L’homo perficiens e le minacce del neoliberismo

Rac­con­ta Mar­co Polo ver­so la fine del suo viag­gio attra­ver­so le Cit­tà Invisibili: 

Si tra­man­da a Ber­sa­bea que­sta cre­den­za: che sospe­sa in cie­lo esi­sta un’altra Ber­sa­bea, dove si libra­no le vir­tù e i sen­ti­men­ti più ele­va­ti del­la cit­tà, e che se la Ber­sa­bea ter­re­na pren­de­rà a model­lo quel­la cele­ste diven­te­rà una cosa sola con essa. L’immagine che la tra­di­zio­ne ne divul­ga è quel­la d’una cit­tà d’oro mas­sic­cio, con chia­var­de d’argento e por­te di dia­man­te, una città–gioiello, tut­ta intar­si e inca­sto­na­tu­re, qua­le un mas­si­mo di stu­dio labo­rio­so può pro­dur­re appli­can­do­si a mate­rie di mas­si­mo pre­gio. Fede­li a que­sta cre­den­za, gli abi­tan­ti di Ber­sa­bea ten­go­no in ono­re tut­to ciò che evo­ca loro la cit­tà cele­ste: accu­mu­la­no metal­li nobi­li e pie­tre rare, rinun­cia­no agli abban­do­ni effi­me­ri, ela­bo­ra­no for­me di com­po­si­ta compostezza.

Cre­do­no pure, que­sti abi­tan­ti, che un’altra Ber­sa­bea esi­sta sot­to­ter­ra, ricet­ta­co­lo di tut­to ciò che loro occor­re di spre­ge­vo­le e d’ingegno, ed è costan­te loro cura can­cel­la­re dal­la Ber­sa­bea emer­sa ogni lega­me o somi­glian­za con la gemel­la bassa.

[…] Nel­le cre­den­ze di Ber­sa­bea c’è una par­te di vero e una d’errore. Vero è che due pro­ie­zio­ni di se stes­sa accom­pa­gni­no la cit­tà, una cele­ste e una infer­na­le; ma sul­la loro con­si­sten­za ci si sba­glia. L’inferno che cova nel più pro­fon­do sot­to­suo­lo di Ber­sa­bea è una cit­tà dise­gna­ta dai più auto­re­vo­li archi­tet­ti, costrui­ta coi mate­ria­li più cari sul mer­ca­to, fun­zio­nan­te in ogni suo con­ge­gno e oro­lo­ge­ria e ingra­nag­gio, pave­sa­ta di nap­pe e fran­ge e fal­pa­là appe­si a tut­ti i tubi e le bielle.

Inten­ta ad accu­mu­la­re i suoi cara­ti di per­fe­zio­ne, Ber­sa­bea cre­de vir­tù ciò che è ormai un cupo inva­sa­men­to a riem­pi­re il vaso vuo­to di se stes­sa; non sa che i suoi soli momen­ti d’abbandono gene­ro­so sono quel­li del­lo stac­ca­re da sé, lasciar cade­re, span­de­re. Pure, allo zenit di Ber­sa­bea gra­vi­ta un cor­po cele­ste che risplen­de di tut­to il bene del­la cit­tà, rac­chiu­so nel teso­ro del­le cose but­ta­te via: un pia­ne­ta sven­to­lan­te di scor­ze di pata­ta, ombrel­li sfon­da­ti, cal­ze smes­se, sfa­vil­lan­te di coc­ci di vetro, bot­to­ni per­du­ti, car­te di cioc­co­la­ti­ni, lastri­ca­to di bigliet­ti del tram, rita­gli d’unghie e di cal­li, gusci d’uovo. La cit­tà cele­ste è que­sta e nel suo cie­lo scor­ro­no come­te dal­la lun­ga coda, emes­se a rotea­re nel­lo spa­zio dal solo atto libe­ro e feli­ce di cui sono capa­ci gli abi­tan­ti di Ber­sa­bea, cit­tà che solo quan­do caca non è ava­ra cal­co­la­tri­ce interessata. 

