L’Unione contro Ungheria e Polonia, ancora

«L’Europa non con­sen­ti­rà mai che par­ti del­la nostra socie­tà sia­no stig­ma­tiz­za­te, che sia a cau­sa di chi ama­no, dell’età, dell’appartenenza etni­ca, del­le opi­nio­ni poli­ti­che o del cre­do religioso»

Si apre con que­sta fra­se, pro­nun­cia­ta dal­la pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne Euro­pea Von der Leyen, il comu­ni­ca­to stam­pa dira­ma­to dal­la Com­mis­sio­ne stes­sa il 15 luglio scor­so, nel qua­le vie­ne resa nota la deci­sio­ne di avvia­re del­le pro­ce­du­re di infra­zio­ne nei con­fron­ti di Unghe­ria e Polo­nia «per moti­vi con­nes­si a ugua­glian­za e tute­la dei dirit­ti fon­da­men­ta­li». Que­sto ha com­por­ta­to l’invio, da par­te dell’Unione, di let­te­re di costi­tu­zio­ne in mora, cui i gover­ni dei pae­si inte­res­sa­ti avran­no due mesi di tem­po per rispon­de­re in manie­ra sod­di­sfa­cen­te: in caso con­tra­rio, sarà pos­si­bi­le invia­re a Buda­pe­st e Var­sa­via un pare­re moti­va­to e, suc­ces­si­va­men­te, pro­ce­de­re al defe­ri­men­to alla Cor­te di Giu­sti­zia dell’Unione Euro­pea

A pre­oc­cu­pa­re l’UE sono sta­te alcu­ne misu­re intro­dot­te da que­sti due sta­ti mem­bri, chia­ra­men­te discri­mi­na­to­rie nei con­fron­ti del­la comu­ni­tà LGBTQ+: il 15 giu­gno 2021 l’Ungheria ha appro­va­to una leg­ge vol­ta a limi­ta­re o vie­ta­re del tut­to l’accesso, per i mino­ri di 18 anni, a con­te­nu­ti riguar­dan­ti la «diver­gen­za tra la pro­pria iden­ti­tà e il ses­so attri­bui­to alla nasci­ta, il cam­bia­men­to di ses­so o l’omosessualità». Appro­va­ta con 152 voti favo­re­vo­li su 199, essa era sta­ta pro­po­sta da Fidesz, il par­ti­to del pri­mo mini­stro Orbán, e descrit­ta come neces­sa­ria al fine di tute­la­re i bam­bi­ni dal­la pedo­fi­lia. Alcu­ne asso­cia­zio­ni era­no inol­tre sta­te accu­sa­te da Fidesz di voler «influen­za­re lo svi­lup­po ses­sua­le dei bam­bi­ni» attra­ver­so i pro­pri pro­gram­mi di sen­si­bi­liz­za­zio­ne e le cam­pa­gne anti-discriminazione. 

L’UE ha sot­to­li­nea­to come l’Ungheria non abbia ade­gua­ta­men­te giu­sti­fi­ca­to la deci­sio­ne di adot­ta­re una simi­le misu­ra, aste­nen­do­si dall’indicare per qua­le ragio­ne «l’esposizione dei bam­bi­ni a con­te­nu­ti LGBTIQ sareb­be in sé dan­no­sa per il loro benes­se­re o non sareb­be con­so­na all’interesse supe­rio­re del mino­re». La Com­mis­sio­ne ha rite­nu­to anche che la dispo­si­zio­ne unghe­re­se fos­se lesi­va del­la digni­tà uma­na, del­la liber­tà di espres­sio­ne e di infor­ma­zio­ne, del dirit­to al rispet­to del­la vita pri­va­ta e del dirit­to alla non discri­mi­na­zio­ne, san­ci­ti dal­la Car­ta dei dirit­ti fon­da­men­ta­li dell’Unione Euro­pea, non­ché dell’art. 2 del TUE

Il premier ungherese ha risposto alle critiche provenienti dall’Unione e all’avviamento della procedura descritta annunciando l’indizione di un referendum sulla legge in questione, probabilmente strutturato in cinque quesiti. 

Que­sto modo di agi­re da par­te del gover­no appa­re mol­to simi­le a quel­lo adot­ta­to nel 2016, quan­do ven­ne orga­niz­za­to un refe­ren­dum con­tro l’ingresso dei migran­ti nel Pae­se secon­do le rego­le sta­bi­li­te dall’UE. È sta­to lo stes­so Orbán, in effet­ti, a richia­ma­re que­sto epi­so­dio, uti­liz­zan­do que­ste paro­le: «Cin­que anni fa c’è sta­to un refe­ren­dum. E c’è sta­ta la volon­tà comu­ne del popo­lo di impe­di­re a Bru­xel­les di obbli­gar­ci ad acco­glie­re i migran­ti. Li abbia­mo fer­ma­ti allo­ra, pos­sia­mo fer­mar­li ora». 

