Acquacoltura, una pratica a impatto zero?

Acquacoltura, una pratica a impatto zero?

I discor­si dell’opinione pub­bli­ca sul­la soste­ni­bi­li­tà ali­men­ta­re riguar­da­no spes­so gli alle­va­men­ti inten­si­vi di bestia­me ter­re­stre, men­tre si spen­do­no poche paro­le sul­le real­tà che svol­go­no atti­vi­tà di acqua­col­tu­ra, ossia l’insieme di pra­ti­che che con­sen­to­no l’allevamento di spe­cie itti­che o con­nes­se all’ambiente acqua­ti­co. Qual è il loro impat­to sull’ambiente?

Prima di rispondere a questa domanda è opportuno sottolineare che l’acquacoltura è un’attività necessaria al fine di evitare l’eccessivo sfruttamento degli stock ittici tramite pesca.

Essa può esse­re svol­ta secon­do tre meto­di: esten­si­va, nel caso le spe­cie di inte­res­se ven­ga­no alle­va­te all’interno di aree non con­di­zio­na­te dall’attività uma­na; semi-esten­si­va, quan­do l’intervento antro­pi­co è con­tem­pla­to solo per nutri­re gli indi­vi­dui; e inten­si­va. Quest’ultima pra­ti­ca pre­ve­de il con­trol­lo di cia­scu­na fase del ciclo vita­le degli ani­ma­li alle­va­ti ed è con­dot­ta inte­ra­men­te all’in­ter­no di vasche: la resa è mol­to ele­va­ta rispet­to alle altre tipo­lo­gie di acqua­col­tu­ra, alle qua­li vie­ne pre­fe­ri­ta, tut­ta­via l’impatto ambien­ta­le non è tra­scu­ra­bi­le. Le prin­ci­pa­li cri­ti­ci­tà lega­te a que­sta tec­ni­ca sono rap­pre­sen­ta­te dai reflui che con­ten­go­no le deie­zio­ni dei pesci e gli scar­ti del man­gi­me — poten­zia­li cau­se di con­ta­mi­na­zio­ne da sostan­za orga­ni­ca — e dal­le sostan­ze di ori­gi­ne chi­mi­ca (anti­bio­ti­ci e far­ma­ci) che, river­sa­te nel­le vasche, giun­go­no poi in mare aperto. 

Le sostan­ze orga­ni­che sono una minac­cia per l’e­co­si­ste­ma acqua­ti­co in cui ven­go­no river­sa­te poi­ché dan­no luo­go ad eutro­fiz­za­zio­ne: l’ec­ces­so di cibo pro­vo­ca una cre­sci­ta smi­su­ra­ta del fito­planc­ton (insie­me di pic­co­li orga­ni­smi uni­cel­lu­la­ri che si nutro­no del­le par­ti­cel­le orga­ni­che sospe­se in acqua) che, una vol­ta mor­to, pre­ci­pi­ta sul fon­do del baci­no idri­co. Qui alcu­ni bat­te­ri prov­ve­do­no a decom­por­lo sfrut­tan­do l’os­si­ge­no in solu­zio­ne; l’e­nor­me quan­ti­tà di micror­ga­ni­smi fito­planc­to­ni­ci impo­ne però un con­su­mo di ossi­ge­no più ingen­te rispet­to al nor­ma­le: la con­cen­tra­zio­ne di ossi­ge­no disciol­to in acqua decre­sce dra­sti­ca­men­te e a poco a poco la bio­di­ver­si­tà del­l’e­co­si­ste­ma dimi­nui­sce. Solo le spe­cie adat­te a vive­re in caren­za di ossi­ge­no rie­sco­no a soprav­vi­ve­re in que­ste con­di­zio­ni, le altre scom­pa­io­no progressivamente.

Gli anti­bio­ti­ci inve­ce ven­go­no uti­liz­za­ti per con­tra­sta­re i pro­ble­mi di den­si­tà e i paras­si­ti: le esi­gen­ze indu­stria­li spin­go­no a con­cen­tra­re nume­ro­si indi­vi­dui nel­le vasche, e deter­mi­na­no l’in­sor­gen­za di com­pe­ti­zio­ni per lo spa­zio dal­le qua­li spes­so gli ani­ma­li esco­no feri­ti. Per leni­re le con­se­guen­ze del­le lesio­ni, gli alle­va­to­ri disper­do­no in acqua del man­gi­me arric­chi­to con medi­ci­na­li, oppu­re pro­ce­do­no a trat­ta­re sin­go­lar­men­te gli indi­vi­dui. Tale opzio­ne con­sen­te di ridur­re lo spar­gi­men­to di pro­dot­ti chi­mi­ci in ambien­te ma è costo­sa, di dif­fi­ci­le attua­zio­ne e alle vol­te alie­nan­te per chi la svolge.

Fra i parassiti che minacciano gli allevamenti di salmonidi, il copepode Lepeophtheirus salmonis è un vero terrore per gli allevatori norvegesi.

