Il genio di Luis Buñuel

Il 29 luglio ricor­re l’anniversario di mor­te di Luis Buñuel, intel­let­tua­le ed arti­sta madri­le­no, regi­sta del­lo scan­da­lo e testi­mo­ne del­la sto­ria e del­la cul­tu­ra spa­gno­la del suo tempo. 

Nasce il 22 feb­bra­io del 1900 nel pic­co­lo pae­se di Calan­da in Ara­go­na, ter­ra di pro­vin­cia che il regi­sta ama, poi­ché da sem­pre è lega­to al luo­go del­la cam­pa­gna, agli odo­ri del­la ter­ra: lui stes­so si defi­ni­va un con­ta­di­no strap­pa­to anzi­tem­po alla ter­ra. Buñuel cre­sce in un ambien­te dove coe­si­sto­no diver­se tra­di­zio­ni: quel­la rura­le del padre, uomo dal tem­pe­ra­men­to auto­ri­ta­rio, eppu­re di idee libe­ra­li; e quel­la bor­ghe­se del­la madre, una don­na pia e devo­ta. Vive un’infanzia agia­ta, scan­di­ta dal­la mono­to­nia del­la vita quo­ti­dia­na di pro­vin­cia, anche se mar­ca­ta dal segno del­la mor­te e del­la reli­gio­ne, ele­men­to onni­pre­sen­te nel­la sua vita e nei suoi film, dato che la Spa­gna e cul­tu­ra spa­gno­la stes­se era­no per­va­se dall’ultra-cat­to­li­ce­si­mo e da un tra­di­zio­na­li­smo dei valo­ri: patria, dio e fami­glia era­no gli ele­men­ti fon­da­men­ta­li nel­la vita del popo­lo spagnolo.

Già da piccolo dimostra la sua avversione nei confronti di un ambiente religioso estremo.

Per le sue idee anti­cle­ri­ca­li, infat­ti, e per il com­por­ta­men­to disor­di­na­to, nel 1915 vie­ne espul­so dal col­le­gio e ter­mi­na gli stu­di nel­la scuo­la pub­bli­ca. Si tra­sfe­ri­sce a Madrid e ter­mi­na­to il liceo si iscri­ve all’u­ni­ver­si­tà. Il sog­gior­no a Madrid è sta­to il perio­do d’o­ro del­la sua vita: gio­va­ne e pie­no di vigo­re, vie­ne a con­tat­to con un mon­do nuo­vo, dina­mi­co e fan­ta­sti­co; gra­zie alle varie resi­den­ze stu­den­te­sche nel­le qua­li di vol­ta in vol­ta allog­gia­va comin­cia a cono­sce­re e fre­quen­ta­re un grup­po di gio­va­ni: Gar­cia Lor­ca, Rafael Alber­ti, Pepin Bel­lo, More­no Vil­la e Sal­va­dor Dalì. Buo­na par­te del­la sua for­ma­zio­ne per­so­na­le e intel­let­tua­le la deve pro­prio a que­sta esperienza. 

Dopo il suo esi­lio, si reca a Pari­gi dove vie­ne a con­tat­to con una real­tà com­ple­ta­me­ne diver­sa rispet­to a quel­la madri­le­na e spa­gno­la: Pari­gi è una nuo­va entu­sia­sman­te sco­per­ta per Luis, l’e­si­lio volon­ta­rio rap­pre­sen­ta per lui un for­te con­tra­sto, da una par­te la nostal­gia del­la Spa­gna, dal­l’al­tro il fasci­no del­la nuo­va capi­ta­le del mon­do intel­let­tua­le e arti­sti­co. Qui si con­cre­tiz­za la sua voca­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca attra­ver­so le ope­re di Mur­nau, di Clair e di Caval­can­ti. Il pri­mo con­tat­to diret­to con il cine­ma lo ha gra­zie ad un gio­va­ne polac­co, Jean Epstein, lo aiu­ta nei film Mor Vran e La Chu­te de la mai­son Usher.