Per quan­to riguar­da la Polo­nia, inve­ce, è sta­to rile­va­to come non sia­no sta­te for­ni­te rispo­ste ade­gua­te in segui­to alla richie­sta, da par­te del­la Com­mis­sio­ne, di rice­ve­re mag­gio­ri infor­ma­zio­ni cir­ca la natu­ra e l’impatto del­la crea­zio­ne di “zone esen­ti dal­la ideo­lo­gia LGBT” in alcu­ni comu­ni polac­chi. Simi­li misu­re era­no sta­te for­te­men­te soste­nu­te dal par­ti­to al gover­no, Dirit­to e Giu­sti­zia, che nel 2019 si era sca­glia­to dura­men­te con­tro le per­so­ne omo­ses­sua­li: uno dei suoi lea­der, Jaro­slaw Kazyn­ski, era arri­va­to a defi­nir­le come un nemi­co da com­bat­te­re per la dife­sa del­la fami­glia polac­ca. Mol­te cit­tà ave­va­no allo­ra assun­to l’impegno di man­te­ne­re la cosid­det­ta ideo­lo­gia LGBT, col­pe­vo­le di met­te­re a rischio i valo­ri cri­stia­ni del Pae­se, al di fuo­ri dei pro­pri con­fi­ni. Nel set­tem­bre 2020, Ursu­la von der Leyen ave­va descrit­to le zone libe­re dal­la ideo­lo­gia LGBTIQ come “zone pri­ve di uma­ni­tà”; la stes­sa UE era sta­ta poi defi­ni­ta dal Par­la­men­to euro­peo, in modo pro­vo­ca­to­rio e pochi mesi più tar­di, come “zona di liber­tà LGBTIQ”. 

La neces­si­tà di ricor­re­re ad uno stru­men­to qua­le quel­lo del­la pro­ce­du­ra di infra­zio­ne è sin­to­ma­ti­ca di uno sta­to del­le cose – il dif­fi­ci­le rap­por­to tra Bru­xel­les da un lato e Unghe­ria e Polo­nia dall’altro, con la volon­tà, da par­te di que­sti ulti­mi, di dare vita a degli sta­ti “illi­be­ra­li”, come annun­cia­to da Orbán in un discor­so risa­len­te al luglio 2014 – che si pro­trae ormai da lun­go tem­po. In Unghe­ria, Vik­tor Orbán è al pote­re sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà dal 2010 (pre­ce­den­te­men­te era sta­to capo del gover­no dal 1998 al 2002): in que­sto las­so di tem­po sono sta­te appro­va­te leg­gi spes­so in con­tra­sto con i valo­ri dell’Unione, moti­va­zio­ne per la qua­le, nel set­tem­bre del 2018, il Par­la­men­to euro­peo era arri­va­to a mani­fe­sta­re l’intenzione di attua­re le pro­ce­du­re pre­vi­ste dall’art. 7 del TUE (che pos­so­no por­ta­re sino alla sospen­sio­ne del dirit­to di voto per il Pae­se in que­stio­ne in sede comunitaria).

Venendo a tempi più recenti, la pandemia non ha certo contribuito affinché venisse registrato un cambio di rotta.

Al con­tra­rio, la neces­si­tà di adot­ta­re misu­re straor­di­na­rie per far fron­te all’emergenza sani­ta­ria ha spia­na­to la stra­da alla pos­si­bi­li­tà di costi­tui­re uno sta­to sem­pre più auto­ri­ta­rio, come testi­mo­nia il fat­to che, a fine mar­zo 2020, fos­se sta­to adot­ta­to un prov­ve­di­men­to che per­met­te­va ad Orbán di gesti­re la cri­si sani­ta­ria per decre­to, con la pos­si­bi­li­tà di sospen­de­re l’attività par­la­men­ta­re. Va ricor­da­to anche un altro momen­to di for­te ten­sio­ne, che si ebbe in segui­to all’approvazione, nel luglio 2020, del Reco­ve­ry Fund, quan­do si trat­tò di defi­ni­re qua­li carat­te­ri­sti­che uno sta­to doves­se pos­se­de­re per ave­re acces­so ai fon­di: tra que­ste, infat­ti, fu men­zio­na­to il rispet­to del­lo sta­to di dirit­to, fat­to che avreb­be potu­to deter­mi­na­re, in con­si­de­ra­zio­ne del­le for­me di gover­no da essi adot­ta­te, una ridu­zio­ne dei fon­di desti­na­ti a pae­si qua­li quel­lo unghe­re­se e quel­lo polacco. 