La legi­sla­zio­ne sta­ta­le pre­ve­de infat­ti che qua­lo­ra un’eventuale infe­sta­zio­ne supe­ri il livel­lo medio di 0.5 fem­mi­ne di parassita/pesce, tut­ti i capi di bestia­me pre­sen­ti nell’allevamento infet­to deb­bo­no esse­re macel­la­ti. Per evi­ta­re ecces­si­ve per­di­te, gli alle­va­to­ri si affi­da­no ad approc­ci medi­ca­li e non medi­ca­li. I pri­mi si avval­go­no dell’utilizzo di pesti­ci­di, acqua ossi­ge­na­ta e altri pro­dot­ti chi­mi­ci, pre­ve­di­bil­men­te, com­po­sti poco envi­ron­men­tal friend­ly che si ten­ta di non disper­de­re in ambien­te uti­liz­zan­do pic­co­le gab­bie gal­leg­gian­ti con­te­nen­ti un volu­me di acqua noto. Alter­na­ti­va­men­te, i sal­mo­ni­di ven­go­no pre­le­va­ti tra­mi­te una pom­pa e cari­ca­ti su una bar­ca dove ven­go­no sot­to­po­sti alla rimo­zio­ne manua­le dei paras­si­ti. Anche in que­sto caso ven­go­no impie­ga­te sostan­ze di sintesi.

Paral­le­la­men­te esi­sto­no mol­ti approc­ci non medi­ca­li, un esem­pio sono le sea lice skirts, reti a maglie mol­to fini dispo­ste intor­no alle gab­bie dei sal­mo­ni­di al fine di evi­ta­re l’ac­ces­so del cope­po­de. Anche i trat­ta­men­ti ter­ma­li rien­tra­no nel­l’in­sie­me dei trat­ta­men­ti non medi­ca­li e pre­ve­do­no che i sal­mo­ni­di ven­ga­no pre­le­va­ti dal­le gab­bie gal­leg­gian­ti in cui sono alle­va­ti e mes­si in vasche col­me di acqua cal­da. Il cope­po­de, inde­bo­li­to dal­la tem­pe­ra­tu­ra, vie­ne rimos­so facen­do pas­sa­re i pesci attra­ver­so un dispo­si­ti­vo simi­le a un auto­la­vag­gio in minia­tu­ra. Pur­trop­po, anche i sal­mo­ni si inde­bo­li­sco­no e quel­li più fra­gi­li muo­io­no duran­te il trattamento. 

Le problematiche intrinseche di entrambi gli approcci, medicali e non, hanno condotto all’utilizzo di cleaner fish (pesci pulitori) che vengono allevati insieme ai salmonidi affinché si nutrano dei parassiti. 

Sono sta­te indi­vi­dua­te quat­tro spe­cie di pesci puli­to­ri: tre spe­cie di labri­di e il lom­po (Cyclop­te­rus lum­pus). Nono­stan­te i labri­di pre­sen­ti­no un’efficienza di pre­da­zio­ne più ele­va­ta del lom­po, non sono alle­va­bi­li e devo­no quin­di esse­re pesca­ti da stock itti­ci sel­vag­gi, col rischio di impo­ve­rir­li ecces­si­va­men­te. Inol­tre, quan­do la tem­pe­ra­tu­ra dell’acqua scen­de sot­to i 4°C (situa­zio­ne fre­quen­te nei fior­di del Nord Euro­pa dove sono alle­va­ti i sal­mo­ni­di), que­sti ani­ma­li entra­no in uno sta­to di quie­scen­za e inter­rom­po­no l’attività predatoria. 

Al con­tra­rio, il lom­po è facil­men­te alle­va­bi­le e reg­ge le bas­se tem­pe­ra­tu­re, dun­que è il pesce puli­to­re più uti­liz­za­to. Pur­trop­po, anche l’allevamento di lom­pi pre­sen­ta alcu­ne cri­ti­ci­tà: negli alle­va­men­ti la mor­ta­li­tà degli indi­vi­dui è mol­to ele­va­ta e non tut­ti gli espo­nen­ti del­la spe­cie han­no la stes­sa effi­cien­za di pre­da­zio­ne. Per ridur­re il nume­ro di lom­pi da alle­va­re è uti­le sele­zio­na­re i grup­pi che han­no un’efficienza di pre­da­zio­ne più ele­va­ta. Il sequen­zia­men­to del geno­ma di Cyclop­te­rus lum­pus può aiu­ta­re a indi­vi­dua­re i geni tipi­ci dei grup­pi mag­gior­men­te effi­cien­ti nel­la pre­da­zio­ne. Attual­men­te, l’im­pat­to ambien­ta­le dell’allevamento del lom­po è mol­to più ele­va­to di quel­lo dell’allevamento di altre spe­cie, ma tale pra­ti­ca è anco­ra agli albo­ri e ha ampi mar­gi­ni di miglioramento. 

L’acquacoltura dei nostri gior­ni quin­di non è una pra­ti­ca a impat­to zero, tut­t’al­tro, ma è neces­sa­ria per evi­ta­re di dan­neg­gia­re in manie­ra irre­pa­ra­bi­le gli eco­si­ste­mi mari­ni tra­mi­te la pesca. C’è mol­to da per­fe­zio­na­re e le col­la­bo­ra­zio­ni fra azien­de e uni­ver­si­tà sono forie­re di nuo­ve stra­te­gie che ren­do­no que­sta pra­ti­ca sem­pre più sostenibile.

Imma­gi­ne in coper­ti­na di Alex Anto­nia­dis, via Unsplash.

Con­di­vi­di:
Daniele Di Bella
Sono Danie­le, da gran­de voglio fare il bio­fi­si­co, esplo­ra­re l’Ar­ti­de e lavo­ra­re in Antar­ti­de. Al momen­to stu­dio Quan­ti­ta­ti­ve Bio­lo­gy, leg­go, mi inte­res­so di ambien­te e scri­vo per Vulcano.
About Daniele Di Bella 18 Articoli
Sono Daniele, da grande voglio fare il biofisico, esplorare l'Artide e lavorare in Antartide. Al momento studio Quantitative Biology, leggo, mi interesso di ambiente e scrivo per Vulcano.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.