La vita di Ber­sa­bea è una vita schiac­cia­ta sot­to il peso di un model­lo autoim­po­sto e non rea­le, che impe­di­sce di vede­re che la bel­lez­za del­le cose sta negli scar­ti, in tut­to ciò che da quel model­lo si distac­ca e si dif­fe­ren­zia. La cit­tà infer­na­le ha una bel­lez­za geo­me­tri­ca nean­che lon­ta­na­men­te imma­gi­na­ta e il teso­ro che si tro­va allo Zenit è ben diver­so da quel­lo che cre­do­no gli abi­tan­ti del­la cit­tà: è un’umanità rifiu­ta­ta, bel­lis­si­ma e preziosa. 

Bersabea, ad ascoltarla bene, ci parla attraverso la carta, parte di quell’inesauribile polisemia che le città invisibili di Italo Calvino schiudono ad ogni pagina. 

La cit­tà che «solo quan­do caca non è ava­ra cal­co­la­tri­ce inte­res­sa­ta» è la nostra, chiu­sa nel­la mor­sa di un’ideologia che rim­pic­cio­li­sce la dimen­sio­ne uma­na alla sola capa­ci­tà di rea­liz­za­re un model­lo che qual­cu­no, una vol­ta, defi­nì quel­lo ideale. 

Di neo­li­be­ri­smo si par­la da quarant’anni e trop­po spes­so si fa l’errore di cre­de­re che si trat­ti solo di un capi­to­lo di sto­ria, una par­te come tan­te di un manua­le che non ci inte­res­sa più. Ma il neo­li­be­ri­smo, sub­do­lo e silen­zio­so, pre­ser­va la sua attua­li­tà, con rica­du­te par­ti­co­lar­men­te disa­stro­se sul ver­san­te socia­le. Infat­ti, seb­be­ne que­sta dot­tri­na nasca come una teo­ria eco­no­mi­ca, la sua pro­spet­ti­va sul mon­do ha inve­sti­to, in pas­sa­to come oggi, più dimen­sio­ni del­la socie­tà radi­can­do­si tan­to in pro­fon­di­tà da affer­ma­re una riva­lu­ta­zio­ne dell’individuo.

Digi­tan­do “neo­li­be­ri­smo” sul­la bar­ra di ricer­ca Goo­gle la pri­ma defi­ni­zio­ne che si incon­tra è la seguen­te: «Indi­riz­zo di pen­sie­ro poli­ti­co ed eco­no­mi­co che, indi­vi­duan­do nel­le con­cen­tra­zio­ni mono­po­li­sti­che e nel­l’in­ter­ven­to mas­sic­cio del­lo sta­to sul­l’e­co­no­mia le cau­se pri­ma­rie del­le vio­la­zio­ni alla libe­ra con­cor­ren­za, pro­pu­gna il ripri­sti­no del­l’ef­fet­ti­va liber­tà di mer­ca­to attra­ver­so una poli­ti­ca di dere­go­la­men­ta­zio­ne». Ma inda­gan­do ci si accor­ge di come sot­to que­sta pri­ma spie­ga­zio­ne ci sia ben altro. 

Un mantra riecheggia tra le colpe di questo pensiero economico: «Sii imprenditore di te stesso». 

Per Frie­drich Von Hayek, gran­de teo­ri­co del neo­li­be­ri­smo e vin­ci­to­re del pre­mio Nobel per l’economia del 1974, la socie­tà si reg­ge sull’azio­ne indi­vi­dua­le, fina­liz­za­ta al rag­giun­gi­men­to di un obiet­ti­vo, e qual­sia­si ten­ta­ti­vo di limi­ta­re que­sta ini­zia­ti­va (da par­te del­lo Sta­to ad esem­pio) è fal­li­men­ta­re. L’accento è posto tut­to sul sog­get­to, chia­ma­to a rea­liz­zar­si, a tra­sfor­mar­si in una don­na o in un uomo feli­ce, ad attua­liz­za­re un model­lo per­fet­to con le sue sole for­ze. «Non esi­ste la socie­tà, solo gli indi­vi­dui», reci­ta una cele­bre fra­se di Mar­ga­ret That­cher. Il risul­ta­to è un agghiac­cian­te rim­pic­cio­li­men­to del­la con­ce­zio­ne di esse­re uma­no, che vie­ne col­to e valu­ta­to sol­tan­to secon­do la sua capa­ci­tà di fare, di costrui­re la sua pro­pria feli­ci­tà, dell’essere propositivo. 