Buñuel e Sal­va­dor Dalì entra­no a far par­te uffi­cial­men­te del movi­men­to sur­rea­li­sta. Da que­sto entu­sia­smo nasce un film, Un chien Anda­lou, una serie di sce­ne da lui crea­te, una dia­bo­li­ca suc­ces­sio­ne di imma­gi­ni con il deli­be­ra­to pro­po­si­to di col­pi­re lo spet­ta­to­re e di apri­re un nuo­vo tipo di per­ce­zio­ne este­ti­ca film, sen­za una tra­ma vera, si svol­ge come in un sogno, alli­nean­do sequen­ze scioc­can­ti o ero­ti­che insie­me ad altre appa­ren­te­men­te irre­la­te. La famo­sis­si­ma sce­na in cui un uomo (lo stes­so Buñuel) taglia con un raso­io l’occhio di una don­na, è tal­men­te for­te da far scop­pia­re tumul­ti e ris­se nel­le sale dove si proietta.

Due anni dopo sul­le ali di quel suc­ces­so la cop­pia rea­liz­za L’age d’or, con imma­gi­ni for­te­men­te anti­cat­to­li­che, una riven­di­ca­zio­ne del­l’amo­re oppo­sto alla costri­zio­ne del mora­li­smo e del pro­gres­so oppo­sto all’oscurantismo, il film cau­sa gran­de scan­da­lo, ma scan­da­lo assai ben più gran­de cau­sa negli ambien­ti cul­tu­ra­li di Pari­gi, l’im­prov­vi­sa inat­te­sa e defi­ni­ti­va rot­tu­ra tra Bunuel e Dalì.

«Era­va­mo come due fra­tel­li, ci inten­de­va­no e lavo­ra­va­no in per­fet­to accor­do, poi si inter­po­ne fra noi l’in­fluen­za del­l’at­tua­le moglie, Gala, io, d’al­tro can­to, ero ormai lon­ta­no dal suo modo di vede­re e giu­di­ca­re le cose, per­ciò feci qua­si tut­to secon­do il mio gusto personale».

Nel 1932 Buñuel torna in Spagna e vi trova una terra dominata dalle agitazioni politiche e sociali.

Pro­prio in que­sto perio­do comin­cia a deli­near­si la pre­sa di coscien­za: abban­do­na­te le meta­fo­re sur­rea­li­ste, con l’aiuto di un ami­co anar­chi­co, Ramón Acín, che gli ha mes­so a dispo­si­zio­ne 20.000 pese­tas vin­ti alla lot­te­ria, Buñuel gira Las Hur­des, (Ter­ra sen­za pane, 1933), un medio­me­trag­gio pro­fon­da­men­te rea­li­sta che costi­tui­sce un’im­pres­sio­nan­te docu­men­to di cri­ti­ca socia­le e di denun­cia del­le con­di­zio­ni inu­ma­ne in una del­le regio­ni più mise­ra­bi­li del­la Spa­gna: Las Hur­des, («il luo­go più tri­ste e dimen­ti­ca­to del mon­do») i cui abi­tan­ti ver­sa­no in con­di­zio­ni di pover­tà asso­lu­ta, deva­sta­ti dal­la fame, dal­la spor­ci­zia, dal­le malat­tie, iso­la­ti dal mon­do, in case bas­se sca­va­te nel­la pie­tra con i tet­ti che sem­bra­no gusci di tar­ta­ru­ghe (da cui il tito­lo del film). Nei pae­sag­gi imper­vi di Las Hur­des la pic­co­la trou­pe sco­pre così una comu­ni­tà pri­mi­ti­va, anco­ra lega­ta a ritua­li per cer­ti ver­si bar­ba­ri­ci (il rito di pas­sag­gio per diven­ta­re gran­di con­si­ste ad esem­pio nel­lo stap­pa­re la testa dal col­lo a un gal­lo vivo lega­to a testa in giù) e afflit­ta da nani­smo, mal­nu­tri­zio­ne, idiozia.

La rea­liz­za­zio­ne di que­sto film non sareb­be sta­ta pos­si­bi­le sen­za pri­ma pas­sa­re per il sur­rea­li­smo, infat­ti que­sto non si limi­ta­va ad esse­re un movi­men­to poe­ti­co, a sfrut­ta­re i sogni e la scrit­tu­ra auto­ma­ti­ca ma era anche e soprat­tut­to un movi­men­to pro­fon­da­men­te socia­le e mora­le, per que­sto Las Hur­des è un film che rien­tra nel cam­po surrealista. 

