Del: 7 Giugno 2021 Di: Carlo Codini Commenti: 0

Il Perù, Paese che conta trentatré milioni di persone, in parte addensate nella metropoli di Lima, in parte disperse lungo una vasta striscia di terra montagnosa che confina con Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador e Colombia, è prossimo alle elezioni. E se stati latinoamericani come il Brasile e il Venezuela negli ultimi anni ci hanno raccontato storie politiche difficili e conflittuali, il Perù non sembra essere da meno.

Il voto per le elezioni presidenziali è previsto per il 7 giugno: si tratta di un ballottaggio a seguito del primo turno in aprile.

Dei sedici candidati iniziali, sono rimasti a sfidarsi Pedro Castillo, dichiaratamente chavista e leninista, leader del partito socialista Perù Libre, e la conservatrice Keiko Fujimori. Il primo arriva al voto in testa nei sondaggi, ma di poco, dopo aver collezionato al primo turno il 19% delle preferenze contro l’11% dell’avversaria. Ma non c’è nulla di certo, anzi. In un paese fortemente in crisi, con un parlamento drammaticamente diviso e una storia di fragilità delle democrazie latino-americane, tutto può succedere. Anche, come temono alcuni, interferenze da parte dei militari e delle élite.

Se possiamo definire Castillo, ex maestro elementare di 51 anni e scioperante per i diritti umani, un “uomo del popolo” così non è per la sua avversaria. Fujimori è infatti figlia dell’ex presidente nonché dittatore di origini giapponesi Alberto Fujimori, attualmente in carcere per le violenze e le stragi perpetrate durante la guerra civile contro il gruppo guerrigliero-terrorista Sendero Luminoso. Non solo, la candidata, già di famiglia molto ricca e con legami radicati negli organismi militari dello Stato, è stata in carcere fino a maggio 2020 con l’accusa di riciclaggio di denaro e ha dichiarato che libererà il padre in caso di vittoria elettorale.

Ma come si è arrivati a questa situazione?

Nessuno dei due candidati era previsto arrivasse al ballottaggio, soprattutto Castillo. Si ritiene che gli osservatori lo abbiano sottovalutato non tenendo in considerazione le ampie sacche di votanti nelle zone rurali del Perù, attratti dalle promesse di una nuova Costituzione egualitaria e dalle umili origini del candidato: pensavano che a sinistra avrebbero prevalso candidati più “moderni”, espressione della borghesia urbana che ragiona in termini di mercato e diritti civili, ma hanno trascurato che in Perù c’è (come in Bolivia) anche un “altro” paese che vuole una redistribuzione radicale delle risorse. 

Nelle ultime settimane Keiko Fujimori avrebbe tratto vantaggio dalla strage del 23 maggio a est di Lima dove sedici persone hanno perso la vita presumibilmentee a causa di Sendero Luminoso, un’organizzazione d’ispirazione marxista fondata nel 1980 che mira a sovvertire il governo per instaurare un regime contadino e comunista. La candidata conservatrice accusa dichiaratamente Castillo di avere legami con l’organizzazione e avverte che se lui dovesse vincere le elezioni seguirebbe il caos nel paese. Ovviamente le sue proposte, sulla scia del percorso paterno, sono molto incentrate sulla sicurezza e l’ordine.

Chi vincerà?

Secondo gli ultimi sondaggi il margine tra i due candidati si sarebbe progressivamente assottigliato con Castillo al 51% contro il 48% dell’avversaria. Certo è che il Perù, già di per sé paese povero e segnato da gravi ingiustizie, attualmente sta attraversando serie difficoltà, acuite da ormai quasi due anni di pandemia Covid: disparità sociale ed economica, disoccupazione, frammentazione parlamentare, una sorta di guerra civile ancora in corso, e numerosissime accuse di corruzione verso funzionari e politici. Una miscela già vista in altri paesi dell’America latina che potrebbe portare a tensioni imprevedibili nelle prossime settimane.

La fragilità del sistema è comprovata anche dal fatto che in pochi anni i presidenti si sono susseguiti senza sosta. Nel 2017, Ollanta Humala è stato arrestato con l’accusa di corruzione nell’ambito dello scandalo Odebrecht. Nel 2019 si è suicidato per lo stesso scandalo Alan Garcìa, presidente del Perù dal 2006 al 2011. Nel 2020 il Parlamento ha votato l’impeachment di Martìn Vizcarra, accusato di corruzione. Nominato al suo posto Manuel Merino, è stato costretto anch’egli a dimettersi a seguito di violente proteste. Con l’arrivo del presidente ad interim Francesco Sagasti il 17 novembre si è avuto terzo presidente nel giro di una settimana.

Ora in Perù ci sono due candidati alla pari, entrambi odiati da una parte del paese e secondo molti osservatori, poco adatti a governarlo. Il risultato delle urne, che potrebbe essere di misura, sarà accettato o seguiranno scontri drammatici? E chi vincerà sarà capace di liberarsi dei limiti emersi fino ad ora? Chavez e Alberto Fujmori, pur non avendo quasi nulla in comune, possono essere dei riferimenti per un buon governo che dia stabilità, sviluppo e giustizia a un paese in crisi? Sono sicuramente alcuni degli interrogativi di queste ore. 

Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno studente di lettere. Appassionato anche di storia e filosofia, non mi nego mai letture e approfondimenti in tali ambiti, convinto che la varietà sia ricchezza, sempre.

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