli NFT si basa­no su una bloc­k­chain, una strut­tu­ra dati con­di­vi­sa e immu­ta­bi­le, che per­met­te di cono­sce­re la “sto­ria” di ogni asset in un cana­le di ven­di­ta, quin­di, ad esem­pio, è pos­si­bi­le sape­re da chi è sta­to acqui­sta­to e a qua­le prezzo.

A par­ti­re da quest’anno il mer­ca­to arti­sti­co ha ripor­ta­to una serie di ven­di­te cospi­cue per ope­re di Cryp­to Art. Nel solo mese di feb­bra­io col­le­zio­ni­sti e spe­cu­la­to­ri han­no inve­sti­to più di 200 milio­ni di dol­la­ri per l’acquisto di beni arti­sti­ci tra­mi­te NFT e, se con­fron­ta­ti con i 250 milio­ni di tut­to il 2020, ci si ren­de con­to del­la cre­sci­ta espo­nen­zia­le e del­lo svi­lup­po ver­ti­gi­no­so che que­sto tipo di tran­sa­zio­ni sta sperimentando. 

Il caso più cla­mo­ro­so è quel­lo del­la GIF di Nyan­Cat­di Chris Tor­res, alla qua­le è sta­to asso­cia­to un NFT, a feb­bra­io ven­du­to all’asta per 300 Ethe­reum, una crip­to­va­lu­ta cor­ri­spon­den­te – ai tem­pi del­la ven­di­ta – cir­ca a $1.900. La GIF, par­ten­do da un prez­zo base d’asta di 3 ETH ($5.700), ha poi rag­giun­to rapi­da­men­te il valo­re di $590.000. Ovvia­men­te la GIF potrà con­ti­nua­re a cir­co­la­re onli­ne e a esse­re uti­liz­za­ta libe­ra­men­te, con la dif­fe­ren­za che ades­so una per­so­na ne pos­sie­de la ver­sio­ne ori­gi­na­le, avva­lo­ra­ta anche dal­la fir­ma digi­ta­le dell’autore

A marzo, invece, per la prima volta, ha fatto la propria comparsa su un mercato delle case d’asta un’opera di Crypto Art, Everydays: the First 5000 Days dell’artista Beeple, pseudonimo di Mike Winkelmann. 

Si trat­ta di un col­la­ge di 5000 imma­gi­ni digi­ta­li, bat­tu­to all’asta da Christie’s, per 69,3 milio­ni di dol­la­ri, il prez­zo più alto mai bat­tu­to in un’asta onli­ne. Un prez­zo rag­giun­to con la sor­pre­sa di tut­ti, così ina­spet­ta­to che la sti­ma ini­zia­le non era sta­ta nean­che sta­bi­li­ta e sul cata­lo­go del­la ven­di­ta cam­peg­gia­va la scrit­ta Unk­no­wn.

Per quan­to pos­sa sem­bra­re – ed effet­ti­va­men­te tal­vol­ta è – un mon­do distan­te dai con­sue­ti cir­cui­ti dell’arte (e del­la sto­ria dell’arte inte­sa in sen­so acca­de­mi­co e tra­di­zio­na­le), anche le ope­re di rino­ma­ti arti­sti con­tem­po­ra­nei sono sta­te inve­sti­te da que­sto pro­ces­so. In un’asta onli­ne di Christie’s sono sta­te mes­se in ven­di­ta 5 ope­re digi­ta­li rea­liz­za­te da Andy Warhol nel 1985.

Le ope­re, pro­ve­nien­ti da un flop­py disk, sono sta­te con­ver­ti­te in NFT e ven­du­te per un tota­le di 3 milio­ni di dol­la­ri. In que­sto caso spe­ci­fi­co, ci si può chie­de­re se effet­ti­va­men­te di ori­gi­na­le si trat­ti, visto che le ope­re digi­ta­li sono sta­te recu­pe­ra­te dal flop­py disk e aumen­ta­te di riso­lu­zio­ne, tra­den­do il con­cet­to stes­so di ori­gi­na­li­tà e auten­ti­ci­tà e l’operato di Warhol.