Il con­cet­to di meri­to­cra­zia vie­ne por­ta­to alle sue mas­si­me, peri­co­lo­se con­se­guen­ze: l’individuo e la sua capa­ci­tà di affer­mar­si sono le uni­che cose che con­ta­no, e lad­do­ve ciò non avvie­ne, lad­do­ve il suc­ces­so non vie­ne rag­giun­to, la col­pa rica­de tut­ta sul­le spal­le del­la per­so­na, pas­si­bi­le e anzi meri­te­vo­le di esse­re con­si­de­ra­ta uno scar­to. Il rischio, che spes­so ormai coin­ci­de con la real­tà, è quel­la del­la cele­bra­zio­ne di alcu­ni pri­vi­le­gi (l’essere abi­le, l’essere uomo, l’essere bian­co, l’essere ric­co) in una socie­tà – o meglio: in un insie­me di indi­vi­dui – che allon­ta­na da sé con pau­ra colui che ha fal­li­to, qua­si fos­se un ele­men­to mar­cio in gra­do di man­da­re in can­cre­na tut­to quel­lo che gli si avvi­ci­na. Il suc­ces­so assu­me un valo­re asso­lu­to e tota­liz­zan­te, arri­van­do ad occul­ta­re fat­to­ri ambien­ta­li che gio­ca­no un ruo­lo fon­da­men­ta­le nel qua­dro del rag­giun­gi­men­to di un obiet­ti­vo e appiat­ten­do la real­tà degli even­ti socia­li ad una visio­ne incom­ple­ta e semplicistica. 

L’individuo, l’homo per­fi­ciens, è estrat­to dal con­te­sto ed è posto solo, nudo, poten­do con­ta­re esclu­si­va­men­te sul­le sue abi­li­tà sot­to il vaglio seve­ro del­la meri­to­cra­zia. A ben vede­re non è dif­fi­ci­le scor­ge­re un lega­me tra que­sto modo di con­ce­pi­re il valo­re del­la per­so­na e il gio­co di osten­ta­zio­ni che si per­pe­tra ogni gior­no sui social. Il con­si­glio, anzi l’imperativo, è quel­lo di far­si vede­re sem­pre al meglio, sem­pre feli­ci, sem­pre bel­li e sorridenti. 

Tutto quello che può farci assomigliare ad un fallimento, che può avvicinarci a quell’immagine di città infernale che gli abitanti di Bersabea credono esistere sotto le fondamenta, è da buttare, da allontanare, da nascondere. 

Da que­sta pro­spet­ti­va sem­bra pos­si­bi­le spie­gar­si anche il gran­de suc­ces­so di mol­ta musi­ca trap o rap, i cui testi spes­so si pro­pon­go­no di affer­ma­re la ric­chez­za del sog­get­to o il fasci­no amma­lia­to­re eser­ci­ta­to sul­la ragaz­za di qual­cun altro. In que­sta nar­ra­zio­ne del­la feli­ci­tà si per­do­no i pez­zi di un’umanità ben più com­ples­sa di quan­to si osten­ta, in cui il suc­ces­so dipen­de cer­ta­men­te anche da fat­to­ri ambien­ta­li che esu­la­no dal pote­re dell’individuo. 

Stia­mo facen­do la fine di Ber­sa­bea, e nep­pu­re ce ne accorgiamo.

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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