«La mor­te si nascon­de in ogni ango­lo – dice a un cer­to pun­to Buñuel – e non esce se non la obbli­ghia­mo»: così, pur di cat­tu­ra­re anche quel­la par­te di real­tà che non si vede a pri­ma vista (com­pre­sa la pre­sen­za ubi­qua del­la mor­te), Buñuel arri­va a for­za­re il rea­le, a pro­vo­car­lo, maga­ri distrug­gen­do con un col­po di pisto­la l’alveare da cui esco­no le api che poi divo­re­ran­no l’asino che por­ta­va l’alveare sul­la schie­na. È il sur­rea­li­smo por­ta­to all’estremo, è lo sve­la­men­to del­la fac­cia nasco­sta del rea­le. Il dise­gno sti­liz­za­to, con una pre­va­len­za di colo­ri pastel­lo, ha una den­si­tà poe­ti­ca com­mo­ven­te e la sto­ria sa avvin­ce­re e cat­tu­ra­re l’attenzione.

https://www.youtube.com/watch?v=sZsSRacQQbU&ab_channel=Film%26Clipshttps://www.raicultura.it/cinema/articoli/2019/06/Luis-Bunuel-Il-dubbio-come-liberta-a7d20d90-cefe-4eaa-94ff-0850fc33d6d1.html

Nei suoi lavo­ri spes­so espri­me ten­den­ze chia­ra­men­te anti­fa­sci­ste, con­tra­rie al cli­ma fran­chi­sta spa­gno­lo e fasci­sta in alcu­ne par­ti d’Europa. Il dia­rio di una came­rie­ra (1964) è pro­ba­bil­men­te il lavo­ro più aper­ta­men­te anti­fa­sci­sta: una sto­ria ambien­ta­ta in un cli­ma moral­men­te degra­da­to e cul­la di nevro­si e pul­sio­ni incon­fes­sa­bi­li più o meno repres­se, che ter­mi­na ina­spet­ta­ta­men­te con la “vit­to­ria” dell’antagonista Jose­ph, pedo­fi­lo assas­si­no, fasci­sta xeno­fo­bo e anti­se­mi­ta, che ver­rà sca­gio­na­to dal­le accu­se per insuf­fi­cien­za di pro­ve e riu­sci­rà anche a coro­na­re il suo sogno di tor­na­re nel pae­se nata­le per apri­re un bar; nell’ultima sce­na Jose­ph assi­ste ad una para­ta anti­se­mi­ta che accla­ma. Ina­spet­ta­ta­men­te l’antagonista ne esce vit­to­rio­so, eppu­re la sua vit­to­ria per­so­na­le non rap­pre­sen­ta altro che la scon­fit­ta dell’uomo, per la giu­sti­zia, per l’umanità, per un inte­ro mon­do che sta­va per cade­re nell’oblio del nazifascismo.

Luis Buñuel esprimeva ancora una volta e forse in maniera più chiara che mai tutto il suo disprezzo nei confronti della borghesia, del clero, del potere, dell’esercito e dell’economia, creando un film contro l’intolleranza e contro i fascismi, contro l’antisemitismo, contro la religione. 

Genia­le nell’uso di una fero­ce iro­nia per sma­sche­ra­re i vizi del pote­re, ha fir­ma­to capo­la­vo­ri cru­de­li e grot­te­schi. Buñuel è qual­cu­no che ha sem­pre cer­ca­to di non fare nul­la di ras­si­cu­ran­te. È l’ironia, l’u­mo­ri­smo, la pas­sio­ne con cui ha osser­va­to, inter­ro­ga­to, sca­va­to il mon­do, sma­sche­ran­do­lo e capo­vol­gen­do­ne il sen­so. A que­sto pro­po­si­to il can­tan­te recen­te­men­te scom­par­so Fran­co Bat­tia­to ne par­la­va così: «Il suo genio… la sua pie­na per­so­na­li­tà la vedia­mo cre­do all’angelo ster­mi­na­to­re, la com­ple­tez­za, l’esplosione del Buñue­li­smo, però devo dire che i suoi model­li così ori­gi­na­li han­no una mec­ca­ni­ca che mai si era vista nel cine­ma, e non si vedrà mai più, ha cose estre­me, potreb­be­ro sem­bra­re cose vio­len­te ma non lo sono nel suo mon­do, Il cine­ma di Bunuel è com­ples­so». 

Con­di­vi­di:
Elisa Letizia
Sono Eli­sa, stu­dio lin­gue, appas­sio­na­ta d’ar­te, musi­ca e cine­ma. Nel tem­po libe­ro scri­vo del pre­sen­te e lavo­ro per costrui­re il mio futuro.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.