Inol­tre, dei 3 milio­ni di dol­la­ri otte­nu­ti dal­la ven­di­ta, una par­te ver­rà uti­liz­za­ta per com­pen­sa­re le emis­sio­ni di car­bo­nio, con­se­guen­za ine­vi­ta­bi­le del­la crea­zio­ne degli NFT. La Cryp­to art, infat­ti, nono­stan­te la sua (appa­ren­te) imma­te­ria­li­tà, ha un con­si­sten­te impat­to ambien­ta­le a cau­sa dell’energia richie­sta dal­la sua pro­du­zio­ne e frui­zio­ne: ad esem­pio, la crea­zio­ne di Ethe­reum richie­de cir­ca 26.5 Tera­wat­to­ra di elet­tri­ci­tà all’anno, un con­su­mo pari a quel­lo dell’intera Irlanda. 

Se si pos­so­no sol­le­va­re dei dub­bi riguar­dan­ti la neces­sa­ria mani­po­la­zio­ne di alcu­ni file e le con­se­guen­ze sull’ecosistema, un aspet­to posi­ti­vo del­la flo­ri­di­tà del­la Cryp­to art è la pos­si­bi­li­tà, per arti­sti digi­ta­li non inse­ri­ti nei tra­di­zio­na­li cana­li arti­sti­ci di gal­le­rie e case d’aste, di far­si cono­sce­re e affer­mar­si in manie­ra alter­na­ti­va, ser­ven­do­si di NFT per auten­ti­ca­re e dare mag­gio­re valo­re alle pro­prie opere. 

È que­sto il caso di Dot­Pi­geon, arti­sta mila­ne­se di 33 anni, noto negli Sta­ti Uni­ti e atti­vo sul­la piat­ta­for­ma Nif­ty­Ga­teway, mar­ket­pla­ce di Cryp­to art. Una vol­ta in pos­ses­so del­le sue ope­re digi­ta­li, spes­so pez­zi uni­ci, l’acquirente può sce­glie­re tra diver­si tipi di frui­zio­ne: l’opera è sal­va­ta in for­ma­to digi­ta­le su un devi­ce, oppu­re è inse­ri­ta all’interno di col­le­zio­ni e musei digi­ta­li, oppu­re anco­ra è espo­sta  den­tro cor­ni­ci digitali. 

La creazione artistica realizzata su un supporto fisico diventa così – a differenza di quanto è sempre successo – solo una fra tante valide alternative.

Per gli arti­sti che, come Dot­Pi­geon, lavo­ra­no in digi­ta­le, gran­de rilie­vo han­no i mer­ca­ti secon­da­ri degli NFT: le ope­re rila­scia­te in ori­gi­ne come NFT sono trac­cia­te, quin­di quan­do ven­go­no riven­du­te, l’artista ne trae del­le royal­ties, man­te­nen­do dun­que un par­zia­le con­trol­lo sul­la cir­co­la­zio­ne dell’opera e con­ti­nuan­do a trar­ne profitto. 

Il per­cor­so intra­pre­so sta por­tan­do ver­so una dema­te­ria­liz­za­zio­ne dell’arte: l’elemento chia­ve non è più l’opera d’arte, ma l’idea di pos­se­de­re qual­co­sa di uni­co, che sca­te­na una mag­gio­re richie­sta e, dun­que, il desi­de­rio di col­le­zio­ni­smo. In que­sto modo ci si muo­ve sem­pre più ver­so i limi­ti dell’arte con­cet­tua­le, con al cen­tro il con­cet­to di sim­bo­lo, un pos­ses­so sen­za dete­ne­re alcun ogget­to mate­ria­le: non è più l’opera fisi­ca, con la fir­ma dell’artista ad atte­sta­re la pro­prie­tà, ma un NFT.

Imma­gi­ne di coper­ti­na: “Eve­ry­days: the Fir­st 5000 Days” di Beeple.

Con­di­vi­di:
Costanza Mazzucchelli
Clas­se 2000, stu­den­tes­sa di Let­te­re. Guar­do il mon­do attra­ver­so i miei occhia­li spes­si, ascol­to e leg­go, poi scri­vo di ciò che ho imparato.

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