Tut­ta­via, dopo aver riper­cor­so alcu­ne tap­pe di que­sto cam­mi­no ver­so la costi­tu­zio­ne di uno sta­to illi­be­ra­le soprat­tut­to per quan­to attie­ne l’Ungheria, è impor­tan­te sot­to­li­nea­re come l’atteggiamento del suo pri­mo mini­stro non sia sem­pre sta­to quel­lo che abbia­mo appe­na descrit­to: un arti­co­lo del­lo sto­ri­co Nicho­las Mul­der per il quo­ti­dia­no bri­tan­ni­co The Guar­dian, ripro­po­sto recen­te­men­te dal set­ti­ma­na­le Inter­na­zio­na­le, descri­ve accu­ra­ta­men­te come il Vik­tor Orbán del 1989 – stu­den­te ad Oxford, apprez­za­to da Bill Clin­ton, soste­ni­to­re del libe­ro mer­ca­to, del­la NATO  e dell’UE – si sia tra­mu­ta­to nel lea­der che cono­scia­mo oggi. 

Una del­le ipo­te­si vaglia­te a que­sto pro­po­si­to (uti­le anche per poter cer­ca­re di com­pren­de­re ciò che, in manie­ra simi­le, è acca­du­to in Polo­nia) è defi­ni­ta come “ipo­te­si del­la ribel­lio­ne”: dopo aver adot­ta­to i costu­mi, le nor­me e le isti­tu­zio­ni del mon­do occi­den­ta­le, desi­de­ro­si di con­qui­sta­re la sua stes­sa ric­chez­za e liber­tà, gli euro­pei dell’est si sareb­be­ro resi con­to di non aver rag­giun­to un risul­ta­to all’altezza del­le loro aspet­ta­ti­ve, deci­den­do dun­que di sfrut­ta­re la cri­si eco­no­mi­ca del 2008 e quel­la migra­to­ria del 2015 «come ali­bi per respin­ge­re il libe­ra­li­smo occi­den­ta­le e pro­muo­ve­re un’alternativa illiberale».

Le poli­ti­che, mol­to simi­li, adot­ta­te dai par­ti­ti attual­men­te al gover­no in Unghe­ria e Polo­nia (rispet­ti­va­men­te, Fidesz e Dirit­to e Giu­sti­zia), sono sta­te così rias­sun­te da Mul­der:

(…) Han­no mes­so per­so­ne di fidu­cia nei tri­bu­na­li e alla gui­da dei mez­zi di infor­ma­zio­ne, han­no sof­fo­ca­to ong, isti­tu­zio­ni cul­tu­ra­li e uni­ver­si­tà pro­gres­si­ste e han­no cal­pe­sta­to la Car­ta dei dirit­ti fon­da­men­ta­li dell’Unione Euro­pea, negan­do l’accesso all’interruzione di gra­vi­dan­za lega­le e il rico­no­sci­men­to giu­ri­di­co del­le per­so­ne tran­sgen­der (…). In Polo­nia e Unghe­ria, tut­ta­via, quat­tro cit­ta­di­ni su cin­que resta­no con­vin­ti che il loro Pae­se deb­ba far par­te dell’Unione Euro­pea. Per gli illi­be­ra­li di Buda­pe­st e Var­sa­via, l’obiettivo è ave­re più auto­no­mia all’interno dell’Unione, non uscirne. 

E infat­ti, nel descri­ve­re il rap­por­to inter­cor­ren­te tra que­sti due Pae­si e Bru­xel­les, va sot­to­li­nea­to come l’ostilità ai valo­ri dell’Unione Euro­pea non si sia accom­pa­gna­ta ad un cor­ri­spon­den­te desi­de­rio di sovra­ni­tà eco­no­mi­ca, anche in con­si­de­ra­zio­ne del­la gran­de impor­tan­za che i fondi euro­pei rive­sto­no per que­sti due Stati. 

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Angela Perego
Matri­co­la pres­so la facol­tà di Giu­ri­spru­den­za, “da gran­de” non voglio fare l’avvocato. Nel tem­po libe­ro amo leg­ge­re e pro­va­re a fis­sa­re i miei pen­sie­ri sul­la carta.

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